Putin all’angolo

Fase critica della guerra ucraina. La recente avanzata delle truppe di Kiev porta Mosca a tentare il tutto per tutto. Mai così vicini a un salto di qualità, nucleare e irreversibile, del conflitto
Vladimir Putin e il ministro della difesa Sergei Shoigu (Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP)

Ora si capiscono i toni assai scettici mostrati da Xi e da Modi a Samarcanda, nella riunione del Gruppo di Shanghai, sull’opzione bellica esposta loro da un Putin assai determinato. Forse nei salottini dei discorsi testa a testa, il presidente russo avrà ventilato minacce destinate a creare perplessità nei suoi interlocutori, pur alleati. E ancor più si capisce il senso dell’allocuzione quasi sconfortata del segretario delle Nazioni Unite, Guterres all’assemblea generale Onu in corso a New York, così come quelle dei leader mondiali tra cui Draghi.

Putin vuole infatti andare fino in fondo, non accetterà una seconda umiliazione per il suo Paese dopo quella degli anni Novanta del secolo scorso per il dissolvimento dell’Unione Sovietica. Le notizie dal fronte non sono buone; in patria qualcuno comincia a criticare le scelte troppo violente del presidente mentre altri criticano, al contrario, la sua scarsa determinazione; l’economia russa vacilla sul serio; il consenso dei suoi alleati diventa freddezza; i giovani e meno giovani nella possibilità di essere mandati al fronte cercano vie d’uscita per evitare la prescrizione; l’Europa sembra riuscire a sostituire il gas russo nel giro di un paio d’anni…

Ma, spinto all’angolo, Putin rischia di cominciare a mollare fendenti alla cieca, rischiando perciò che i “danni collaterali” prendano il sopravvento sui danni direttamente indirizzati su obiettivi militari. E sappiamo cosa ciò vorrebbe dire… Al di là del proprio destino personale – senza dubbio i malumori anche nel suo entourage più stretto stanno lievitando – Putin sembra convinto che sia in atto una guerra mondiale tra il fronte degli Stati occidentali, Stati Uniti in testa, e il resto del mondo.

Resto del mondo nel quale egli appare il terzo incomodo, tra Cina e India, con la prospettiva di finire stritolato (leggi acquisito) dai due potentissimi partner. L’oggetto della tenzone è il pianeta stesso: sarà monopolare, bipolare o multipolare? La sua appare, a lui e a tanti suoi concittadini, come una riaffermazione della grandezza della Terza Roma, tendenza mai svanita e che tante volte è tornata in superficie nella storia del gigante euro-asiatico.

Al di là dell’esattezza o meno delle sue analisi, Vladimir Putin si rende conto che potrebbe passare nei libri di storia come l’epigono del declino russo-zarista-sovietico, o come l’araldo – e forse il martire – della grandezza del suo grande ma fragile Paese. È con questa logica che forse vanno lette le decisioni prese poche ore fa e annunciate in un discorso mattiniero al popolo inquieto: io sono qui, se riuniamo subito tutte le nostre forze riusciremo a dare la spallata decisiva alla guerra, anticipando sul tempo un esercito come quello ucraino che riesce a vincere solo per gli aiuti in armi, logistica e formazione militare dei Paesi occidentali, Usa in testa.

Invoca la mobilitazione (non ancora generale); 300 mila riservisti verranno richiamati alle armi (secondo criteri che ancora non sono noti); le imprese saranno chiamate a uno sforzo sovrumano per sostituire il 100 per cento delle produzioni estere ora negate alla Russia; sui reprobi cadranno come una mannaia sanzioni draconiane; soprattutto, si accettano le richieste provenienti dai filorussi di Lugansk, Donetsk e qualche altro pezzo di Ucraina, per indire dei referendum sulla possibile annessione dei territori contesi alla Russia.

Si dirà: che cosa cambia se i territori sono già sotto controllo dell’esercito di Mosca? Cambia invece tutto, perché dal momento dell’eventuale annessione ogni proiettile che − con la scritta “Made in Usa”, o “Fabriqué en France”, o ancora “Manufatto italiano” − cadrà in quei territori, cadrà (per Putin) in Russia, e verrà considerato una dichiarazione di guerra a Mosca.

In realtà finora, nonostante le sanzioni contro l’economia russa, nonostante l’invio di armi e l’implicazione di tante intelligenze occidentali nella cyberwar, nella guerra digitale, la sottile linea del diretto impegno in guerra dei Paesi occidentali è ancora vigente, anche perché la Russia non poteva fare a meno dei proventi del gas pagati dagli europei.

Ora che l’esercito ucraino avanza, che gli europei si organizzano per diversificare le loro fonti energetiche, che il fronte antioccidentale del Gruppo di Shanghai non appare così granitico come si pensava, che la logistica russa appare assai deficitaria… Putin non può che tentare il tutto per tutto, ne va dell’impronta che lascerà nella storia.

Riuscirà nell’impresa o quello annunciato da poche ore è semplicemente un bluff? Probabilmente siamo in una via di mezzo nel poker ucraino. Il problema sta nel fatto che Putin può far saltare il banco con il suo terzo asso nella manica. I primi due li ha già giocati – gas e solidarietà sino-indiana −, ma ha (parzialmente) fallito. Gli resta l’arma nucleare, che provocherebbe un indicibile catena di ritorsioni da far invocare solo la misericordia divina.

Mai come oggi l’Onu sarebbe necessaria, se solo i giocatori fossero d’accordo sulle regole comuni. I discorsi a New York di questi giorni, se da una parte riaffermano le volontà contrastanti delle parti, dall’altra sono tutti, indistintamente, preoccupati e quindi tradiscono forse una maggiore disponibilità ad accettare qualche compromesso.

Siamo a un bivio: la stessa reazione moderatamente soddisfatta degli Usa all’avanzata repentina dell’esercito ucraino nel nord del Paese, dettata dalla preoccupazione delle reazioni possibili di Mosca, sembra indicare che il peggio potrebbe accadere senza un intervento internazionale. Serve un sussulto di umanità, ovunque. E lo stesso Putin potrebbe rimanere nella storia, sospendendo il proprio dito sopra il pulsante rosso del nucleare, come colui che ha evitato il peggio. Per magnanimità si potrebbe dire. E così cadrebbe in piedi.

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