Quei minuti che non passano

Ho cercato di terminare presto il mio lavoro per poter andare dal medico per conto di mio zio che in questo periodo sta facendo una serie di accertamenti. Ci vorrà poco tempo – mi ha raccomandato -: giusto il tempo per farseli consegnare. Sono quasi le 12,30 al mio ingresso nell’ambulatorio. Un primo disappunto nel vedere ancora otto persone prima di me… Vabbè, mi accomodo e cerco qualche rivista da guardare, anche per sviare l’attenzione dei miei pensieri, ormai concentrata – data l’ora – nel settore stomaco, che reclama i suoi diritti. Con mia sorpresa, trovo soltanto innumerevoli numeri di Città nuova. Penso di poter sfruttare il tempo leggendo qualche articolo che è rimasto indietro, quando mi accorgo che, accanto a me, una signora sta sfogliando attentamente le pagine di una rivista. Dopo averla esaminata da cima a fondo, va cercando tra le sedie qualche altro numero. Questa sua ricerca mi incuriosisce, oltre che farmi contento; dal suo volto mi sembra di intravedere una certa approvazione per quanto sta leggendo. Di colpo, un’idea: perché non attaccare un discorso, magari chiedendole se le piace la rivista? Potrebbe essere l’occasione per proporle di abbonarsi, il che non guasta. Ma si introduce nella mia mente il sottile pensiero che, a stomaco vuoto, non si fanno certi discorsi. Approvo. Il mio io, così geloso di farsi gli affari suoi, ha trovato un alibi a tutta prova. Mi innervosisce però ugualmente l’idea di perdere una così bella occasione di scambiare un discorso non banale con quella signora, una persona di una cinquantina d’anni, come me in attesa del suo turno. Quando mai mi capiterà di incontrarla ancora? Di nuovo la mia pigrizia mi convince che non conosco la signora in questione, e non posso saltar fuori con un discorso del genere. E poi, che figura ci farei davanti agli altri pazienti? Il tempo stringe: ormai è il turno della signora. Le mie gambe ormai sono stanche di accavallarsi nervosamente ad intermittenza. La signora attende in silenzio, senza leggere. Non puoi attaccare discorso ora che non legge. Dovevi farlo prima, insiste la solita vocina soddisfatta di averla finalmente vinta. Giusto. Tuttavia, con le ultime forze, indebolite dall’appetito che, invece, si fa robustamente sentire, l’altra vocina chiede timidamente un ultimo appello. Intanto, con un sospiro, la signora riprende a leggere. Senta, signora, come trova questa rivista?. Lei mi guarda perplessa e attende qualche secondo per rispondere, forse per capacitarsi della situazione che ho creato. Ah, una rivista veramente bella. Dal suo sguardo comprendo che quelle parole corrispondono all’idea che se ne è fatta. Io le spiego che conosco quella rivista perché… Mi interrompe: Ah, tu sei dei Focolari?. E io, dentro di me… Sì, ma perché devo essere sempre etichettato così?. Ma la signora me l’ha detto con tanto garbo… Sembra più contenta lei di me. E continua: Sai, anch’io faccio volontariato in una casa di riposo. Però…. E per un quarto d’ora mi parla della sua gioia di fare qualcosa per gli altri. È evidente che ha un grande desiderio di trovare qualcuno cui comunicare questa esperienza. La porta dello studio del medico si apre e noi dobbiamo congedarci. Non sono riuscito ad abbonarla, ma non è questo che importa. Città nuova è passata in secondo piano, ma è servita per rompere il silenzio, e per costruire un piccolo pezzo di mondo unito, anche nell’anonima sala di aspetto di un ambulatorio.

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