Quando Jeremiah è entrato nella nostra famiglia

La famiglia Pennella racconta le difficoltà e le scelte che si compiono per far posto ad un figlio che viene da lontano.  
Bambini

Probabilmente molti si ricorderanno di Sliding Doors (porte scorrevoli), un film del 1988 interpretato da Gwyneth Paltrow in cui si racconta di Helen, una giovane donna che lavora nell’ambito delle pubbliche relazioni e che, licenziata bruscamente dal suo capo, lascia l’ufficio per andare a prendere la metropolitana e tornare a casa prima del solito. Ma cosa accadrebbe se Helen perdesse la corsa e decidesse di tornare a casa con un taxi? Sliding Doors racconta due storie parallele che si sviluppano a seguito di quella semplice decisione che cambia la vita della protagonista consentendole nuovi incontri ed esperienze.

In fondo, la storia di Helen non è molto lontana dalla nostra perché, quando ci è stato proposto di adottare Jeremiah, un bambino filippino di otto anni, si sono aperte delle sliding door e ci è stato chiesto di oltrepassarle oppure no: la risposta a quella domanda può sembrare una “piccola” scelta, ma in realtà non lo è affatto. È una domanda che ci ha sollecitato ad interrogarci, ancora una volta, sul desiderio di cambiare la nostra vita, di accedere a un mondo nuovo e diverso da quello a cui ormai eravamo abituati da anni.

 

Ma cosa ci ha aiutati a oltrepassare quelle porte scorrevoli? È difficile dirlo. Certo, ci sono stati dei momenti (l’incontro con una coppia di amici che ha adottato due bambini, la pizzeria in cui ci siamo fermati la sera dopo il primo incontro informativo in AFN) piuttosto comuni nella loro semplicità – un po’ come prendere una metropolitana – ma che in realtà ci hanno permesso di aprirci alla possibilità di accogliere qualcuno non conosciuto nella nostra vita. Ed è proprio questo il punto: affrontare ciò che è diverso.

Non si tratta solo dell’estraneità dei luoghi che incontri, dall’oppressione del caldo afoso che ti avvolge all’uscita dall’aeroporto di Manila, al caos di un traffico in cui si affastellano auto che potresti vedere a Roma e mezzi dalle carrozzerie piuttosto improbabili, ma anche persone dalle quali intuisci l’esistenza di un mondo completamente diverso dal tuo: le guardie private che ti sorridono mentre controllano se sotto la tua auto è nascosta una bomba, i venditori ambulanti coi carretti arrangiati, i cibi sconosciuti, i bambini che ti aiutano a parcheggiare davanti ad un fast food per farsi dare le patatine fritte.

 

L’estraneità non è però solo “fuori”, ma anche “dentro” di te: anche questa la devi riconoscere ed accogliere. Le sensazioni che provi, le emozioni che vivi, i pensieri, a volte anche i sogni, sono diversi, insoliti, intensi e il rischio che si corre è quello di cercare, anche inconsapevolmente, di “normalizzare” questa estraneità, di riportarla a ciò a cui si è abituati e che, proprio per questo, ci rassicura. A volte ci sembra strano che a Jeremiah non piaccia quella cosa che a noi fa impazzire o che ci chieda sempre gli hot-dog (gli stessi che rappresentavano per lui un momento speciale nelle Filippine?); ci tocca quando si incupisce improvvisamente su cose che a noi appaiono delle inezie o quando ci racconta che l’arcobaleno indica la presenza di un tesoro.  

 

Oggi Jeremiah sta diventando nostro figlio, ma non è solo nostro figlio: porta con sé una storia di otto anni piena di esperienze e ricordi che lo hanno reso il bambino che è, una storia che si sta unendo alla nostra. Quando ci ha chiesto di guardare il book fotografico che ha portato con sé dall’istituto in cui siamo andati a conoscerlo, lo abbiamo sfogliato insieme parlando delle persone e dei luoghi ripresi in quelle immagini. Abbiamo condiviso i suoi racconti, ma anche il suo dispiacere di aver lasciato il suo mondo.

In questa scoperta dell’estraneità dentro e fuori di noi siamo stati indubbiamente aiutati dal fatto che nelle Filippine si parli l’inglese, cosa che ha agevolato i primi contatti con Jeremiah, ma ci siamo resi conto che la nostra paura («Come parleremo con lui?») era stata superata innanzitutto dal fatto di aver varcato le nostre sliding door e di volerlo accogliere nella nostra vita.

a cura di Sara Fornaro

 

Box

Se non ami il mio Paese, non ami me

 

L’11 e il 12 giugno 2011 si terrà a Castel Gandolfo (Roma) il terzo convegno internazionale delle adozioni internazionali di Azione per Famiglie Nuove. Intervista alla coordinatrice Paola Iacovone.

 

Cosa c’entra l’intercultura con le adozioni?

«Il desiderio di realizzare “buone” adozioni ci fa credere che uno degli elementi essenziali per la riuscita di un’adozione sia la capacità della coppia di accogliere il bambino e ancor più la sua cultura. L’accoglienza del diverso è certamente uno dei fattori positivi per la riuscita di un’adozione».

 

L’intercultura quindi è un valore per le adozioni internazionali?

«Sì. Anche se adottato a pochi mesi, il bambino ha il diritto di non perdere la ricchezza delle proprie radici che, consapevolmente o no, porta in sé. I genitori insegnano con amore e rispetto al bambino, non più a contatto con la propria cultura, a scoprire la bellezza del suo Paese di origine. Il bambino può riconciliarsi col suo passato, superando in parte o totalmente i traumi per un Paese, una famiglia, che lo ha abbandonato e affidato a terzi, scoprendo spesso in quell’atto, un atto di amore».

 

Perché un convegno?

«La riflessione su questi temi ha suscitato l’idea di un convegno nel quale approfondire quale grande risorsa sia mettere in relazione il valore dell’intercultura e l’esperienza delle famiglie adottive. Lo faremo attraverso l’intervento di esperti e rappresentanti delle autorità italiane ed estere, ripercorrendo alcuni passi fondamentali: dallo sforzo della coppia di uscire dal proprio bisogno per accogliere quello del figlio, alla scoperta di una diversità da amare».

 

È utopistico pensare all’adozione come una via per la fratellanza universale?

«Sicuramente non è facile perché l’adozione è un processo lento che sana ferite con pazienza e amore giorno dopo giorno, ma sono sempre di più le famiglie in cui le diversità culturali si fondono, dando la prova che non è utopia e molte di queste esperienze saranno raccontate durante il convegno». 

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