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Storie > Storie

Quel mattino alle Androne

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Fedele era stato l’apripista dei poveri del quartiere Esquilino che avrei incontrato a Roma…

Chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento (ph Matteo Ianeselli/Wikipedia)

Leggere Dilexi te, l’esortazione apostolica di papa Leone sull’amore verso i poveri, ha suscitato in me una domanda: «Chi è stato il primo povero di cui abbia un ricordo e verso quale ho stabilito un rapporto al di là di una sbrigativa elemosina?». E mi è affiorato alla mente un lontano episodio.

Era il 1972 e mi trovavo a Trento solo per un breve periodo. Durante i miei giri per conoscere la città e i luoghi di Chiara Lubich, dove tutto era iniziato, ero tornato nel rione delle Androne, a ridosso delle mura medievali che delimitano un lato di piazza Fiera. Mentre mi aggiravo tra certi vicoli, osservando abitazioni più che modeste di altre epoche (era di là da venire l’odierna trasformazione che in alcune ha ricavato alberghi, alloggi per un turismo mordi e fuggi, ristoranti, birrerie, vendite di prodotti per la cura della persona…), mi ripassavo mentalmente il racconto che Chiara faceva di quei medesimi luoghi in tempi di guerra:

«Ricordo che, poiché tutte lavoravamo o studiavamo, nel primo pomeriggio si partiva ognuna con due valigione piene e pesanti per visitare i tre rioni più poveri della città: le Laste, la Portela, le Androne. Le Androne. Era salire su scale rosicchiate dal tempo o dai topi, vecchie e pericolose, in una oscurità quasi completa, in una desolazione che faceva male ai nostri cuori giovani. E magari, eccoci in una stanza oscura e un povero o una povera a letto, priva di tutto. Ma… era Gesù!».

Quel mattino d’inverno non reggevo, come Chiara e le altre focolarine, valigione piene di viveri e indumenti per i poveri, ma una borsa sì, con qualcosa del genere, l’avevo con me. Cercavo di ricordare dove Fedele mi aveva indicato il suo rifugio in una soffitta, entrando nel tale portone, salendo quella data scala fino in cima… Fedele, il barbone altoatesino che avevo conosciuto nei giardini di piazza Dante, quelli davanti alla stazione ferroviaria.

Volevo fargli una sorpresa, ma… l’avrei trovato in casa? Finalmente individuai il portoncino ad arco in pietra, adito ad un cortiletto semibuio e deserto. Ecco la scala di legno, cigolante sotto i miei passi mentre salivo cauto. In cima, sul pianerottolo, non c’era da sbagliare: l’unica porta doveva essere la sua. Bussai. Nessuna risposta. Bussai più energicamente. Sotto la pressione della mano, la porta non chiusa a chiave si aprì. Mi ritrovai in una soffitta appena rischiarata da una finestrella in alto. «Fedele, ci sei? Sono io, Oreste». Ma era evidente: lì dentro c’ero io solo. Non mi aspettavo però l’indescrivibile confusione di quell’ambiente: il giaciglio dove il mio amico dormiva era un groviglio informe di coperte. Poche sedie, tutte rovesciate. Per terra indumenti, barattoli vuoti, piatti con residui di cibarie, vecchi giornali, rifiuti d’ogni genere…

Cosa fare? Ero tentato di lasciare lì la borsa col suo contenuto, accompagnandola con un biglietto e un saluto. Poi un pensiero: cosa farebbe Chiara al mio posto? Mi guardai intorno, andai a rovistare in ogni angolo finché trovai una scopa, la paletta e un sacco di plastica. Poi mi misi d’impegno a rifare il letto, a liberare il pavimento da tutto ciò che vi era disseminato. Volevo far trovare a Fedele la soffitta il più possibile pulita, ordinata, e farlo al più presto, prima che lui tornasse.

Non ricordo quanto tempo impiegai per restituire a quel tugurio un aspetto più accettabile. So solo che non fui tranquillo finché, portandomi dietro il sacco pieno di rifiuti, non mi ritrovai all’aperto, lontano dalle Androne. Non avevo lasciato nessun biglietto per Fedele. Contavo sull’effetto sorpresa. Mi sembrava più bello così. Del resto, pochi giorni dopo lasciavo Trento senza averlo potuto più incontrare, avvisare (all’epoca i telefonini non erano ancora diffusi in Italia): partivo, infatti, per Roma, dove avrei fatto presto a scoprire l’Esquilino e i dintorni di Termini pullulanti di poveri dell’Est Europa, del subcontinente indiano, dei Paesi africani… Tanti e così diversi, ma sempre, ciascuno, Gesù. Fedele ne era stato l’apripista. Di alcuni di loro ho scritto la storia in un libretto uscito anni fa: Amici miei della strada.

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