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Italia > Società

Quando il cellulare fa da babysitter

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Sempre più bambini e in età sempre più precoce sono esposti in maniera eccessiva agli schermi. Ma se davvero i genitori si sentono nell’impossibilità di utilizzare sistemi alternativi, dobbiamo partire dal chiederci perché

Foto Pexels

Durante le vacanze siamo stati invitati per un pomeriggio insieme a casa di una compagna di classe della mia figlia più grande, e la mamma ci ha proposto di unirci a loro già per il pranzo. Arrivati da loro, le bambine hanno iniziato a giocare insieme mentre la mamma finiva di preparare. Quando ha chiamato tutti a tavola, però, il grande schermo tv appeso a uno dei muri della stanza è stato acceso. Per essere peraltro ignorato: appena ci siamo accomodati, infatti, la compagna di classe di mia figlia ha posto accanto al suo piatto un tablet su cui stava guardando un altro video, mentre il suo fratello più grande e il papà hanno fatto lo stesso con il telefono.

Le mie figlie, non abituate all’accoppiata televisione-tavola (abbiamo scelto di non tenere la tv in cucina), erano letteralmente fuori uso: incantate davanti allo schermo, a stento mangiavano, né ovviamente prestavano molta attenzione agli amici a tavola con loro. Da parte mia ero parecchio imbarazzata, dovendo da un lato quasi imboccare le mie figlie, e dall’altro sostenere almeno qualche parvenza di conversazione con la mamma che ci aveva invitato. Nel pomeriggio poi, per quanto dopo essersi alzati da tavola la situazione sia migliorata, gli schermi sono comunque stati una presenza importante.

Un episodio personale che mi ha fatto molto riflettere, e in cui molti probabilmente si riconosceranno in qualche misura: non è raro al ristorante vedere tavolate intere di persone immerse nei propri schermi, bambini compresi, “perché sennò non stanno buoni”; e bambini a cui, per lo stesso motivo, viene dato in mano un telefono persino nel passeggino.

Per carità, sono mamma anch’io; e anch’io ho usato e uso, se proprio non so che altro fare, lo stratagemma di un video quando ho il bisogno (vero o presunto) di calmare un capriccio subito – vuoi per il contesto in cui siamo, vuoi perché davvero non ne posso più. Però ci sono numerosi dati e testimonianze che devono portarci ad andare oltre il (comprensibile) giustificare l’utilizzo di questa “via d’uscita” con la stanchezza, lo stress, contesti che non tollerano le bizze dei bambini, genitori lasciati soli ad occuparsene, e bambini che sembrano non mostrare interesse per passatempi alternativi.

Secondi i dati dell’indagine 2022 di Hsbc per l’Istituto Superiore di Sanità, già nella fascia 2-5 mesi il 22,1% del bambini italiani passa del tempo davanti ad uno schermo – con punte del 30% in Puglia e Sicilia, e del 28% in Campania; per passare al 58% nella fascia 11-15 mesi (con punte del 75% in Calabria). Circa il 3% dei bambini in questa fascia d’età vi passa addirittura più di 3 ore al giorno, con punte del 5% in Campania e Calabria. In generale, nota, l’Iss, emerge un quadro in cui il tempo di esposizione agli schermi è sensibilmente più elevato al Sud.

Interessante peraltro notare che, già in questa fascia d’età, nel momento in cui viene “tolto” lo schermo ad un bambino durante la visione si osservano reazioni simili a quando viene tolto il seno durante la poppata.

Nella fascia 0-2 anni, il 26% dei bambini fa un uso autonomo dei dispositivi elettronici, percentuale che sale al 62% tra i 3 e i 5 anni.

Secondo le linee guida della Società Italiana di Pediatria, gli schermi sono del tutto sconsigliati prima dei 2 anni, e l’esposizione dovrebbe essere limitata a massimo un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a due tra i 5 e gli 8, mentre un utilizzo superiore alle 25 ore settimanali può creare dipendenza – creando poi potenzialmente la strada, già in età preadolescenziale, a dipendenze più serie come quelle dal gioco d’azzardo e dalla pornografia online.

Salendo d’età, secondo i dati di Save the Children i bambini tra i 6 e i 10 anni che usano il cellulare quotidianamente sono il 30,2% (dati 2023). Se speravate che ciò significhi poi una maggiore capacità di fare uso delle tecnologie digitali, ricredetevi: nella mappa europea sulle competenze digitali dei 16-19enni l’Italia si posiziona quart’ultima, con il 42% di giovanissimi con scarse o nessuna competenza, contro una media europea del 31%.

Sono numerose le criticità che i pediatri segnalano in relazione ad un uso eccessivo degli schermi: problemi alla vista, alla postura, disturbi comportamentali e dell’apprendimento e ritardo del linguaggio. Secondo una ricerca pubblicata su Jama Pediatrics nel 2024, c’è un’associazione significativa tra esposizione precoce agli schermi e profili sensoriali atipici, in parte simili a quelli osservati nei disturbi dello spettro autistico.

I dati, peraltro, sembrano inversamente proporzionali a quelli dell’esposizione dei bambini alla lettura di libri: sempre secondo l’Iss, nella fascia d’età 2-5 mesi quasi il 60% dei bambini non ha mai ricevuto alcuna lettura dai genitori nella settimana precedente l’indagine, con punte del 70% in Sicilia. Tra gli 11 e i 15 mesi, la percentuale di piccoli a cui non è stato letto alcun libro varia dal 16,4% del Trentino al 48,5% della Campania.

I pediatri spesso, quando mettono in guardia da questi pericoli, non vengono bene accolti: non si contano i casi di professionisti attaccati sui social perché accusati di non capire i genitori e la loro difficoltà a gestire i figli, di volerli giudicare anziché aiutare, di essere scollegati dalla società.

Che fare dunque? Posto che un utilizzo ragionato degli schermi può presentare risvolti positivi anche per bambini – video e cartoni “educativi” visti insieme e magari commentati, una bella riunioni di famiglia davanti alle foto dell’ultima gita insieme, senza parlare di ciò che riguarda progetti scolastici per i più grandi – probabilmente è utile spostare la domanda, ossia: perché i genitori si trovano a sentirsi “obbligati” a questa soluzione? Siamo noi adulti, schermo-dipendenti noi stessi, a non saper o voler più davvero scegliere modalità diverse di “staccare la spina” per noi stessi, e quindi nemmeno per i nostri figli? Sono i nostri ritmi di vita, o i contesti sociali, a non tollerare più il fatto che un bambino faccia i capricci o il tempo necessario a calmarlo senza “anestetizzarlo” con uno schermo? È la gente che sta attorno ai genitori ad ostacolare, anziché aiutare? E se i bambini sembrano essere interessati a null’altro che ai video e sembrano calmarsi solo con quelli, perché? Che cosa non sta funzionando nel proporre loro un libro, un giocattolo o un altro passatempo?

Solo quanto avremo risposto a queste domande potremo davvero trovare il giusto equilibrio nell’utilizzo degli schermi, sia per gli adulti che per i bambini.

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