Prigionieri del Caucaso

Secondo il Dizionario enciclopedico militare pubblicato nel 1986 dal Ministero della Difesa dell’Urss, la guerra per il controllo del Caucaso inizia nel 1817 e termina nel 1864. La guerra caucasica – vi è scritto – si è conclusa con l’annessione dell’intero Caucaso alla Russia, il che ha avuto un significato progressista: ha liberato i suoi popoli dall’asservimento ad arretrati dispotismi orientali (Iran, Turchia), ha contribuito al loro sviluppo sociale, politico e culturale e alla loro inclusione nella lotta rivoluzionaria del popolo russo contro lo zarismo. Regione mitica, il Caucaso, e culla del genere umano per quel monte Ararat dove il Genesi ha posto il secondo inizio, dopo il diluvio, della stirpe degli uomini. Luogo di selvaggia bellezza e di indomite popolazioni musulmane: quegli osseti, cabardini, circassi, abkazi, ingusci, ceceni ecc. tenaci nel difendere la propria indipendenza dalla civilizzazione russa, e perenne motivo di stupore per noi occidentali a causa di quel misto di nobiltà, di ferocia e di poesia che le contraddistingue. Il Caucaso, dove l’esistenza è più vera e intensa che altrove, dove o fioriscono idilli o si consumano tragedie; meta ideale quindi per i rampolli della società bojarda dell’Ottocento, che come antidoto alle mollezze e alle ipocrisie della vita mondana cercavano in quei luoghi vergini e di libertà sfrenate una rigenerazione e un nuovo inizio. Di qui il fascino esercitato su numerosi scrittori (russi, certamente, ma non solo) a partire da François-Xavier de Maistre che coi suoi Prigionieri del Caucaso del 1813 creò il prototipo delle più note opere con questo titolo scritte da Puskin, da Tolstoj o, per arrivare ai nostri giorni, da Vladimir Mikulin (quest’ultima non ancora apparsa in Italia). Senza trascurare altri poemi e romanzi di ambientazione caucasica come i due autentici capolavori tolstojani I cosacchi e Hadgi-Murat, come pure Il demone, Izmail-Bej e Un eroe del nostro tempo di Michail Lermontov, forse il più romantico degli autori russi del XIX secolo: basti dire che proprio nel Caucaso morì giovanissimo in duello a causa di una donna che peraltro a lui non interessava affatto. Tutti autori, questi, che il Caucaso lo conobbero per esperienza diretta, ricoprendovi incarichi militari; e ne scrissero ora difendendo le ragioni espansionistiche dell’impero zarista, ora sospendendo il giudizio e dando conto invece, oltre che della bellezza dei luoghi, dei valori insiti nei suoi fieri abitanti. Mio intento, tralasciando i classici sopra ricordati, è di soffermarmi soprattutto sulle novità – e rarità – letterarie ispirate da quella esperienza; e tuttavia mi è difficile non accennare a quel Prigioniero del Caucaso di Tolstoj (1872), che ha ispirato l’omonimo film di Sergej Bodrov, ambientato però ai nostri giorni, quasi a dire che dai tempi dello scrittore nulla o quasi è mutato in quelle regioni, tuttora scenario della guerriglia russo-cecena. È la storia realmente accaduta, narrata con freschezza ed esemplare caratterizzazione dei personaggi, del russo Zilin, catturato assieme al suo goffo e pauroso compagno Kostylin dai tatari (così Tolstoj chiamava i ceceni dei monti) per richiederne il riscatto, e poi aiutato a fuggire da Dina, la giovanissima figlia del suo carceriere, tra le figure più delicate create dal grande vecchio di Jasnaja Poljana. Non vi si trovano giudizi politici o considerazioni etnografiche o legate all’esotismo: in poche pagine e con la purezza di una scrittura che si fa poesia è delineato un mondo che rievoca sanguinose epopee, ma con squarci di umanità: si pensi ai pupazzetti con i quali il prigioniero è riuscito ad accattivarsi la simpatia di alcuni abitanti del villaggio ceceno. Umanità che invece sembra difettare nel racconto di De Maistre, riproposto dalle Edizioni il Polifilo. Se infatti viene esaltata l’eroica dedizione dell’attendente Ivan che si consegna ai ceceni pur di assistere il padrone da loro preso in ostaggio a scopo di riscatto, l’avventurosa liberazione avviene solo a prezzo di vite umane, tra cui quella del piccolo Mamet, che pure s’era dimostrato amico dei due prigionieri. Racconto nel suo genere perfetto, essenziale, scarno. E poi Il giovane bek di Aleksandr Bestuzev (pseudonimo Marlinskij), in prima traduzione assoluta per i tipi della trevigiana Santi Quaranta. Fin dalle prime pagine siamo introdotti nel pittoresco mondo di un villaggio caucasico, a far conoscenza con il protagonista: Ammalat, il giovane bek (capo) tataro, figura tragica nel bene e nel male, divisa tra la lealtà allo zar di cui è suddito e la solidarietà con la sua gente, che invece odia i russi invasori pur dimostrando loro apparente sottomissione. La vicenda, piena di colpi di scena come un racconto d’avventure, sviluppa l’amicizia di Ammalat col comandante russo Verchonskj, che poi tradirà, e l’idillio con la bella Seltaneta, la figlia di un potente e feroce khan. Romanzo breve, ma di intense passioni, che rende appieno una terra di contrasti quale è il Caucaso con i suoi abitanti, e l’impossibilità quasi, per chi proviene da un’altra cultura, di arrivare a comprendere il suo mondo arcaico.

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