Quando scocca la freccia

A tu per tu con l’arciere Oscar De Pellegrin, portabandiera della delegazione azzurra.
Oscar De Pellegrin

Pignolo e con le idee chiare. Assolto l’obbligo scolastico, Oscar si divideva a metà tra il lavoro in officina la mattina e l’impegno nei campi dell’azienda agricola di famiglia il pomeriggio. Carattere genuino, responsabile e generoso. A sedici anni lo trovavi nei boschi del bellunese con il suo trattore a far legna, molte volte per la gente del paese. A ventun’anni, con il servizio militare alle spalle, la patente in tasca, un lavoro sicuro e una ragazza da sposare, la vita era tutta in discesa, pronta da vivere. Lei, Edda, l’aveva conosciuta nel 1981 ad una festa paesana: tra un ballo e l’altro era scattato il colpo di fulmine, pochi attimi bastarono per far capire a tutti come sarebbe andata a finire la storia. Entrambi non potevano sapere che l’appuntamento con il destino sarebbe stato dietro l’angolo, o meglio sulla via del ritorno a casa al termine della solita giornata di lavoro. Quella strada Oscar l’aveva percorsa centinaia di volte con il suo trattore, ma quella volta il mezzo finisce nel fossato che travolge inesorabilmente vita, desideri e ambizioni di un giovane ragazzo.
Dieci giorni di buio pesto, poi il risveglio in un letto d’ospedale: ad attendere Oscar c’era un’altra botta. Il bollettino medico non lasciava spazio all’interpretazione: perdita dell’uso degli arti inferiori. Niente sarebbe stato più come prima.
 
«È come azzerare tutto e rinascere di nuovo – afferma oggi De Pellegrin –. Sono stato in ospedale sei mesi, poi una volta tornato a casa ho capito sul serio che era tutto da rifare». Tra vivere e stare rinchiuso in sé stesso, a metà degli anni Ottanta quando la disabilità era ancora una sorta di tabù sociale, il carattere di Oscar aveva scelto la sfida di una nuova vita, anche grazie all’aiuto della famiglia, degli amici e di Edda che nonostante tutto aveva deciso di rimanere al suo fianco per sempre coronando la ripresa dall’incidente con il matrimonio.
«Un giorno, nel primo pomeriggio subito dopo pranzo – racconta Oscar – viene a trovarmi Renzo Colle, un amico disabile. Io sono nel letto, Renzo mi squadra e mi dice: “Ma che fai ancora fermo lì? Dai muoviti!”. Voleva spronarmi a “non fare il disabile”, così la sera stessa ho cominciato a vestirmi, a lavarmi da solo, a dare una mano in casa. Pochi giorni dopo mi ha invitato a provare con lo sport. Qui, si trattava di fare un altro bel passo in avanti: finché stai in casa non puoi sapere che percezione avranno di te le altre persone vedendoti sulla carrozzina. Ho provato subito con il tiro a segno, poi è venuto il tennis, il tiro con l’arco, l’atletica leggera. È stata una scelta azzeccata: mi sono reso conto che lo sport non era niente in confronto al fatto di aver potuto vivere l’opportunità di dialogare con tante persone senza nessuna barriera».
 
Così, giorno dopo giorno, prendeva corpo in Oscar la passione per gli sport di precisione: il poligono di tiro, nel nome dell’amicizia, era diventato una seconda casa, le prime gare e i folgoranti successi erano la dimostrazione di un campione sbocciato forse troppo tardi.
Alle Paralimpiadi di Barcellona ’92, ecco la medaglia d’oro nel tiro a segno, specialità carabina dai dieci metri. Quattro anni dopo, ad Atlanta ’96, la conferma al vertice con un bronzo, poi il passaggio al tiro con l’arco, unica disciplina che per regolamento e modalità di svolgimento riserva al disabile lo stesso trattamento dell’atleta normodotato. Alle Paralimpiadi di Sydney 2000, manco a dirlo, Oscar fa di nuovo centro, questa volta con arco e freccia alla mano: oro a squadre, medaglia di bronzo individuale e la nomina a “Commendatore Ordine al Merito della Repubblica”; infine a Pechino 2008 un altro bronzo nel torneo a squadre.
A fine maggio 2012, ventotto anni dopo quel terribile incidente con il trattore, ecco il telefono che squilla. Oscar risponde, dall’altra parte c’è Luca Pancalli, presidente del Comitato paralimpico, che gli comunica la decisione unanime della giunta: De Pellegrin sarà il portabandiera della nazionale italiana paralimpica a Londra 2012. Oscar ringrazia con l’umiltà dei grandi e sale al Quirinale per ricevere il tricolore.
Storie di archi, storie di frecce, dove il successo era un finale già scritto. Un centro perfetto.

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