Quel mistero che è la sofferenza

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Se uno sciopero ha coinvolto in tutta Italia 155 mila medici di 42 sigle sindacali. Se è stata necessaria una mobilitazione di massa non semplicemente per un aumento di stipendio ma per mettere al centro il paziente e la qualità della prestazione professionale non stupisce che 450 operatori sanitari si siano incontrati a Bussolengo (Vr) per riflettere sul malato e la malattia. Un mistero, quasi, che ha riunito esperti di varie discipline umane riuniti dalla sensibilità di una Ulss che, tramite il suo Ufficio Formazione, da anni va portando avanti un discorso antropologico su questi temi. Il punto di partenza, si potrebbe dire, è stata l’eterna domanda del rapporto fra dolore e morte. Se per guarire dal dolore basta qualcosa di meno della morte è molto probabile che non sia un vero dolore, così fa dire Hemingway al personaggiochiave del suo Isole nella corrente, al culmine di una vita di sofferenze. Perché parlare allora del dolore se solo la morte può esserne risposta adeguata? Ben al di là del semplice aspetto medico, si sono trovati allo stesso tavolo un algologo (dr. Sergio Faggion), un filosofo (prof. Paolo Giuspoli), un moralista (dr. Donato Cauzzo), una psicologa (dr.ssa Silvia Di Leo) due educatori (dr. Lorenzo Moreni e dr.ssa M.G.Soldati) e due infermiere professionali (Ornella Spiazzi e Federica Marini). Non soli, ma in dialogo continuo ricco e propositivo con i presenti, psicologi, medici, assistenti sociali ed infermieri, sotto gli occhi attenti e un po’ sorpresi dei media. Ne è nato più che un convegno, un’esperienza di vita tendente a riunificare quella che è l’esperienza fisica del patire con ciò che poco ha a che fare con neuroni e neuromediatori chimici, cioè la sofferenza, il total pain degli anglosassoni. Così sono emerse alcune riflessioni. La prima è che il dolore, nella sua componente fisica va misurato, quantificato, monitorato. E poi può essere curato, anzi deve essere curato, e da persone competenti, come è stato sottolineato all’unisono sia dall’algologo che dal moralista. Quest’ultimo ha più volte ripetuto che non c’è religione, tanto meno la cristiana, che inciti alla sopportazione passiva del patire. La religione cristiana fa riferimento ad un Dio – ha sottolineato il dr. Cauzzo – che ha fatto della sua vita una continua dedizione a chi era nel dolore e nel bisogno, fino a patire lui stesso dolore e morte. Proseguendo poi ancora più incisivamente: Noi seguiamo un Dio che è stato sconfitto dal patire, ma lo ha fatto per amore. E qui emerge lo specifico di ogni discorso sulla sofferenza, reso possibile dal fatto che chi soffre è un uomo nelle sue dimensioni individuali e relazionali, un ente dal valore infinito – come ha ricordato il prof. Giuspoli, citando Hegel -, un catalizzatore di amore, come ad altri piace definirlo. Ivan Ilic, man mano che avanza il dolore fisico dovuto ad un cancro allo stomaco, capisce che la sua vita, socialmente altolocata, è stata inutile e lo capisce osservando il suo servo: è l’unico che gli sta vicino, gli vuole bene ed è felice, mentre gli altri amici e familiari sono come lui infelici, perché egocentrici, sottolinea nella sua relazione il filosofo Giuspoli. Ed ancora lo stesso ricorda che ogni discorso filosofico sul dolore si arena, qualsiasi sia la linea di ricerca, se non si inserisce la categoria dell’amore! Dolore come pedagogia di vita dunque, come induttore di comportamenti altruistici, che se reciproci, realizzano pienamente, sia l’operatore sanitario che il malato. È quanto ritroviamo nelle parole vitali della psicologa Di Leo, che ha fatto della sua esperienza professionale un’accattivante modello di sana relazione col malato ed i familiari. In questa direzione andava anche la profonda esperienza di una paziente, non presente, letta dal moderatore a mo’ di conclusione, ove il dolore viene interpretato e vissuto come reciprocità d’amore con chi è sano, quale antidoto alla solitudine ed alla disperazione. Anche le storie narrate proposte degli educatori Moreni e Soldati hanno portato una importante riflessione. Corredate da uno sconvolgente filmato su un’intervista ad un malato terminale, in cui viene messo in rilievo il valore di ogni gesto compiuto nell’attimo presente, con sacralità, perfezione, solennità, perché forse l’ultimo hanno sottolineato che il miglior modo di prepararsi è proprio quello di… non prepararsi. Certo, al termine della giornata, il mistero della sofferenza non è stato svelato, ma forse si è intravisto che può avere un nome diverso: amore, come se questi ne fosse il rovescio, il lato nascosto. Non a caso, quindi, ogni relazione è stata intervallata da momenti di arte, quasi a voler significare l’inscindibile legame fra bellezza, amore e dolore, e a voler restituire un senso a questa dimensione.

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