Processo alle aziende High Tech: ci riguarda?

Amazon, Apple, Facebook e Google, dopo 13 mesi di indagini sul loro modo di fare affari, hanno iniziato a difendersi davanti al Congresso Usa dalle accuse di aver adottato delle pratiche anti-competitive nei loro rispettivi business. Ma è davvero tutto qui o c’è anche un altro modo di interpretare i fatti? Ma, soprattutto, tutto questo in qualche modo ci riguarda?

È ormai notizia risaputa quella del processo ai big dell’High Tech per aver adottato pratiche anti-competitive nei loro rispettivi affari, ma è veramente un semplice processo o c’è qualcosa di più?

Non è possibile, che,  mentre ognuno di noi è concentrato nelle faccende da sbrigare ogni giorno, da altre parti si muovano le mosse di una partita che in qualche modo determinerà il futuro nel quale vivremo? Forse è arrivato il momento di prendere coscienza di quello che sta avvenendo e farsi una propria opinione in merito.

Grazie al progredire delle tecnologie, il mondo digitale e quello reale ormai pressoché “coincidono”: possiamo, infatti, collegare tutto ad Internet, dal frigorifero fino alle protesi all’interno del nostro corpo, protesi che possiamo addirittura controllare con delle app che girano sul nostro smartphone.  D’altra parte, però, Internet, essendo un’unica rete, fa di questo mondo digitale, un unico mondo, dove però convivono culture con storie diametralmente opposte che, purtroppo, non sembrano riuscire a trovare un accordo sul modo di gestire le politiche digitali. E questo è ormai evidente.

Ne è un esempio la direttiva del 15 Maggio 2019 del presidente Trump, rivolta soprattutto contro Huawei, che ha provocato l’immediata reazione della Cina, la quale a sua volta ha inserito nuovi dazi sull’importazione di merci statunitensi.

È di alcuni mesi fa, la considerazione di Jack Ma, il fondatore di Alibaba, secondo cui, se dovesse esserci un nuovo conflitto mondiale, questo non avverrà «con la tecnologia, ma a causa della tecnologia». Hanno approfondito il tema Milena Gabanelli e Fabio Savelli.

Certo è che, per poter capire un evento nella sua completezza, bisogna collegarlo agli eventi che lo hanno preceduto e alle reazioni che lo hanno seguito. Ormai da diversi anni, dopo lo scandalo di Cambridge Analitica, momento spartiacque nella comprensione pubblica dei dati personali, appare chiaro che la principale questione in gioco riguarda proprio la gestione dei dati degli utenti, da parte delle big dell’High Tech.

Chi ha il diritto di decidere come utilizzarli e quando sia lecito o no farlo? Se da una parte queste aziende sono diventate più potenti degli Stati, dall’altra quale possibilità ha la società civile di far sentire la propria voce e vedere rispettati i propri diritti? Il Congresso degli USA con il suo verdetto arriverà in sostanza a dire una parola su questo.

La conferma che questo processo sia solo un match di una partita iniziata da tempo, tra gli Stati e le grandi aziende che possiedono il primato sui dati, lo conferma la determinazione del tweet di Trump che ha affermato: «Se il Congresso non riuscirà a portare correttezza e onestà nelle Big Tech, lo farò io». Interessante che a parlare di correttezza e onestà sia proprio lui. Sarà per questo che Jeff Bezos, CEO di Amazon, è d’accordo «che Amazon debba essere esaminata. Dovremmo scrutare e valutare tutte le grandi istituzioni, siano queste aziende, agenzie governative o no profit»?

I “grandi” hanno iniziato ad ascoltare le accuse loro rivolte per difendersi, ma noi, che parola possiamo avere in tutto questo? Non sono mancati i primi passi di chi vuole considerare la questione dal punto di vista della società civile, tenendo conto delle questioni etiche legate a questi temi: vedi intervento di Fadi Chehadé nel dossier Governance allegato a Città Nuova di aprile 2020 e disponibile sul sito per gli abbonati.

Informarsi per farsi un’opinione è già un primo passo, necessario, che spetta a ciascuno di noi

 

 

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