Quel sabato 6 maggio

Eravamo appena tornati dalla messa quel sabato pomeriggio. Da allora, tutti gli istanti successivi mi sono rimasti impressi nella memoria, come un incubo ad occhi aperti. I nostri figli ci corsero incontro, e dal loro sguardo compresi subito che doveva essere successo qualcosa di grave. Ma, vedendo che facevano cenno al padre di volergli parlare, mi avviai verso la veranda, dove mi aspettava una mia conoscente. Dopo qualche minuto, mio marito mi raggiunse con un bicchiere d’acqua ed un calmante. Invasa da un doloroso presentimento, mi affidai con tutta me stessa a Dio. “Eddie è morto, assassinato”, mormorò infine. Quelle parole appena sussurrate, non potevano essere fraintese, e mi rimbalzarono dentro senza pietà. Il telefono squillò proprio in quell’istante. Era una delle mie sorelle, che singhiozzava tanto da non riuscire a parlare. Cercai di calmarla, dicendole che con l’aiuto di Dio avremmo affrontato insieme anche quel momento difficile. Mi chiedeva se ero disposta ad accompagnare nostra cognata, la moglie di Eddie, a Bukidnon, nella fattoria di famiglia, in cui lui era stato appena trovato privo di vita. Acconsentii. In aereo, ci fu appena il tempo di mettere ordine nel turbinio di sentimenti che cercavano di prendere il sopravvento. Orrore, sgomento, rabbia. Confidai con semplicità a mia cognata il proposito di nutrire nel mio cuore il perdono cristiano: non avrei lasciato che impulsi negativi di collera e di odio mettessero radici, avvelenando la nostra vita. Mi ascoltava, trasognata. “So quanto specialmente tu fossi legata a tuo fratello – mi rispose infine – e perciò queste tue parole, per quanto dure da comprendere, ed ancor più da mettere in pratica, sono le uniche a darmi un po’ di pace”. Appena giunte a Bukidnon, fummo catapultate in un turbine di eventi che prendevano forma dentro di me in una sola parola: perché? Ma non trovavano risposta. Ci toccò affrontare in tutta la loro cruda realtà gli interrogatori dell’autorità giudiziaria e, fatto ancora più doloroso, la ricognizione della salma all’obitorio. Il mattino seguente, volli incontrare i dipendenti della fattoria. Secondo la consuetudine orientale, essendo la maggiore dopo Eddie, dovevo essere io a prendere in qualche modo il suo posto. Erano molto provati da quanto era successo, e preoccupati per il loro futuro. Parvero rasserenarsi solo dopo averli rassicurati che, in ogni caso, la fattoria sarebbe andata avanti ugualmente. Non sapevo ancora come, dato che io non mi intendevo della conduzione di un’azienda agricola. Ma certamente, con l’aiuto di una persona di fiducia e capace, avrei avuto a cuore e curato i loro interessi. Un altro impegno gravoso mi attendeva nel pomeriggio. L’autista di mio fratello, sospettato del delitto, si trovava sotto custodia cautelare. La sua famiglia, che io conoscevo bene, era disperata. Decisi perciò di recarmi al posto di polizia per chiedere notizie su di lui, sul suo stato di salute. A me non le avrebbero rifiutate. Non mi fu permesso di vederlo, ma volli ugualmente ricordare all’autorità giudiziaria i suoi diritti, e che in mancanza di prove doveva essere rilasciato dopo 48 ore. Fu allora che il capo della polizia mi informò che tra i sospettati c’era anche uno dei miei cognati. La notizia mi sconvolse. Quel cognato, è vero, aveva dato non poche preoccupazioni alla nostra famiglia. E mia sorella pativa le conseguenze di un matrimonio che, a suo tempo, tutti le avevamo sconsigliato. Ma ora? Che fare ora? Ero angosciata. Tornando a casa, i primi a venirmi incontro ed a salutarmi furono proprio il cognato e la sorella sospettati. Cercai di mettere da parte tutto ciò che avevo saputo dalla polizia: speravo e pregavo con tutta me stessa che quelle accuse fossero infondate. Ma le reazioni degli altri furono ben diverse. Il sospetto, la menzogna avevano preso stanza nella nostra famiglia, e ciascuno riteneva di avere ragioni valide per rispondere alla violenza con la violenza. Cercai di trovare le parole giuste per farmi promettere che, almeno, avrebbero guardato con bontà e con rispetto a nostra sorella, e di tenere presente che ancora non c’erano prove della colpevolezza di nostro cognato, ma solo sospetti. E che, anche nel caso in cui fosse provata la sua colpevolezza, i loro figli erano innocenti e facevano parte della nostra famiglia, malgrado tutto. Accolsero infine il mio consiglio. Il compito che mi era stato affidato, di occupare il posto che era stato di mio fratello, mi dava l’autorità morale, da tutti riconosciuta, di tenere la famiglia unita. Mi misi al servizio, a disposizione di tutti. Anche se non fu per nulla facile la conduzione a distanza dell’azienda agricola – mi occupai personalmente di registri contabili e di sementi. Cercai di farlo in modo trasparente, in accordo e col consenso di tutti. E quando si trattò di aumentare i salari dei braccianti, perché mi sembravano insufficienti, rischiai di persona, perché la stagione dei raccolti si presenta sempre con molte incognite. In tutta questa vicenda, ho imparato a fidarmi di più di Dio, e degli altri. Da quel fatidico 6 maggio, che ha segnato una svolta profonda nella mia vita, ho attraversato anch’io momenti di rabbia, paura, frustrazione, tristezza ed anche malattia. Guardando indietro, mi sono vista come su una montagna russa: su, e giù, e di nuovo su. Mi sono sentita spesso sospesa nel vuoto, ma sempre sostenuta da una forza interiore che non sapevo di avere, e che non proveniva certo da me. Ho sperimentato in questa vicenda il sostegno della famiglia spirituale di cui faccio parte assieme a mio marito. Quando tutto sembrava travolgerci, l’ho sentita ancora più vicina. Ora siamo in attesa del processo. E malgrado la giustizia terrena sia molto lenta, e colpisca con uguale forza sia i colpevoli che gli innocenti, attendo con fiducia in quella divina.

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