Quei giochi nel cortile

"Era un correre continuo e urlante, che gli adulti credevano pazzo, e che noi invece avevamo imparato dalle rondini".
Nel centro del cortile, peraltro tutto ricoperto di cemento, c’era un’aiuola. E quella era la nostra giungla, pericolosa e avventurosa perché proibitis­sima. Infatti, alla mancanza di serpenti ed animali feroci suppliva gagliarda­mente la scopa della signora Adalgisa, che proteggeva coi denti dieci metri-quadri di erba e due cespugli di ortensie.

In certi spiazzetti di terra battuta attorno agli scarichi delle grondaie si potevano scavare le fossette per le biglie e le figurine. Ogni giocatore metteva le figurine in una fossetta e se ci entravi con la biglia erano tue. La sera, cioè rigorosamente alle diciotto, proprio come a Montecarlo o a Saint Vincent, qual­cuno tornava a casa tutto contento con il sacchetto delle biglie e il mazzetto delle figurine vinte, mentre qualcun altro mogio mogio rincasava con le tasche vuote. E questo era il nostro tavolo verde.

Qualche volta poi il cortile diventava campo di battaglia e vi si registra­vano episodi abbastanza eroici, ma bastava che qualcuno scovasse da qual­che parte uno straccio sufficientemente variopinto perché subito, opportu­namente fissato ad un manico di scopa, diventasse una bandiera; e si sa che sotto le bandiere si raggruppano gli eroi e questi, anche se i libri di storia non lo dicono, da piccoli sono stati quasi sempre monelli o, nei casi più fulgidi, monellacci.

 

Poi la stagione delle battaglie, tramontava e misteriosamente il cemento del cortile si copriva di complicati ghirigori fatti col gesso rubacchiato a scuola o in qualche cantiere edile: diventava così autodromo o campo di calcio. Le macchine o i giocatori erano costituiti dalle “agrette”. Chiamavamo così i tappi a corona, di latta, in onore di una aranciata popolarissima in quell’era precedente l’arrivo della Coca Cola.

Per fare le corse automobilistiche si riempivano le agrette con lo stucco e, così appesantite, gli si si dava la classica botta con l’indice e il pollice, e le ve­devi filar via come razzi. Si trattava di non uscire dalla pista e di rallentare un po’ nelle curve. Io andavo sempre fuori nei rettilinei e andavo troppo piano nelle curve. I monelli, invece, cercavano sempre di imbrogliare: tagliavano le curve o spostavano furtivamente col piede le loro Formula uno, guardando distratti il volo delle rondini.

Per il calcio, invece, si mettevano nelle agrette i ritrattini dei calciatori ri­tagliati dalle figurine. La tecnica propulsiva era sempre quella dell’indice e del pollice e le regole del gioco erano esattamente le stesse del campionato di serie A.

E il pallone? Niente. Non si poteva giocare; sempre per via della scopa della signora Adalgisa. E così, monelli e monellacci, se volevano fare una partita di pallone, do­vevano uscire dal 111 (così era denominata la casa dal numero civico, ricordate?) e si tiravano dietro anche qualche bambino per bene, che per la passione del pallone, era disposto a prendere un po’ di sculac­ciate, rincasando verso sera. Anche molto dopo le diciotto, dato che fuori dal 111 non c’erano regole.

In questi casi il cortile si svuotava quasi del tutto e diventava il regno delle bambine. I pochi bambini per bene rimasti, come tutte le minoranze, restavano emarginati, a meno che non si piegassero ad accettare la parte dei mariti in un vasto progetto ludico che le bambine chiamavano “giocare alla casa”. Tra bambole e pentolini non è che si divertissero molto, ma era sem­pre meglio della solitudine: del resto, per che cosa si sposano i grandi?

Molte bambine, però, avevano un handicap: il fratellino piccolo da tenere in braccio. Se per giocare alla casa poteva sostituire la bambola, peraltro con un buon effetto realistico, non era facile saltare alla corda con un marmoc­chio tra le braccia. È vero che nel 111 si poteva vedere anche questo, ma non si trattava della regola. Era più frequente che il povero bimbo venisse siste­mato seduto, ben appoggiato al muro con mille ed inutili raccomandazioni di non muoversi e di non piangere. Anche il più volonteroso, però dopo un poco incominciava a pendere da una parte e, con il faccino sempre più pre­occupato, lo vedevi inclinarsi fino a rotolare con la pancia sul cemento e lì, ingloriosamente, restare. Se non pestava il naso, presto si ras­serenava, incuriosito dalle mille cosine che poteva finalmente vedere da vi­cino: formiche da toccare col ditino grassoccio, o briciole da inghiottire in­disturbati. Finché una di quelle mamme che vedono tutto, magari da un balcone del terzo piano, si metteva a urlare richiamando all’ordine la sciagu­rata sorella.

 

I giochi delle bambine terminavano  bruscamente con il ri­torno improvviso e urlante dei giocatori di pallone. Paonazzi, sudati e scarmi­gliati (esclusi quelli rapati a zero), portavano dentro il 111 la coda di risse selvagge e l’eco di epici cinque a zero. Ma ormai era l’ora in cui dai balconi scendeva il coro delle mamme, a volte desolato: «Guarda come ti sei conciato»; altre volte subdolamente minaccioso: «Tra poco arriva il tuo papà».

Era quindi meglio avviarsi su per le scale prima che volasse la scopa della signora Adalgisa o che suo marito l’orco facesse sentire la propria voce e il proprio parere su tutti noi, sui nostri genitori e sui nostri antenati.

Dai finestroni delle scale ancora qualche richiamo, qualche accordo per l’indomani, qualche sberleffo o canzonatura (cinque a zero!), poi le voci si facevano sempre più rade e fievoli, gli usci sbattevano e, a poco a poco, una strana pace conquistava tutto il cortile. Non male.

A me piaceva molto quell’ora! Sarà stata la luce sempre così speciale della sera, o il silenzio che ti permetteva di udire i piccioni sotto la grondaia, il tik tik delle biciclette condotte a mano dai papà che rincasavano; e le ron­dini.

Ah, le rondini! Arrivavano in uno stormo numerosissimo e compatto come quello di noi bambini quando giocavamo a guardie e ladri. Perché a quel gioco si partecipava tutti, nessuno rimaneva fuori. Pochi facevano le guardie e tanti i ladri. E scappavano. Tutti e in tutte le direzioni, anche le bambine con i bambini in braccio. Soltanto che venivano acchiappate subito e messe nella gabbia che era un’ansa del cortile delimitata da una riga di gesso. Si chiamava il cortiletto.

Le bambine venivano subito liberate e correvano fuori con uno strillo gioioso per poi essere riacchiappate di nuovo e così via. Le guardie sapevano benissimo che non avrebbero mai e poi mai potuto acchiappare tutti i ladri, perché erano troppi e quelli liberi liberavano quelli nel cortiletto. Mai a memoria di bambino una partita a guardia e ladri fu vinta o comunque terminata. Soltanto le diciotto e la signora Adalgisa potevano porre fine a questo correre continuo e urlante, che gli adulti credevano pazzo e scriteriato e invece noi avevamo imparato dalle rondini.

Anche loro volavano tutte insieme facendo di continuo il giro del cortile, soltanto che stavano sopra i tetti e non giù sul cemento come noi, ma erano proprio come noi. Tutte insieme e tutte un po’ pazze e il loro gridare era proprio come il nostro. Davvero: uguale.

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