Quel giorno vinse il tarabuso

Quel giorno vinse il tarabuso
«Hai visto che nel Canneto è arrivato un nuovo inquilino?», chiese un bel mattino la rana Ercolina al marito, il rospo Bartolo, mentre facevano colazione.

«Io non ho visto proprio niente, non sono curioso come te», rispose Bartolo, sollevando a mala pena gli occhi dal suo giornale.  

«Mi piacerebbe proprio vederlo! – disse tra sé Ercolina, dato che Bartolo non la ascoltava più –. Son già tre volte che passo davanti a casa sua, ma non m’è riuscito d’incontrarlo».

A metà mattina, mentre faceva la coda alla cassa del minimarket dello stagno, la rana Ercolina chiese alla sua amica, la rana Giselda:

«Hai visto che nel Canneto è arrivato un nuovo inquilino?».

«Volevo chiederti la stessa cosa! – esclamò Giselda –. Ho visto la targhetta con il nome “Tarabuso Marziale”, appesa a una canna disseccata ma, a dire il vero, non l’ho ancora incontrato».

La rana Olivia, una gran pettegola alla quale non sfuggiva mai niente, intervenne per dire:

«Deve avere traslocato di notte, perché io non l’ho visto arrivare. A dire il vero – aggiunse con rincrescimento, perché questo non deponeva a favore della sua fama di “gazzetta dello stagno” –, non l’ho visto per niente: né di notte, né di giorno».  

«Per me, uno che trasloca di notte ha qualcosa di brutto da nascondere», disse, convinto, il rospo Ovidio.

«Forse è meglio stargli alla larga», concluse l’airone Demetrio.

Ma la curiosità era più forte dei timori. Così in molti, quel giorno, provarono ad affacciarsi sulla soglia della casa del tarabuso, nella speranza di vederlo, ma tutti se ne andarono delusi: la casa era sempre vuota.

(Adesso vi dirò io qualcosa che gli abitanti dello Stagno ignoravano. Il tarabuso, è un grosso uccello, con il corpo tozzo, il piumaggio fulvo… e un gran brutto carattere. Ama vivere solitario e, quando sente arrivare qualcuno, si stiracchia tutto verso l’alto, irrigidendosi sull’attenti, così da mimetizzarsi con le canne palustri. È per questo che non si riesce a vederlo!).

 

Comunque, dopo qualche giorno, l’arrivo del tarabuso perse d’interesse perché era incominciato il Campionato di Calcio e gli abitanti dello Stagno avevano altro a cui pensare. Quando si arrivò alla gara più attesa, quella tra gli Azzurri dello Stagno e i Verdi del Prato, loro acerrimi nemici, tutti gli abitanti dei due territori se ne andarono al campo di calcio. In giro, non rimase nessuno.

La micina Cloe, curiosona e intraprendente, decise di approfittare di quel tempo per andarsene a esplorare lo stagno, quel luogo misterioso dove non era mai stata perché la mamma le ripeteva in continuazione che era pieno di pericoli. Cloe si aggirava divertita in quel piccolo mondo dove tutto era nuovo, per lei, quando vide qualcosa che la conquistò: era una grande foglia di un bel verde intenso che galleggiava sull’acqua e navigava pigra, chissà dove. La micina aveva terrore dell’acqua ma si diceva che, allungando una zampetta, avrebbe potuto afferrare quella barchetta galleggiante e andarsene a spasso senza bagnarsi. Che gran divertimento! Cloe si sporse più che poté sul bordo dello specchio d’acqua, proprio là dove il fango lo rende scivoloso e… patapunfeté! Vi cascò dentro. Le urla della micina attraversarono lo stagno da un capo all’altro, ma chi poteva sentirle?

Le sentì il tarabuso che era rimasto a casa perché non aveva nessuna voglia di mescolarsi alla folla scalmanata dei tifosi. Senza perdere tempo, Marziale entrò in acqua, afferrò con il becco robusto la micina che stava per annegare e la portò in salvo in casa sua, perché potesse riprendersi.

 

Poco dopo, tornarono allo stagno i suoi abitanti, a testa bassa, sconfitti. In lontananza, si udivano le urla degli abitanti del prato che avevano vinto la partita. Ma non erano urla di festa, erano grida disperate perché ci si era accorti che la micina Cloe era scomparsa! La mamma di Cloe si incamminò verso lo stagno, con un gran brutto presentimento nel cuore. Da lontano, vide venirle incontro la micina in compagnia del tarabuso. Dopo una breve spiegazione, tutti si strinsero attorno al tarabuso per il quale ci furono applausi e congratulazioni. Anche gli sconfitti facevano festa perché il vero eroe del giorno era uno dei loro. La partita, con il suo esito, sembrava ormai lontana. Tutti si abbracciavano, in una grande confusione dove non c’erano più vincitori, né vinti.

E anche il solitario tarabuso, almeno quel giorno, si godette quell’allegria generale.

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