Primo anno da presidente

Cosa succede a succedere a Chiara Lubich? Valutazioni e analisi, metodi e scelte, confidenze e attese di Maria Voce, dal 7 luglio 2008 alla guida del movimento.
Primo anno da presidente

«Se del caso, mi avvalgo della facoltà di non rispondere», premette, scherzando, all’inizio dell’intervista, forte dei suoi trascorsi di avvocato. Maria Voce ha accettato di compiere con Città nuova una ricognizione sul primo anno alla guida dei Focolari, dopo essere stata eletta a raccogliere la straordinaria eredità di Chiara Lubich il 7 luglio 2008 da 496 delegati da tutto il mondo.

 

Quanto è cambiata la tua vita con l’elezione a presidente?

«Non è cambiata nella sostanza, perché cerco di essere coerente con la decisione di dare tutta la mia vita a Dio e con l’impegno a vivere il carisma di Chiara. La mia vita è invece cambiata nel senso che è mutato il ruolo e quindi la responsabilità. Sono consapevole che ogni attimo vissuto in un certo modo ha un’influenza molto più vasta rispetto a prima e questo mi spinge ad una maggiore fedeltà e coerenza».

 

In questo anno il tuo rapporto con Chiara è mutato in qualcosa?

«Sì. Prima avevo Chiara di fronte a me, guardavo a lei, cercavo di cogliere tutte le indicazioni che mi venivano dalla sua parola, dal suo essere, dai suoi rapporti. Mentre da quando lei non c’è più, quanti guardano a me cercano di trovare Chiara e, confesso, sento che in effetti lei è in me. È difficile esprimerlo con altre parole, ma quando mi incontro con gli altri, avverto la presenza di Chiara dentro di me che mi permette di rapportarmi con loro senza tradire il suo messaggio».

 

Vicino alla tomba di Chiara cosa fai più di frequente: chiedi, ringrazi o ascolti?

«Nessuna di queste tre cose. Semplicemente sto. Quando mi reco alla tomba, mi fermo con Chiara. Può essere che, di volta in volta, chieda, ringrazi o ascolti; ma la verità è che io rimango con lei. Quasi non penso».

 

Come si svolge la tua giornata?

«La mia giornata e quella degli altri componenti del Centro del movimento è molto condizionata dai programmi che arrivano dall’esterno: appuntamenti, situazioni e imprevisti. Comunque in essa trovano posto la messa, la preghiera, la meditazione e le ore di lavoro, ma anche la vita di focolare, la comunità dove vivo, preparando i pasti, facendo le pulizie e qualsiasi altra cosa».

 

Sul tavolo di ogni presidente arrivano problemi e decisioni da prendere. Qual è il tuo metodo di lavoro?

«Cerco di non lasciar passare il tempo quando mi arriva un problema o una domanda. Subito esamino la questione con la persona che la pone, rispondendo con una email o telefonando per capire meglio i suoi motivi e quale proposta vorrebbe che io avanzassi. Il passo successivo è di confrontarmi con i miei collaboratori, prima di tutto il co-presidente, e poi gli altri membri del Centro: a volte, tutti insieme, per le questioni di maggiore importanza, altre volte, l’uno o l’altro, secondo le competenze specifiche che richiede quella questione. Con la consultazione matura la consapevolezza che possiamo dare la risposta che ci sembra sia quella che Dio vuole per la questione in esame, anche se è una risposta parziale o che rimanda ad un esame ulteriore».

 

Hai compiuto solo qualche viaggio in confronto alla diffusione mondiale del movimento. Quali i motivi?

«Due ragioni. Già all’inizio avevo suggerito a tutti i collaboratori del Centro: per quest’anno limitare i viaggi perché la prima opera da fare era costruire una profonda unità tra noi per poter poi meglio servire il movimento. La seconda è che non viaggio solo io. Quando va in un posto un consigliere incaricato di seguire il movimento presente in un’area geografica è come se viaggiassi io. Comunque, sto attenta alle circostanze che mi manifestano la volontà di Dio. Così, finora, ho viaggiato da un capo all’altro dell’Italia, in Belgio, Olanda, Svizzera e in Africa».

 

Dal Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio cosa hai ricavato?

«Ho colto la grande sete che c’è nella Chiesa di vedere vissuta la Parola di Dio. Tutti sono impegnati nel testimoniare la vita del Vangelo, ma la possibilità di farlo in mezzo alle realtà più varie del mondo è una sfida che i pastori della Chiesa aspettano sia raccolta dai laici. È quindi per noi l’invito a un impegno maggiore a vivere il Vangelo e a testimoniarlo».

 

Il Consiglio ecumenico delle Chiese ti ha voluto incontrare in marzo.

«L’incontro si colloca in continuità con quanto fatto con Chiara. L’invito è venuto a confermare il desiderio di queste personalità del campo ecumenico di mantenere con il movimento quel rapporto di collaborazione – che prelude alla possibilità di una unità piena e visibile tra le Chiese – che avevano già instaurato con Chiara e che desideravano continuasse».

 

La Calabria ti ha tributato particolari dimostrazioni di affetto. Un po’ d’imbarazzo da parte tua?

«No. Ho accettato con gioia gli inviti ad andare nella mia terra soprattutto perché mi sembrava di poter fare felice tanta gente. In più, era l’occasione di poter offrire qualcosa per la mia regione e per quanti lì vivono. Il fatto che venisse in luce la loro generosità, la capacità di condivisione, l’impegno nelle situazioni difficili, e che l’opportunità fosse data da una calabrese, mi sembrava importante anche di fronte al mondo».

 

Nell’intervista a Città nuova dopo l’elezione indicasti come stile della presidenza l’impegno a «privilegiare i rapporti». Attuazione difficile?

«È stata ed è un’attuazione impegnativa. È cioè un impegno che non si realizza una volta per sempre, ma richiede di ricominciare ogni giorno. Impegnativo, perciò, ma non difficile. Privilegiare i rapporti rimane la linea della mia attività, dei miei incontri, ma nulla è scontato. Qualche giorno si è più predisposti ad accogliere gli altri, altre volte si portano nel cuore e nella mente situazioni precedenti che si fa più fatica a spostare».

 

Accanto a te, il co-presidente Giancarlo Faletti. Com’è andato il rodaggio di una guida condivisa, pur nella diversità dei ruoli?

«In questo anno c’è stata una costante e crescente attenzione perché ci fosse sempre concordia e unità tra noi, perché potessimo comunicarci realmente le difficoltà, le intenzioni, i progetti, i dubbi su una cosa o su un’altra. E il frutto è stata la testimonianza di questa unità, notata in ogni circostanza e che ha contribuito a quanto di positivo c’è stato nell’anno, assieme all’impegno unanime di tutti».

 

Dopo la partenza del fondatore, un’opera vive sempre un periodo difficile. Personalità della Chiesa erano preoccupate per il dopo Chiara. Cosa hai visto in quest’anno?

«Preoccupati eravamo anche tutti noi. Adesso posso però testimoniare davanti a Dio che ho visto un movimento in crescita nel numero delle persone, nelle attività svolte, nell’impegno di ciascuno. Mi sto accorgendo che non c’è un “dopo Chiara” ma una continuità nel movimento che è del carisma di Chiara. Questo testimonia la perenne attualità del dono di Dio e assicura che, finché ci sarà una persona che lo vive, il movimento andrà avanti».

 

Quale criticità ti preoccupa di più nel movimento?

«Ho l’impressione che siamo cresciuti troppo in fretta, nelle manifestazioni e nelle realtà esterne dei Focolari. Mi spiego. Chiara doveva fondare tutto quello che Dio le suggeriva, ma costatiamo che siamo ancora inadeguati a quanto Chiara ha fatto. La criticità sta nel sentire che le persone del movimento sono insufficienti, a cominciare da me, di fronte alla grandezza delle finalità di un’opera di Dio. Per questo siamo chiamati a capire bene cosa serva adesso al movimento, certi che Chiara ha tutto avviato, che tutto è da compiere. Ma, forse, non tutto insieme e non tutto subito».

 

Intravedi già qualche prospettiva?

«Mi sembra che adesso si debba tornare a puntare sulla testimonianza personale, sulla conversione quotidiana alla vita del Vangelo, sulla formazione di comunità autentiche, in cui i rapporti siano realmente vitali e forti. Da questo nasceranno anche le grandi manifestazioni, che servono a mettere in luce la vita».

 

Cosa ti ha dato maggiore consolazione?

«L’impegno di tutti a condividere la mia responsabilità, perché da tutti sento dire: cosa possiamo fare per aiutarti? Una bambina di nove anni mi ha scritto ad esempio: “Non temere! Hai tutto il nostro appoggio”. Ecco la maggiore consolazione: se una bambina è capace di darmi tutto il suo appoggio, posso certamente contare anche su tanti altri».

 

La gente, ad ogni latitudine, è disorientata e preoccupata. Cosa può offrire ad essa l’eredità della Lubich?

«Può offrire la realtà della famiglia. Perché l’essere famiglia, far sì che tutti quelli che avvicinano il movimento entrino in questa realtà di famiglia, è quello che dà sicurezza, dà speranza, dà solidità nell’affrontare le prove, i problemi, i dubbi. La mancanza della famiglia è quanto di più si avverte oggi. Quando sono stata a Bari, in un servizio sul Tg3, la giornalista ha concluso dicendo che Chiara “ha lasciato un messaggio vigoroso: siate una famiglia”. Mi è piaciuto quel “vigoroso”. Questo vigore dà a chi ci accosta il senso di qualcosa su cui potersi appoggiare, su cui poter contare in ogni momento».

 

Benedetto XVI, anche nel recente viaggio in Terra Santa, ha sottolineato la centralità del dialogo tra le religioni nella chiarezza dell’identità di ciascuna di esse. Quale lo specifico apporto del movimento al riguardo?

«Penso che sia il desiderio, ma anche la capacità – perché legata al carisma proprio del movimento – di stabilire reciprocità, quindi di portare i fedeli delle altre religioni ad amare noi come noi amiamo loro e quindi riuscire a creare un rapporto privilegiato basato sull’“amatevi l’un l’altro”. Quando questo si realizza, Gesù è presente ed egli non oppone, non confonde, ma illumina. Illumina gli altri e illumina anche noi per farci progredire verso quella verità tutta intera che Dio vuole dare agli uomini. Quindi senza confusione, senza sincretismo, senza opposizione, ma con una luce che ci fa andare avanti tutti verso una verità che ci trascende».

 

C’è stata una situazione in cui ti sei sentita particolarmente inadeguata?

«Sì, tutti i giorni», e ride di nuovo. «“Particolarmente” inadeguata non mi sono mai sentita, ma nel senso che mi sento sempre inadeguata. Anche adesso nel rispondere alle tue domande. Si tratta di accettare il limite che ognuno di noi porta in sé, senza sforzarsi di trovare qualche sistema per essere adeguato. Piuttosto serve vivere bene quello che Dio chiede di fare. Io accetto la mia inadeguatezza, mi fido della grazia e vado avanti».

 

Hai ancora tempo per leggere Città nuova?

«Quando la rivista arriva a casa, non rimane mai nel cellophane. La sfoglio tutta e poi incomincio a leggerla a partire generalmente dagli editoriali e dalla posta».

 

Cosa fai per rilassarti?

«Mi piace ascoltare musica, con una preferenza per la lirica o le canzoni napoletane. Mi piace passeggiare, stare all’aria aperta, ma anche “trafficare” in cucina, preparando marmellate e liquori, con le ricette di mia mamma e di mia nonna. Mi piace pure lavorare a maglia. Tutte queste cose, però, preferisco condividerle».

 

L’episodio più divertente vissuto?

«È capitato a me e a Giancarlo Faletti sull’aereo che andava da Zurigo a Douala, in Camerun. In volo Giancarlo parla con una signora e poi mi presenta a lei, dicendomi che conosce già un po’ il movimento. La signora si rivolge a me: “Certo, avete perso la fondatrice Chiara”. Poi mi fa: “Com’è questa nuova presidente? È una persona dura?”. Io non sapevo cosa rispondere, ma Giancarlo ha subito spiegato. E allora abbiamo assistito all’imbarazzo della signora, che si è messa in piedi e che non finiva più di chiedere scusa per la gaffe».

 

 

Giancarlo Faletti

 

Un appassionante rodaggio

 

Giancarlo Faletti, nell’incarico di co-presidente quale novità è emersa con maggiore evidenza?

«Nel cammino di un anno sono potuto entrare nella vita del Centro del movimento, conoscendo le caratteristiche interne, le sue dinamiche di lavoro e di unità, espressioni del carisma di Chiara. Ma la dimensione più profonda, bella e nuova è quella di “abitare” nel cuore di un’opera di Dio. In questo senso ho avvertito ogni giorno la grazia e l’amore di Dio, mentre dovevo accogliere la mia piccolezza».

 

Quali priorità ti sei dato?

«Sto apprendendo nell’intimo, con l’aiuto dello Spirito, la specificità del mio ruolo in rapporto alla presidente. Il mio compito primario è quello di essere strumento di unità in ogni istante, assicurare la presenza di Gesù con la presidente in modo che possa capire cosa è utile per la vita del movimento. Vedo l’amore di Dio protagonista e tanti sono stati i momenti in cui ho avvertito la sua vicinanza nel guidarmi, nel dire o non dire una parola, nel modo di essere amore, nel cogliere il significato profondo di una frase. Spesso ho sentito fortemente la presenza di Maria: Maria al cuore del movimento, Maria nell’agire della presidente».

 

Il Centro del movimento è stato rinnovato dall’assemblea. Il tratto distintivo di questo primo anno?

«Si è trattato di un primo anno di scuola insieme. In tutti c’è la serena consapevolezza di un gioioso rodaggio in corso. I consiglieri, provenendo da varie parti del mondo, esprimono la ricchezza di varie sensibilità culturali e la vita e l’espansione del movimento. Lavorando con loro mi è tornato in mente quanto Chiara ebbe a dire: “Il movimento è carità”. Il clima di famiglia è il tratto distintivo di questo organismo centrale chiamato ad essere, in continuità e in fedeltà al carisma, al servizio della famiglia di Chiara».

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