Prima della parola: l’ascolto

Ciò che più colpisce della Tamaro è la capacità di ascolto. Non s’incontra spesso, è un dono raro. Più si è importanti, più si ha qualcosa da dire, più è difficile ascoltare, a volte. La Tamaro non rientra in questi canoni. Ti mette a tuo agio con un sorriso mite. Guarda e ascolta con occhi attenti. Non si scompone quando il registratore (funzionante fino ad un minuto prima) decide di incastrarsi alla prima domanda e continua a farlo con coerenza fantozziana fino all’ultima. Anzi subito sdrammatizza, commentando con simpatia di avere un influsso deleterio su macchine e utensili elettrici. Alla fine, a registratore spento, è lei a fare domande: sul mio lavoro, sulla lingua polacca. Non te l’aspetti di essere intervistato dall’intervistata. Durante la conferenza che la Tamaro era stata invitata a tenere nell’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, l’ho sentita parlare e rispondere con la stessa attenzione, con il medesimo ascolto. Ed ho capito perché riceve così tante lettere dai suoi lettori. Non si prova imbarazzo a scrivere ad una persona così. Per fortuna, il supporto magnetico delle nostre memorie non ci ha tradito del tutto. Tra un silenzio registrato e l’altro, si sono salvate non poche parole. Eccole. Immagino una conversazione virtuale tra due lettori complementari. Uno che ha letto solo Va’ dove ti porta il cuore e Cara Mathilda. E l’altro, invece, Anima Mundi e Rispondimi. Il primo potrebbe dire: la Tamaro è una scrittrice riflessiva, dallo stile pacato, che comunica speranza ed ottimismo; parla di amicizia e amore. Il secondo, invece: a me pare piuttosto una scrittrice spietatamente realista, dalle tinte bianconere, senza troppe sfumature di grigio, parta del disamore, con accorata determinazione. Come spiegherebbe ai due lettori virtuali l’unitarietà, nella diversità, dei suoi libri? Cara Mathilda è una raccolta di lettere e riflessioni pubblicate su Famiglia cristiana, ha uno stile più discorsivo. Va’ dove ti porta il cuore è un libro il cui titolo ha fatto credere a molte persone che fosse un libro positivo, in realtà è un libro molto duro, sul fallimento di una vita costruita su una menzogna. L’unica cosa positiva è che la nonna scrive alla nipote per evitarle di ripetere gli stessi errori; è stato un libro frainteso. Mi ha colpito una sua affermazione durante un’intervista: Il bene, da un punto di vista strettamente letterario, è impossibile da raccontare. Condivido la difficoltà di costruire personaggi letterari buoni e verosimili, che non siano stucchevoli; Dostoevskij, scrivendo L’idiota, dichiarava di lavorare alla costruzione di un personaggio buono e di non conoscerne nella letteratura alcuno, eccetto Don Chisciotte e Pickwick. Non ritiene che sia una forma di pregiudizio pensare che la letteratura non abbia a che fare con il bene? Ha a che fare con il bene, ma ne può parlare soltanto descrivendo la sua assenza, la nostalgia e la volontà di tornare, non tanto parlandone in termini edificanti. Soprattutto nei libri, parlando del male, in realtà si paria del bene. Io sono per una letteratura che indaga quello che succede quando si vive lontani dalla fonte del bene. Ci sono quelli che credono che l’uomo sia naturalmente buono e quelli che non lo cre- dono. Io non credo che l’uomo sia naturalmente buono, credo che la bontà sia il frutto di un cammino che non è mai facile né consolatorio. Ma necessario. Ha scritto libri per bambini e per adulti, sui bambini e sugli adulti. Come cambia il suo approccio alla materia e allo stile quando si rivolge agli uni piuttosto che agli altri? Rivolgersi ai bambini è molto difficile, contrariamente a quanto si creda, occorre avere un’intuizione ed una voglia di scrivere particolari. Questo vale anche per gli adulti, ma con i bambini, ogni volta, occorre trovare l’approccio adatto, anche ludico, che permetta all’autore di essere coinvolto pienamente; è molto difficile, bisogna trovare la cifra giusta, tornare ad essere bambini. Nel suo ultimo libro Ogni parola è un seme afferma: Il silenzio è morto e, scomparendo, ha trascinato con sé tutto ciò che costituisce il fondamento dell’essere umano. Come recuperare il silenzio e l’ascolto, in un esistenza piena di rumori? Il silenzio è fondamentale per l’essere umano. Credo che nella voluta assenza di silenzio nel mondo contemporaneo ci sia anche un progetto perverso: senza silenzio non c’è ascolto; l’ascolto ci rende uomini, altrimenti siamo come moscerini che girano; senza ascolto non si può capire dove andare. Direi di prendere ogni giorno un momento per sé di silenzio e ascolto. Lo dovrebbero fare anche i bambini. Bisognerebbe fare dei corsi non solo di lettura e scrittura, ma anche di silenzio e ascolto. Assolutamente. Vorrebbe offrire, in particolare ai giovani, una buona ragione per leggere ed una per scrivere? Leggere ha a che fare anche con il silenzio e l’ascolto, perché leggendo un libro ognuno si crea un suo mondo, ognuno s’immagina le facce dei personaggi, gli ambienti, in un modo diverso; con la fantasia ognuno crea in qualche modo un suo romanzo. Spesso mi capita di incontrare lettori che inseriscono personaggi o scene che in realtà nei miei libri non ci sono. C’è proprio una mescolanza unica di inconscio, memoria e ricordi. Condivide l’associazione lettore-scrittore che troviamo in Carver, Pontiggia, Borges: una sorta di interdipendenza ed equivalenza? Scrivere è come leggere? Magari! Leggere è un’attività piacevole, mentre la scrittura è sempre un percorso di sofferenza. Non credo che tutti i grandi lettori si trasformino magicamente anche in scrittori. Io ho un rapporto discontinuo con la lettura. Quando scrivo, per esempio, o quando sto pensando di scrivere, non leggo mai, perché non posso distrarmi, mettere nella testa altri personaggi o vicende che non siano quelle che sto creando. Ammiro molto la sua dedizione alla scrittura come ad una vocazione, una sorta di sacerdozio laico. Qual è, oggi, la responsabilità etica di uno scrittore? Sono convinta che la scrittura sia una grande risorsa etica, che non sia solo intrattenimento. È anche intrattenimento, ma principalmente deve servire all’uomo a farsi domande, in questo mondo che offre sempre riposte banalizzate e ha eroso la capacità comune di farsi domande. Penso che non sia dell’arte tanto la capacità di dare le risposte, quanto quella di creare inquietudini e la capacità di interrogarsi in profondità.

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