Pronti a partire

Guerra, Sars, terrorismo e chi più ne ha più ne metta. Preoccupazioni mondiali con ripercussioni mondiali. A tutti i livelli. Ce ne siamo interessati e ce ne stiamo interessando. Allarmati, preoccupati, agitati. Adesso che ci troviamo a programmare le vacanze costatiamo ancora più da vicino che quello che accade nel mondo ci riguarda, ha a che fare con noi. Ciò non toglie che abbiamo tutto il diritto di riposare. Ma c’è modo e modo di farlo. Potremmo cominciare ad accorgerci, per esempio, che anche le nostre scelte vacanziere possono concorrere o meno a rispettare o turbare determinati equilibri sociali. Un dato statistico: l’80 per cento della popolazione povera del mondo vive concentrata in dodici paesi. Nell’83 per cento di essi l’attività turistica rappresenta una buona percentuale del loro attivo di bilancio arrivando ad essere la principale voce in un terzo dei paesi in via di sviluppo (Pvs). Un altro dato: solo nel 2002, secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, il numero di chi viaggia per turismo ha raggiunto quota 715 milioni. Nonostante l’11 settembre 2001. Andamento questo che, nel tempo, ha fatto diventare quella del turismo, la prima industria a livello globale per fatturato e grado di occupazione. Problema: se nei paesi poveri c’è tanta offerta di turismo e in quelli ricchi altrettanta domanda, come mai la domanda e l’offerta, pur incontrandosi, non producono una ricchezza proporzionata? Quella ricchezza che per questi popoli coinciderebbe con sviluppo consentendo condizioni di vita meno disumane” “Il turismo è un ingrediente importante del prodotto benessere del mondo” ha affermato di recente Robert A. Mundell, docente della Columbia university, premio Nobel per l’economia 1999. “Ed è un ingrediente – continuava – che, se le condizioni politiche lo permettono, può essere un veicolo di pace e di comprensione fra i popoli”. E che per uno sviluppo economico sostenibile di questi paesi non ci fosse “industria più importante del turismo ” è convinta anche Sara Sievers, responsabile del Centro per la globalizzazione e lo sviluppo sostenibile della stessa università. Dunque non si tratterebbe di creare industrie o fabbriche, ma di sfruttare la ricchezza che già c’è. Quella naturale, appunto, di cui godono tanti dei Pvs e che però, nella maggior parte dei casi, si ferma nelle tasche di imprenditori stranieri. Soluzione occidentale del problema! Il turismo come via alla pace, allo sviluppo, all’integrazione? E in che senso? Analizziamo un po’ la situazione. Nell’epoca globalizzata in cui viviamo spostarsi da un posto all’altro è una possibilità alla portata di un sempre maggior numero di persone. La mobilità umana è oramai una caratteristica acquisita nella società odierna, risultato di tanti fattori: non ultimo l’apertura delle frontiere fra diversi paesi, la conquista delle vacanze retribuite, la facilità dei mezzi di comunicazione. Una grande opportunità se, come abbiamo visto, il fattore economico non avesse troppo spesso il sopravvento facendoci dimenticare che viaggiare ci pone a contatto con altri popoli, altre culture, religioni, modi di intendere la vita, comprendere la storia. Come ebbe a ricordare Giovanni Paolo II in un messaggio per la Giornata mondiale del turismo 2001, “il turismo costituisce un’occasione favorevole per questo dialogo fra le civiltà, perché promuove l’inventario delle ricchezze specifiche che distinguono una civiltà dall’altra; favorisce il richiamo a una memoria viva della storia e delle sue tradizioni sociali, religiose e spirituali e un approfondimento reciproco delle ricchezze dell’umanità “. Quante volte invece si torna da un posto senza averne “incontrato” gli abitanti? Senza averne conosciuto usi, costumi, tradizioni se non per una puntatina al ristorante tipico (gesti- infatto chissà da chi?). Per non dire che, dall’altra parte, l’opportunità di vendere prodotti “originali” porta spesso ad un esotismo esasperato e finto allo stesso tempo. Vedi certi villaggi turistici e non solo. Ma la ricaduta economica della mia presenza a chi gioverà? Ne beneficerà la gente del posto? Sono domande che dovremmo porci quando varchiamo certi confini. Ma non è che il discorso cambi di molto se non usciamo dallo “stivale”. Dicono che quest’anno gli italiani viaggeranno poco all’estero per tutti quei fattori citati all’inizio. E allora ecco la corsa ai rincari. Un mese di affitto in un bilocale della Costa Smeralda può arrivare fino a 4 mila euro e una settimana a Cortina raggiungere i 2700 euro… Siamo agli eccessi certo ma non è che per il resto vada molto meglio. Turismo uguale consumismo? Anche qui qualcuno è corso ai ripari: baratto di case in località di villeggiature o ricorso al camper, qualche esempio di scelta” sostenibile per le tasche e non irresponsabile. Perché la vacanza è un diritto sì, ma non a tutti i costi. Meno spettatori più protagonisti Fabio e Cristina, sposati da qualche anno: di Torino, 37 anni lui; romana, 33 anni lei. Dinamici, sportivi, moderni. Con uno stile di vita originale secondo i canoni più comuni, normale per loro. Niente televisore in casa per non subire l’assalto mediatico; una lista di nozze presso un negozio del commercio equo e solidale. Tanto per dire qualcuna delle loro scelte. Una passione per i viaggi. Anche questi originali. Il tempo libero infatti loro lo dedicano ad un progetto: entrare in contatto con persone e realtà diverse da quelle comunemente conosciute. Salvador, Vietnam, Guatemala, vari paesi dell’Africa, India, Ecuador, Etiopia, Birmania, Cambogia, Thailandia, Romania, Madagascar le mete. Non per una scelta esotica. Dall’esperienza di Fabio con un’associazione torinese (Insieme senza confini – Svdp ’87) nasce infatto ti a Roma “Conterranei” che, legata a quella, è finalizzata a progetti di solidarietà che spesso si concretizzano in adozioni a distanza. Passano così le loro vacanze, visitando paesi dove sono partiti progetti finanziati da questo che è un gruppo di amici inizialmente estranei al discorso della solidarietà, tutti interessati però a rapporti più profondi. “Ma davvero trascorrete in questo modo tutte le vacanze?”, chiedo loro, “Sì, una volta l’anno quando va male, quando va bene anche due volte l’anno, estate e Natale”, si fa una sonora risata Cristina. “I nostri sono viaggi di conoscenza – aggiunge Fabio -, che vuol dire stile semplice ma con la possibilità di conoscere qualcosa in più, di essere meno spettatori. Senza presunzione, certo, però il fatto di avere dei progetti, essere in contatto con persone che ti fanno entrare nella realtà locale, ti fanno mangiare con loro (anche con conseguenze non sempre salutari”), ti fa sentire più a casa pur dentro realtà completamente diverse. Inoltre viaggiare così fa sperimentare i risultati negativi della globalizzazione, sui paesi più poveri. Vedere la gente morire di fame o di malattie intestinali nel 2000 fa impressione. E’ diverso che vederlo in fotografia”. “E non rimpiangete il fatto di rinunciare ad altri tipi di vacanze?”, provo a dire. “Questa idea dei viaggi di conoscenza – interviene Cristina – è la cosa che più ci ha attirato. Adesso se ci troviamo a fare qualche viaggio “normale” non ci entusiasma più. A noi questi viaggi piacciono perché ci arricchiscono. Sono sicura che chi ne facesse uno abbandonerebbe il villaggio turistico, l’albergo”. Entrare in contatto con le persone è molto di più. Andare in un posto senza riuscire a conoscerlo non mi piace, che sia nei dintorni di Roma o dall’altra parte del mondo”. “E poi nei villaggi turistici, comunque, vedi persone che non hanno la possibilità di conoscere nulla – commenta Fabio -. Certi villaggi sono circondati da persone armate. Ma a proteggere che cosa? Che la gente non esca o che qualcuno entri? Perché appena esci da un villaggio così potresti entrare in contatto con la realtà del paese che a volte è “proibito” vedere. Tanti centri che sorgono in questi posti probabilmente non danneggiano l’economia del paese ma sicuramente non la aiutano”. Non la finirebbero di raccontare episodi, aneddoti, curiosità. Nei loro occhi, comunque, la vedi questa gente di cui si sono interessati, con cui hanno costruito un rapporto vero, un’amicizia profonda. E ti accorgi che non è una presunzione, la loro, quella di voler essere meno spettatori. CRITERI PER UN TURISMO RESPONSABILE Il turismo responsabile ha le seguenti caratteristiche: – riduce gli impatti economici, ambientali e sociali negativi; – produce maggiori benefici economici per la popolazione locale e contribuisce al benessere delle comunità di accoglienza, offrendo migliori condizioni di lavoro e di accesso all’industria; – coinvolge la popolazione locale nelle decisioni che riguardano le sue condizioni di vita e il suo futuro; – contribuisce positivamente alla conservazione dell’eredità naturale e culturale e della diversità nel mondo; – offre un’esperienza più soddisfacente per i turisti attraverso relazioni più cordiali con la popolazione locale, una maggiore conoscenza della cultura locale e dei suoi problemi sociali e ambientali; – fornisce l’accesso alle persone con limitazioni fisiche; – si mostra sensibile alla cultura, genera rispetto tra i turisti e gli ospiti, e coadiuva a rafforzare l’autostima nella popolazione locale. (Dalla Dichiarazione del Summit di Johannesburg, agosto 2002)

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