Quando scienza e fede si parlano

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Non è solo un’opera di divulgazione, ma un lavoro di frontiera che apre delle strade e stimola la costruzione di nuovi scenari. Questa l’impressione più forte che viene dalla lettura dei due ponderosi volumi, realizzati da un centinaio di studiosi, coordinati dai professori Giuseppe Tanzella-Nitti e Alberto Strumia. Il Dizionario interdisciplinare di scienza e fede è un’opera di grande utilità e fortemente innovativa: per questo abbiamo posto alcune domande a uno dei curatori, curatori, che ci introduce al migliore utilizzo di questo lavoro. Attualmente è diffusa l’opinione di una incomunicabilità fra scienza e fede. Il progetto del “Dizionario interdisciplinare” sembra voler smentire tale idea… “In effetti è abbastanza diffusa l’idea che scienza e religione parlino due lingue diverse. Qualcuno potrebbe in fondo pensare che sia proprio questo a garantirne la compatibilità e ad evitare conflitti. È come se ognuna avesse la propria “storia” da raccontare: la storia sulle origini dell’universo, della vita, la storia su quale sia il posto che noi occupiamo nel cosmo, ecc. In tal modo, si pensa, l’incomunicabilità finirebbe col favorire ambedue. La scienza, ad esempio, dovrebbe occuparsi di un sapere oggettivo, universale, comunicabile; la fede, invece, sarebbe una cosa personale e soggettiva, senza pretesa di avere una base oggettiva, riconoscibile da tutti gli uomini, come invece accadrebbe con i risultati scientifici. “In realtà questa “spartizione di campo” non soddisfa più. Ad esempio, sappiamo oggi che il sapere scientifico possiede anch’esso una forte dimensione personale, coinvolgente, e che la fede parla di cose che interessano a tutti gli uomini, che fanno appello alle grandi domande dell’esistenza, riconosciute significative da ogni uomo e da ogni cultura. Gli scienziati sono oggi sempre più interessati alle risposte della fede, mentre la teologia cristiana va progressivamente rendendosi conto che le conoscenze scientifiche possono servirle per meglio comprendere la Rivelazione biblica. C’è oggi un maggiore desiderio di comunicare. Ma questo richiede coraggio, il coraggio di ammettere che una verità esiste, e che le scienze e la Rivelazione possono reciprocamente aiutarsi per raggiungerla. Un’opera come il Dizionario dimostra che questo dialogo è possibile e che tanto gli scienziati quanto i teologi possono raccoglierne i frutti”. Esistono altri luoghi comuni che il “Dizionario” aiuta a superare? “Direi proprio di sì. Ad esempio quello che la fede debba occuparsi dei “perché” e le scienze soltanto dei “come”, o anche che il pensiero scientifico poteva nascere solo emancipandosi dalla filosofia e dalla teologia. La scienza affronta anch’essa dei perché, volendo andare alla sostanza delle cose senza fermarsi solo alle apparenze; ma soprattutto sono gli scienziati a porsi dei perché, e talvolta piuttosto più impegnativi, quando il loro studio li conduce fino alle porte della filosofia o della teologia. Si tratta di un tipo di perché che sorgono “all’interno” del metodo scientifico, anche se puntano verso risposte che possono giungere soltanto da un ambito esterno alla scienza, ad essa superiore. Uno sguardo alla storia, poi, ci mostrerebbe che la teologia cristiana non ha ostacolato, bensì favorito lo sviluppo del pensiero scientifico, educando all’induzione e alla fiducia nella razionalità del cosmo. La filosofia, dal canto suo ha continuato e continua ad offrire alla scienza i princìpi e talvolta perfino il linguaggio del suo operare, anche se spesso gli scienziati non se ne accorgono”. La ricerca di una “unità del sapere” ha avuto grande spazio dall’antichità fino all’età moderna; torna a farsi sentire, oggi, anche attraverso movimenti culturali che esprimono l’esigenza di superare la frammentazione diffusa nelle conoscenze, e che si riflette anche nella vita quotidiana: il “Dizionario” si pone questo problema? “Certamente. Abbiamo dedicato una delle voci centrali proprio all’unità del sapere cercando di mostrare come è possibile, almeno in linea di principio, superare questa frammentazione. Le stesse scienze hanno ormai riscoperto i vantaggi dell’interdisciplinarietà e della transdisciplinarietà per poter meglio conoscere il proprio oggetto di studio. Ma al di là di questo, il sapere va ricomposto riaccostando la sfera dei mezzi a quella dei fini. Troppe volte abbiamo chiesto alla scienza di comportarsi come uno strumento, qualcosa di neutrale da potersi usare per il bene o per il male a seconda delle finalità di chi lo impiegava. In realtà la scienza e lo scienziato dovrebbero domandarsi quali sono i motivi profondi del loro operare e riconoscere che il bene e il male possono leggerlo anche nella natura delle cose, nella propria coscienza. Questo è già un primo passo sulla strada dell’unità del sapere”. Le voci del “Dizionario” si pongono frequentemente il problema dei “fondamenti” delle scienze: è una preoccupazione presente solo nei teologi o riflette anche un’esigenza delle scienze stesse? “È un’esigenza di entrambi. La novità, direi, sta nel fatto che sono state le stesse scienze ad interrogarsi sul problema dei fondamenti, specie a partire dagli anni Trenta del XX secolo, una volta superata l’illusione del neopositivismo logico ed empirista. Prima la matematica, poi la fisica, e adesso la biologia, avvertono la necessità di una logica e di un sistema di riferimento che giustifichi la loro metodologia. Senza una filosofia della natura, senza una metafisica, il metodo scientifico non sarebbe possibile, resterebbe qualcosa di autoreferenziale, alla disperata ricerca dei suoi stessi fondamenti. In realtà questi fondamenti giacciono in concezioni e conclusioni filosofiche che la scienza riceve e impiega implicitamente nelle sue ricerche. Diverso è il modo con cui la teologia si è interrogata sui fondamenti. Occupandomi di teologia fondamentale posso dirle che tale ricerca si è sviluppata soprattutto nella direzione di cercare i fondamenti della fede, del proprio credere. E ormai abbiamo imparato a cercarli non solo in una ragione “esterna” alla fede, ma in primo luogo nella Rivelazione stessa. Il messaggio cristiano si impone da sé, per la sua coerenza e la sua bellezza: è credibile perché Gesù Cristo è credibile”. In base a quale criterio sono stati scelti gli autori delle voci? E appartengono alla medesima scuola di pensiero oppure il “Dizionario” stesso si presenta come un dialogo fra diverse scuole? “I 99 autori del Dizionario appartengono a una quarantina di diversi istituti o università, delle quali solo un terzo sono università ecclesiastiche o cattoliche. Vi è però una singolare particolarità: circa il 60 per cento delle voci sono state redatte da autori che posseggono un doppio grado accademico, uno in una disciplina scientifica ed uno in una disciplina umanistica o in teologia. Questo assicura all’opera un buon livello di sintesi interdisciplinare, necessario proprio per affrontare i contenuti delle voci raccolte. Probabilmente, per quello che ci risulta, si tratta di una particolarità unica nel panorama editoriale italiano e anche straniero. I curatori non si sono rivolti ad alcuna specifica “scuola” di pensiero: abbiamo solo cercato di rivolgerci a studiosi che vedessero con favore il dialogo fra pensiero scientifico e filosofia o teologia, e dunque non avessero una visione riduzionista della conoscenza. I risultati li abbiamo visti, in un certo senso, a posteriori. E alcuni sono assai interessanti. Come ad esempio i numerosissimi riferimenti ad Aristotele e a Tommaso d’Aquino, ma anche a Pascal e, come c’era da aspettarsi, a Giovanni Paolo II, il cui ruolo nel dialogo fra pensiero scientifico e teologia è stato di primissimo piano”. Può spiegare come si articola il “Dizionario” e come si consulta? “L’opera è divisa in tre parti: “Voci tematiche”, “Voci su personaggi” e “Strumenti”. Le voci tematiche affrontano oltre un centinaio di argomenti di indole spiccatamente interdisciplinare, da Intelligenza artificiale a Trapianti, da Embrione umano a Evoluzione, da Miracolo a Mistero; ma anche voci come Analogia, Bellezza, Cielo, Simbolo, Informazione, Verità, ecc., la cui valenza multi-disciplinare è facilmente comprensibile. “Nelle voci dedicate a “Personaggi” abbiamo privilegiato quegli autori che hanno proposto una propria visione di sintesi del sapere, da Alberto Magno a Leibniz, da Tommaso d’Aquino a Pascal. Vi sono poi un certo numero di scienziati che erano anche ecclesiastici o comunque credenti, come Keplero, Stenone, Mendel, Secchi, Teilhard de Chardin e molti altri, senza però trascurare quei pensatori i quali, pur non essendo credenti, hanno influenzato in modo determinante il rapporto fra scienza e fede, come Darwin o Freud, per fare solo due nomi. “Gli strumenti comprendono oltre 200 pagine di antologie e di indici speciali, fra cui alcuni percorsi tematici per venire incontro alle necessità di quei lettori interessati ad una particolare problematica: a questi ultimi consigliamo di leggere un “pacchetto” opportuno di voci, a seconda del percorso prescelto, senza obbligarli ad esaminare tutta l’opera. Le aggiungo anche che per venire incontro a chi è interessato al rapporto fra scienza e fede o ai temi del Dizionario è ormai attiva da alcuni mesi una pagina web che si propone di offrire on line del materiale di documentazione e di studio (http://www.disf.org)”. Chi sono i vostri destinatari? “In primo luogo i docenti di scuola superiore e tutti coloro che desiderano una documentazione interdisciplinare rigorosa. Ma devo dire che fra la fascia dei nostri lettori è abbastanza ampia, come mostrano i primi mesi di diffusione dell’opera. Ci siamo proposti di offrire un servizio, culturale ed ecclesiale. E nutriamo la speranza che il Dizionario possa riuscirci. Le segnalo in conclusione una curiosità. Negli ultimi mesi ci è giunta notizia che in varie scuole e centri culturali stanno sorgendo in modo del tutto spontaneo dei gruppi di studio o anche dei semplici incontri per discutere sui temi delle voci. È in fondo quello che desideravamo e ciò ripaga abbondantemente il quasi centinaio di autori dello sforzo compiuto”.

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