Quei concorsi truccati

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Se si parla di concorsi pubblici, il pensiero, purtroppo, corre subito all’irregolarità, alla raccomandazione, al clientelismo. Se poi, i concorsi in questione si svolgono al Sud, per esempio in Campania, l’associazione di idee è immediata. Ma per fortuna ci sono ancora persone che non la pensano così e cercano faticosamente di andare controcorrente, compiendo con serietà il proprio lavoro e testimoniando ogni giorno i valori dell’onestà e della coerenza. Antonio, Marina e Raffaele sono i protagonisti di tre piccole grandi storie. Antonio, 44 anni, sposato, con tre figli, lavora da diversi anni come funzionario presso un’amministrazione pubblica, in provincia di Salerno. Tempo fa gli viene conferito l’incarico di presiedere una commissione per un concorso interno per l’assunzione di incarichi di profilo professionale superiore a quelli posseduti dagli eventuali candidati. Il gran numero di candidati, in rapporto all’esiguo numero di posti disponibili, lo insospettisce un po’, ma è l’incontro con il capo dell’amministrazione che gli fa capire la vera ragione per la quale è stato bandito il concorso: sanare la situazione di alcuni dipendenti che, pur svolgendo già da molto tempo le mansioni cui si riferiva il concorso, non avevano ancora avuto il giusto riconoscimento nell’organico dell’ente. Il bando di concorso, infatti, era stato predisposto dagli uffici competenti in modo tale da avvantaggiare queste persone nell’attribuzione dei punteggi di base, anche se i punteggi da attribuire per le prove concorsuali avrebbero potuto cambiare la situazione. Pochi giorni dopo gli viene fornito anche l’elenco dei candidati che di fatto svolgevano quelle mansioni e che avrebbero dovuto essere oggetto di particolare attenzione. A questo punto – racconta Antonio – fui preso dal dilemma: avrei dovuto giudicare i candidati solo dall’esito delle prove, così come mi diceva la legge e, soprattutto, la mia coscienza, o avrei potuto forzare un po’ la mano per facilitare il conseguimento degli obiettivi, non del tutto sbagliati, della mia amministrazione? . Durante questo travaglio interiore, si aggiunse un altro elemento di difficoltà: non tutto il personale con la mansione specifica era stato inserito in quell’elenco, mentre vi si trovavano persone che non avevano ragione di esservi incluse. Ebbi un moto di ribellione – continua Antonio – e pensai, comunque, di andare avanti per la mia strada, conscio delle conseguenze, anche personali, che un tale atteggiamento avrebbe provocato. Sentii, però, che non potevo portare avanti questa difficoltà da solo e decisi di metterla in comune con le persone che da tempo condividono con me l’Ideale dell’unità. Forte del sostegno dei suoi amici, Antonio, poco prima dell’inizio delle prove concorsuali, si presenta dal capo dell’amministrazione, facendogli presente la propria decisione di presiedere la commissione nella massima trasparenza, senza favorire nessuno. È disposto anche a dimettersi dall’incarico, se gli venisse chiesto. Ma ecco che, davanti alla sua fermezza, l’interlocutore non ha niente da obietta- re e gli dà carta bianca. Il concorso si svolge regolarmente e, alla fine, nella graduatoria utile per la promozione entrano sia alcuni di quelli che erano stati segnalati, sia altri, ma tutti giudicati solo per i loro giusti meriti. Il mio atteggiamento non passò inosservato – conclude Antonio -, anzi, il modo in cui ho gestito il concorso, fu giudicato favorevolmente sia all’interno della amministrazione, sia da molti osservatori esterni. Marina lavora da circa vent’anni presso un’amministrazione pubblica in provincia di Napoli. Pur essendo laureata, lavora come collaboratrice amministrativa; avrebbe voluto migliorare la sua posizione, ma per il ruolo di dirigente è prevista la laurea in materie giuridiche. Nel 2000, però, viene emanata una legge che riserva il 50 per cento dei posti di dirigente ai collaboratori in possesso di una laurea e con nove anni di anzianità, dopo l’espletamento di un concorso. Viene considerata una sanatoria per tanti in Italia che si trovano nelle mie condizioni – ci confida Marina -. Ma la mia amministrazione, nel recepire questa direttiva, ha bandito il concorso, aggiungendo dei requisiti non previsti che determinano di fatto la mia esclusione. Sapevo bene chi aveva organizzato la cosa con lo scopo preciso di agire contro di me, ma sentivo che il mio cuore doveva essere libero da ogni pregiudizio. È stata dura ma, grazie al sostegno della mia famiglia e delle persone con le quali ho in comune l’Ideale dell’unità, sono riuscita a fare il primo passo e a non giudicare quel mio collega. Anzi, ho sentito che dovevo essere io ad andare incontro a lui e subito, il giorno dopo, pur potendo mandare qualcun altro a ritirare dei documenti, ho preferito andare di persona per fargli capire che per me tutto vince l’amore. Pur continuando a mantenere con tutti rapporti sempre aperti e cordiali, nella piena libertà e sicura che la legge non fosse stata ben applicata, Marina fa ricorso al giudice del lavoro, che accoglie tutte le sue tesi e la ammette al concorso. Intanto, il dirigente del suo ufficio va in pensione e il direttore generale, in previsione dell’espletamento del concorso decide di affidare a lei l’incarico temporaneo di funzioni superiori. Le responsabilità che si ritrova a dover gestire sono tante, ma i colle- ghi del suo ufficio la sostengono, ripetendo spesso di voler essere una squadra, consegna che il dirigente aveva dato loro, riprendendola da un articolo di Città nuova (cui è abbonato da anni) dal titolo: Fare squadra ovunque, dove, alla fine, sono riportate le caratteristiche di un leader: il leader eccellente è colui che fa sì che le persone dicano l’abbiamo fatto noi. Si avvicina, intanto, la prima prova del concorso. La nuova responsabilità non mi lascia molto tempo per studiare – continua Marina – e, pur avendo tanti anni di esperienza, ho delle carenze nell’aspetto teorico, non avendo compiuto studi giuridici. Sento di dover fare la mia parte fino in fondo, decido, così, di dedicare allo studio le prime ore del giorno: per mesi la mia sveglia ha suonato alle 5 del mattino. Questo concorso viene rinviato più volte, perché i posti non sono quanti i candidati e gli equilibri politici non si raggiungono facilmente. Marina viene a sapere di tanti che hanno cercato e trovato aiuti e raccomandazioni, e pensare che lei non riesce neanche a prendere qualche giorno di ferie per studiare; ma non se ne cura: darà quello che sa, senza scendere a compromessi. Sono passati circa quattro anni quando arriva il giorno dell’esame. È una lotta alla sopravvivenza: Marina supera la prova, mentre in quella seduta e nelle successive alcuni colleghi sono bocciati. Pur sapendo che queste bocciature le assicurano il superamento del concorso, non se la sente di godere per il dolore altrui ed offre per loro la sua gioia. Da qualche mese ho avuto la nomina e firmato il contratto – conclude Marina -. Ho cominciato una nuova avventura. Più responsabilità per me significa più servizio e più donazione affinché questa complessa amministrazione sia più efficiente. Raffaele è un giovane della provincia di Caserta, diplomato come assistente sociale. Un giorno un amico lo informa che l’azienda sanitaria in cui lavorava cercava assistenti sociali per un progetto aziendale. In buona fede, perché questa è la mentalità più diffusa – racconta Raffaele -, il mio amico si offrì di potermi raccomandare al direttore del personale, che conosceva bene. I posti disponibili erano solo tre e, a suo giudizio, non ce le avrei fatta senza una buona raccomandazione. Lo ringraziai per la sua disponibilità, ma gli disse chiaramente che non condividevo questo modo di fare. La scelta di non farsi raccomandare non fu facile: era alla ricerca di un lavoro e quello sarebbe stato proprio vicino casa. E poi, entrare in un ente pubblico gli avrebbe aperto buone strade per il futuro. Per una volta avrebbe potuto fare come gli altri, approfittare di quell’offerta e avere, così, un periodo abbastanza lungo di stabilità lavorativa. Ma la sua coscienza gli imponeva di comportarsi diversamente. Quella scelta era coerente con lo stile di vita che cercava di mettere in pratica: costruire un mondo nuovo cominciando dalla realtà di ogni giorno. Presentai, quindi, la mia domanda e affidai tutto nelle mani di Dio, certo che lui avrebbe provveduto ai miei bisogni, dice convinto Raffaele. Dopo circa dieci mesi gli arriva l’avviso a presentarsi all’azienda per la lettera d’incarico: aveva superato la selezione. Sentii dentro di me una gioia profonda – ci confida Raffaele – ed un grande senso di libertà: Dio aveva pensato a me, meglio di come avrebbe potuto fare chiunque altro, chiedendomi, comunque, tutta la mia parte in preparazione e professionalità . I primi sei mesi di lavoro svolti nell’azienda sono stati per Raffaele un banco di prova. Ogni giorno gli veniva chiesto di testimoniare la sua scelta di vita: accogliere l’utente con amore, senza considerarlo un numero di fascicolo o un problema da risolvere, o aiutare un collega anche in mansioni che non gli sarebbero spettate, fino anche a fuggire il malcostume dell’assenteismo o dei cartellini di presenza marcati da altri… Si trattava di piccole cose, ma che non passano inosservate. Da poco, una collega, con la quale ha costruito un rapporto di fiducia e di stima professionale, gli ha chiesto se era contento di entrare a far parte di un nuovo progetto: aveva bisogno di persone fortemente motivate ed il suo modo di lavorare le piaceva. Ho accettato subito – conclude Raffaele -. Questa volta qualcuno mi voleva con sé non per un modo di fare clientelare, ma per la fiducia che mi ero conquistato sul campo. Loreta Somma

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