Quale mais?

Sempre acceso il dibattito sugli organismi geneticamente modificati. Qualche dato per capire.
Alimentazione Mais
Il conflitto si annuncia duro, anche se ora sembra prevalere una parte, ora l’altra. Stiamo parlando di quello che sta succedendo riguardo all’autorizzazione alla coltivazione, in Italia, di Ogm, gli organismi geneticamente modificati, piante nel cui corredo cromosomico l’uomo ha introdotto uno o più geni estranei, prelevati da un organismo donatore.

Un rapido flash sui fatti. Il 19 gennaio scorso il Consiglio di Stato, il più alto organo della giustizia amministrativa, aveva accolto la richiesta di Silvano Dalla Libera, un agricoltore di Pordenone, vice presidente di Futuragra (un’associazione di 500 proprietari terrieri), di utilizzare sementi di mais MO810. Dopo il no da parte di vari ministri in questi anni, Dalla Libera aveva infatti presentato ricorso prima al Tar del Lazio e poi al Consiglio di Stato, che ha dato appunto il via libera. Di diverso avviso quelli del ministero delle Politiche agricole, che entro novanta giorni avrebbero dovuto concedere o meno la definitiva autorizzazione. Che non è arrivata. Il titolare del ministero, Zaia, nel frattempo divenuto governatore del Veneto, così si è espresso: «La motivazione squisitamente tecnica della contrarietà è nell’assenza delle condizioni che garantiscono la coesistenza fra coltivazioni Ogm e coltivazioni non Ogm». Da parte sua Dalla Libera ha annunciato battaglia: «Impugneremo il decreto», ha assicurato.

 

Cerchiamo dunque di capire dal punto di vista scientifico quali sono i termini del dibattito. Anzitutto, cos’è questo mais di cui si parla? È un mais transgenico brevettato dalla multinazionale Monsanto con il nome di Yieldgard, resistente alla piralide, insetto dannoso le cui larve scavano gallerie nei fusti che, indeboliti, sono soggetti a rompersi. Inoltre l’insetto si nutre delle foglie e attacca la spiga.

Finora per gli Ogm veniva applicato il principio di equivalenza sostanziale, secondo il quale le sementi e gli alimenti geneticamente modificati possiedono grosso modo la stessa composizione organolettica, chimica e nutrizionale del corrispondente alimento tradizionale. Di conseguenza, sull’etichetta dei prodotti Ogm non deve essere indicata tale provenienza. Il fatto che un cibo Ogm è chimicamente assimilabile al corrispondente tradizionale non costituisce però una prova idonea che sia senza rischi per il consumo umano; è necessario effettuare analisi tossicologiche e immunologiche.

A tale principio va affiancandosi il principio di precauzione (PC), sancito dalla Dichiarazione di Rio del 1992 adottato dalla Organizzazione mondiale del commercio, per cui un Paese può assumere norme precauzionali nel caso in cui sull’argomento in questione le risultanze scientifiche siano insufficienti, incerte e vengano avanzate fondate ipotesi di possibili effetti negativi sull’ambiente, la salute degli esseri umani, degli animali e delle piante. Finora gli Ogm sono considerati sicuri fino a prova contraria; adottando invece il principio di precauzione, i Paesi possono astenersi dall’impiego di Ogm, finché non sia dimostrato con certezza che non causano danni gravi e irreversibili agli ecosistemi e all’uomo.

 

L’Unione europea, che il 22 aprile 1998 aveva autorizzato in tutti gli Stati membri la coltivazione, l’importazione e l’uso alimentare del MO810 (compresi i prodotti derivati come farina, glutine, semola, amido, glucosio e olio), giudicato, sotto il profilo nutrizionale e della composizione chimica, sostanzialmente equivalente a mais alimentari già sul mercato, era tenuta a stabilire i piani di coesistenza per la coltivazione. Assicurare la coesistenza significa fissare le distanze di separazione da adottare, barriere fisiche come alberi, siepi, zone cuscinetto, colture di bordo, allo scopo di evitare la contaminazione di polline di piante geneticamente modificate con quelle di varietà tradizionali e biologiche.

Ma l’Ue non è stata finora in grado di approntare tali regole, perché il comitato di esperti ha ravvisato l’impossibilità di fissare distanze certe in quanto il polline, specie attraverso il vento o gli insetti, può giungere a distanze non ben definibili. Pertanto è stata delegata agli Stati membri l’elaborazione delle linee guida per la coesistenza delle coltivazioni. L’Italia, come altri Stati membri, ha affidato tale compito alle regioni, che però non hanno ancora ottemperato del tutto al mandato ricevuto. Ad oggi – tranne Valle d’Aosta, Lombardia, Sardegna e Calabria –, tutte le regioni hanno dichiarato l’esclusione della coltivazione di piante Ogm su tutto o parte del loro territorio.

La vicenda non è chiusa e sulle ragioni dei sostenitori e dei contrari torneremo a parlare.

 

 

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