I promessi sposi del Sud

A Guardia Piemontese, nel Cosentino, unico comune del Meridione dove si parla occitano, si consumò nel XVI secolo uno degli episodi più cruenti d’intolleranza religiosa, rievocato nel romanzo storico “Autodafé”

Autodafé: questo termine portoghese, che significa “atto di fede”, rievoca un odioso passato, quando coloro che erano considerati eretici dalla Chiesa cattolica venivano perseguitati e puniti dalla Santa Inquisizione. La cerimonia dell’autodafé prevedeva: messa e preghiere, sfilata pubblica dei rei e lettura della sentenza. I condannati venivano fatti avanzare a colpi di sferza, i capelli rasati e vestiti con sacchi sui quali erano cucite immagini indicanti la pena stabilita: una croce di sant’Andrea per chi, pentitosi, poteva evitare il supplizio, mezza croce se aveva subìto un’ammenda, fiamme se condannato ad essere bruciato vivo. Gli autodafé erano eseguiti sulla pubblica piazza dalle autorità civili alla presenza di quelle ecclesiastiche.

Se il condannato si pentiva in extremis e abiurava dalle proprie convinzioni poteva scampare al rogo, purché non fosse stato in precedenza condannato dalla Santa Inquisizione: in tal caso, prima di essere arso veniva strangolato o decapitato come atto di clemenza. A chi invece confessava (magari dopo tortura) il proprio errore indicando gli eventuali complici venivano inflitte pene inferiori, come l’esilio, la prigione, la pubblica fustigazione o l’infamante “abitello” che lo qualificava eretico.

Teatro della maggior parte di questi orrendi cerimoniali fu la Penisola iberica, dove la tradizione inaugurata a Siviglia nel 1481 dal grande inquisitore Tomás de Torquemada continuò fino al XVIII secolo. In realtà l’ultimo autodafé venne celebrato in Messico nel 1850.

Autodafé è anche il titolo di un romanzo edito dall’Editrice Claudiana, che inizia proprio con una scena di condanna al rogo. Così ne riassume la trama lo stesso autore Renato Salvaggio, predicatore non nuovo alle ricostruzioni storiche della sua Chiesa valdese: «Mentre la Santa Inquisizione domina incontrastata processando e rimettendo al braccio secolare decine di presunti nemici della Chiesa cattolica, nella Palermo del 1560 due giovani innamorati vengono a conoscenza di un diverso modo di vivere la fede cristiana. Costretti a fuggire dalla città, incontrano una realtà sorprendente, affascinante e, a un tempo, tragica che li porta a maturare una nuova consapevolezza e ne segna profondamente le vite. Sullo sfondo, un dramma di grande intensità che si apre con l’autodafé di Giacomo Bonelli e si avvia a conclusione con il massacro del popolo dei valdesi di Calabria, colpevoli di professare una fede diversa da quella cattolica. Una vicenda terribile con personaggi – molti dei quali realmente esistiti – dalla toccante umanità».

I due innamorati sono il merciaio Giovanni Lodato e la ricamatrice Caterina Bonanno. In seguito alle loro frequentazioni in ambienti vicini all’”eresia” e ad un incidente mortale nel quale si sono trovati coinvolti, questi “promessi sposi” palermitani cercano in Calabria la Terra promessa dove mettere su famiglia, ignari però dell’odissea che li attende anche lì. L’accoglienza calorosa dei valdesi di Guardia, infatti, è solo una pausa di sereno prima della tempesta che sta per scatenarsi su questa pacifica comunità di contadini fedeli alle proprie convinzioni a costo della vita.

Le pagine più truci del romanzo riguardano appunto l’eccidio degli inermi abitanti di quel borgo del Cosentino, e non solo, ad opera delle truppe spagnole inviate dal vicerè di Napoli, sotto la pressione della Chiesa di Roma e del marchese Spinelli; eccidio che comprende il saccheggio e l’incendio delle case, la distruzione delle colture e degli armenti. A questo che è il momento clou del romanzo (come la peste manzoniana che vede coinvolti Renzo e Lucia) Giovanni a Caterina scampano per miracolo. Prima di ritornare a Palermo, dove vedranno realizzato il loro sogno di nozze, i due giovani s’imbattono in uno dei pochi superstiti, che consegna loro – quasi un testimone – una copia del Nuovo Testamento in lingua italiana, libro proibito a dei semplici cristiani come loro. Entrambi potranno vivere finalmente indisturbati e avere dei figli, sempre memori tuttavia dei loro amici valdesi tragicamente periti. Conclude così l’autore: «Non dimenticarono mai le idee evangeliche che avevano apprese, coltivandole in segreto e continuando a leggere il Nuovo Testamento che avevano ricevuto in dono, fino alla fine. Che cos’altro potevano fare?».

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Oggi Guardia, così detta da un’antica torretta adibita all’avvisamento dei pirati saraceni, è una rinomata cittadina termale appollaiata sulla Catena costiera tirrenica tra una rigogliosa vegetazione di abeti, faggi e pini. L’aggettivo “Piemontese”, aggiunto nel 1863, allude ai suoi fondatori: i valdesi di Bobbio Pellice, in Piemonte, che a causa dell’intolleranza religiosa nelle loro valli ripararono in Calabria tra il XII e il XIII secolo, stabilendosi anche a Montalto e a San Sisto. Vissuti per due-tre secoli senza conflitti con le comunità cattoliche circostanti e professando in clandestinità il proprio credo, dopo l’adesione alla Riforma protestante furono condannati allo sterminio dalla Chiesa di Roma insieme ai loro fratelli di Piemonte. Quante le vittime di quel fatale 5 giugno 1561? Secondo un testimone del tempo, circa 2 mila, tra cui donne, bambini e anziani; secondo gli storici, in mancanza di fonti precise, si va da un minimo di 600 a un massimo di 6 mila.

Ricordano oggi quella crudele repressione la “Giornata della memoria” del 5 giugno e la porta detta “del sangue”, antico e principale ingresso del borgo. Altre testimonianze nel suo centro storico sono alcune porte casalinghe munite di spioncino, imposto dall’Inquisizione per controllare anche la vita privata di quanti, scampati al massacro, erano stati convertiti con la forza al cattolicesimo, la “Roccia di Val Pellice” in piazza Chiesa Valdese (dal nome del tempio devastato durante la persecuzione del 1561): un lastrone di roccia alpina donato dai valdesi di Piemonte nel 1975 con inciso un versetto del profeta Isaia (51,1): «Considerate la roccia da cui foste tratti»; e tra le istituzioni culturali, il Centro Gianluigi Pascale, che insieme al Laboratorio tessile ospita il Museo Valdese, importante punto di riferimento per approfondire la storia di questa comunità in Calabria e altrove.

Ma poi c’è una testimonianza viva: gli abitanti parlano ancora l’occitano, il “volgare d’oc” diffuso nell’Europa medievale, nel quale Pietro Valdo, il mercante lionese ispiratore del movimento che da lui prese nome, si fece tradurre i testi sacri. Attualmente l’occitano è parlato da circa tre milioni di persone, avendo delineato nel corso del tempo una macro area europea a sud della Francia che include anche zone della Catalogna e dell’Italia. Nel nostro Paese si parla occitano in 120 comuni delle province di Torino, Cuneo e Imperia. Unica isola linguistica occitana nel Meridione è proprio Guardia Piemontese: La Gàrdia in idioma “guardiolo”.

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