Project manager

Sono stato responsabile di un progetto europeo per la realizzazione di una rete di comunicazioni per la definizione delle pensioni internazionali. Il nostro lavoro consisteva nell’analizzare e coordinare gli aspetti funzionali, tecnici e organizzativi dei sistemi pensionistici dei vari stati coinvolti nel progetto, cercando una soluzione comune che tenesse però conto e valorizzasse le caratteristiche specifiche di ogni paese. Periodicamente dovevo riferire sullo stato dei lavori al consesso dei rappresentanti degli stati dell’Unione, più gli ufficiali della Commissione europea. Durante una di queste riunioni plenarie, ha parlato prima di me la responsabile di un altro progetto. Al termine, durante una pausa dei lavori, l’ho avvicinata per chiederle perché, durante la sua esposizione, fosse stata così poco precisa e quasi incomprensibile nella descrizione delle attività e dei risultati del suo progetto. Lei mi ha risposto premurosa dandomi dei consigli secondo lei preziosi per il mio futuro: “Devi sapere che questa è una specie di arena, dove rischi continuamente di essere criticato e messo in difficoltà, spesso per motivi incomprensibili e in conflitto tra di loro. Tu quindi cerca di essere impeccabile, ma in realtà sii generico, fumoso, non spiegare le cose, in modo che capiscano poco o niente e quindi, per paura di fare brutta figura, non ti attacchino”. Ho riflettuto su questo consiglio, ma non potevo seguirlo. Tutto quello in cui credevo fin da giovane, e che aveva investito anche la mia professionalità della sua luce – il vangelo -, mi diceva che, al contrario, dovevo far loro capire cosa stavamo facendo, sia dal punto di vista professionale, perché erano loro che pagavano per quel progetto e dovevano essere messi in condizione di decidere correttamente. E anche dal punto di vista umano, perché si trattava di un servizio per i pensionati europei, che doveva essere fatto bene, e aveva quindi bisogno del contributo dei rappresentanti degli stati, in modo da tener conto di tutte le situazioni particolari. Ho dunque esposto lo stato del progetto con calma e chiarezza, guardandoli in faccia per essere sicuro che comprendessero bene. Al termine dell’esposizione, per più di un’ora sono stato sottoposto ad una raffica di domande ed osservazioni da tutte le delegazioni. Nel rispondere cercavo sempre di mettermi nella “pelle” e nella cultura di colui che faceva la domanda, in modo da capire cosa c’era dietro e rispondere in modo mirato e personale. Durante la discussione si sono accesi anche vivaci contrasti tra i delegati, spesso dovuti solo ad incomprensioni a causa delle diverse culture, modi di dire, legislazioni, abitudini ecc. Ho cercato quindi di intervenire con delicatezza, spiegando all’uno perché l’altro aveva fatto quella osservazione, che però andava letta e interpretata in un certo modo, aiutandoli quindi a capirsi, a dissipare il sospetto di secondi fini, per trovare un punto comune. Il risultato finale è stato l’approvazione del progetto, con una serie di osservazioni e miglioramenti condivisi da tutti i delegati. C’era una bella e insolita “aria” tra tutti, e quando alla fine mi sono alzato salutandoli e ringraziandoli per la fruttuosa revisione che avevamo fatto insieme, mi hanno fatto un applauso, fatto penso mai successo in quella sala. Fuori, i colleghi degli altri progetti internazionali si meravigliavano per come le cose a me fossero andate bene. Io sapevo perché: invece di preoccuparmi e agitarmi per la riuscita del progetto, non avevo fatto altro che cercare di voler bene ai delegati. Il vangelo dice: “Date e vi sarà dato “. Il “vi sarà dato” era arrivato con l’approvazione del progetto, ma anche con le modifiche migliorative, con quell’applauso e con quell’atmosfera di maggior fiducia tra tutti.

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