Progetto “Barrio Solidario Natural”

Donne coraggiose di un quartiere tra i più poveri di Montevideo acquistano la capacità di provvedere alle loro famiglie.
Barrio

«La casa dove vivo la condivido con una zia e sua figlia, ragazza madre. Per un certo periodo ha abitato con noi anche un altro figlio di mia zia, che però, essendo tossicodipendente, ha reso la convivenza per niente facile. Tutto si era complicato: questo ragazzo mi ha rubato infatti tante cose materiali, ma soprattutto in quel periodo ho perso la pace, la fiducia, gli amici e la fede. Mi sembrava che Dio non vedesse la mia sofferenza, che non mi ascoltasse».

Siamo a Barrio Borro, uno dei quartieri a più alto indice di povertà ed esclusione sociale di Montevideo, in Uruguay, Paese che ha pagato un duro prezzo sociale alla grave crisi economica. A raccontare la sua esperienza è Gabriela, «una mamma nubile di ventinove anni, ma orgogliosa dei miei tre bellissimi bambini, Camila di nove anni e Matías e Gustavo di due».

 

Uno dei maggiori problemi con cui si devono confrontare lei e le altre donne del quartiere è che, dovendo le madri assentarsi da casa quasi per l’intera giornata per il lavoro, a badare ai figli più piccoli devono rimanere i fratelli maggiori. I quali però, costretti ad abbandonare gli studi, si ritrovano, dopo breve tempo, nelle stesse condizioni di miseria dei genitori.

E così, per offrire a queste donne, prive dei propri mariti che le hanno abbandonate, una formazione professionale adeguata, nasce nel 2007 il “Barrio Solidario Natural”, progetto dovuto all’intervento dell’Ong Amu, al contributo di numerosi gruppi di sostenitori della Toscana, del comune di Empoli e delle aziende di Economia di Comunione, nonché alla collaborazione di El Chajà (Centro comunitario di formazione e cultura rurale della provincia di Florida).

 

Durante i primi anni di attività le donne utilizzavano i telai messi a disposizione nella sede del progetto. Tuttavia, successivamente, proprio perché ciò le costringeva a lasciare a casa i figli, si è anche provveduto ad offrire ad ogni madre un telaio con cui poter lavorare da casa.

Gabriela è una delle prime ad essere coinvolte in questa iniziativa: «Lì ho trovato finalmente un po’ di pace, mi sono sentita accolta, ho incontrato delle amiche, ho scoperto delle persone fantastiche disposte ad aiutarti senza aspettarsi nulla in cambio. Ho trovato anche una persona molto speciale, Gabriela, una vera amica, subito diventata un bel sostegno per me e i miei problemi».

 

Il progetto ha infatti coinvolto anche un’assistente sociale che ha accompagnato le donne durante le prime fasi, ma anche un’insegnante di cucito che ha permesso di realizzare articoli di qualità. Non manca, infine, la collaborazione di una disegnatrice professionale.

Si è inoltre provveduto, prima di iniziare con i corsi di selezione e lavorazione della lana e del filato naturale artigianale, a “rafforzare” lettura, scrittura, calcolo matematico ecc. in persone che avevano appreso queste capacità scolastiche di base, ma in seguito, non avendole esercitate, le avevano perse: fenomeno definito in Uruguay “analfabetismo strutturale”.

 

Durante questo primo anno sono state sette le donne coinvolte, tutte con situazioni simili a quelle di Gabriela e, come lei, entusiaste di aver avuto innanzitutto «la possibilità di imparare un mestiere e quindi credere maggiormente in noi stesse, di passare momenti della giornata fuori di casa e così aprire la nostra mente alla realtà esterna e stimolarla, di aumentare le entrate economiche per la famiglia, anche se ancora in maniera sporadica»; ma poi anche perché «qui abbiamo scoperto rapporti di amicizia, abbiamo costruito una famiglia più grande, che ci ha sostenuto anche al di là del progetto, nelle difficoltà familiari, nei momenti più duri senza mariti». Quale la necessità più impellente per la prosecuzione del progetto? «Che qualcuno ci aiuti a mantenerci unite fra di noi, perché stiamo scoprendo la comunione».

Gabriela un giorno si confida con Mercedes: «Le ho raccontato delle mie difficoltà famigliari e spirituali e lei mi ha risposto: “Il tuo compito è chiedere a Dio tutto quello che desideri”». E subito, «quando le persone che lavorano con me hanno saputo della mia situazione, si è trovata una casa di proprietà di una di loro inutilizzata, dove ora posso vivere con i miei bambini. Ho recuperato pian piano anche la fede. Ho capito che lui non ci aveva dimenticato, anzi era sempre stato accanto a me aspettandomi, ero io ad essermi allontanata».

 

Il progetto “Barrio Solidario Natural” continua ad andare avanti; tra poco entrerà nella seconda fase, che vedrà lo sviluppo dei processi di vendita e delle esportazioni, grazie al supporto di una disegnatrice ed un esperto di vendite. Oltre a ciò, le sei persone coinvolte durante il primo anno diventeranno tutrici di un’altra donna, che permetterà loro di trasmettere ad altri quanto appreso.

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