Processo Cucchi: 12 anni ai due carabinieri

Condannati per omicidio preterintenzionale. La sorella Ilaria: «Ci sono voluti dieci anni di dolore ma abbiamo mantenuto la promessa fatta a Stefano».

 

Il 14 novembre Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro sono stati condannati a 12 anni di carcere dalla Corte d’Assise di Roma per omicidio preterintenzionale. Si tratta di due carabinieri imputati nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009.

Il geometra era stato arrestato dai militari e portato in caserma, dove ha subìto la violenza dei carabinieri. Ha trovato la morte in un letto dell’ospedale Pertini di Roma. Durante la degenza era stata negata ai parenti la possibilità di visitarlo.

La vicenda sarebbe potuta finire lì, se non fosse stato per la caparbietà della famiglia di Cucchi. Un passaggio, in particolare, ha permesso di trasformare quello che era un fatto ambiguo a un caso mediatico che ha scosso il Paese: la pubblicazione delle foto di Stefano Cucchi con le tumefazioni prodotte dai pestaggi ricevuti.

Una storia decennale che oggi raggiunge un importante traguardo, perché la condanna ai due conferma quanto sostenuto dai familiari in questo decennio: Stefano è stato picchiato e ridotto in fin di vita in caserma. Francesco Tedesco, carabiniere che lo scorso aprile aveva ammesso il pestaggio dopo anni di reticenza, è stato condannato a 2 anni e 6 mesi per falso, così come il maresciallo Roberto Mandolini, la cui pena arriva a 3 anni e 8 mesi.

Cucchi

L’importanza del ruolo dei media nella vicenda non si ferma alla diffusione delle foto. Canzoni, libri e documentari sono stati realizzati per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso Cucchi, che a un certo punto ha rischiato di terminare con un nulla di fatto. Tra le tante opere spicca il film di Alessio Cremonini del 2018, Sulla mia pelle, nel quale il regista disegna la vicenda in analogia con il calvario vissuto dal Cristo, e un magistrale Alessandro Borghi ci restituisce la sofferenza e la solitudine della passione di Cucchi.

Diversi i casi analoghi in giro per l’Italia, non solo per le percosse da parte delle forze dell’ordine, ma anche e soprattutto per i depistaggi. Nel caso Cucchi l’aspetto mediatico, la diffusione sui social e l’intervento di artisti e giornalisti hanno fatto in modo che gli italiani facessero proprio il dolore della famiglia, così come la richiesta di verità e giustizia di Ilaria e dei suoi genitori fosse di milioni di persone.

Questa condanna avvicina la verità processuale a quella dei fatti, ma non cancella gli scandali e le strumentalizzazioni di questi anni. Troppi hanno riversato odio sul cadavere tumefatto di Stefano Cucchi, per un pugno di voti. Interessante come gli epiteti riferiti a Cucchi siano cambiati: spesso definito all’inizio “tossico”, “drogato” e “spacciatore”, nel corso degli anni è tornato ad essere “geometra”. Come se fosse stato necessario contestualizzare le fragilità di un pover’uomo morto per le percosse di chi magari avrebbe potuto contribuire ad aiutarlo. Come se fosse stato necessario infierire su di una vittima anche dopo la sua morte per coprire le nefandezze di altri.

La commozione da parte dei familiari non si è fatta attendere. «Stefano è stato ucciso – ha dichiarato Ilaria Cucchi – lo sapevamo, forse adesso potrà riposare in pace e i miei genitori vivere più sereni. Ci sono voluti dieci anni di dolore ma abbiamo mantenuto la promessa fatta a Stefano, che saremmo andati fino in fondo». La sorella di Stefano ha voluto anche ringraziare tutti coloro i quali hanno dato un contributo alla ricerca della verità, non mancando di ringraziare anche tutti gli uomini per bene delle forze dell’ordine.

La partita non finisce qui. Tante saranno le pagine ancora da scrivere, in attesa di nuove fasi processuali. Tra queste sicuramente il filone processuale dei depistaggi, che inizierà a riempire le pagine di giudiziaria dal 16 dicembre e l’appello dei carabinieri condannati.

 

 

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