Preti e laici nella Chiesa di Francesco

Intervista a Francesco Peloso, giornalista vaticanista e scrittore. Con Città Nuova ha pubblicato: Oltre il clericalismo.
Piazza san Pietro

Lei scrive che Francesco ha riaperto nella Chiesa un dibattito libero, evitando l’atrofizzazione del pensiero…
L’aspetto essenziale della sua riforma è la possibilità di discutere con libertà di parola, di pensiero e di critica. La Chiesa non è mai stata monolitica nella storia, il papa ha semplicemente permesso che questa ricchezza interna venisse alla luce, senza timore di atteggiamenti punitivi. Questa libertà contiene anche un rischio, che la divisione interna alla fine prevalga. Oggi nella Chiesa si scontrano apertamente due filoni di pensiero, uno tradizionalista e uno che tende a mettersi in sintonia con la modernità. E anche il papa viene contestato da chi non ne condivide il magistero, però è un rischio che lui ha accettato.

Secondo il papa il conflitto non si risolve facendo vincere una delle due parti, ma rimanendo nella spaccatura.
Esattamente. Senza conflitto non c’è cambiamento. D’altra parte, qualsiasi tipo di riforma tocca regole e comportamenti consolidati. Per cambiarli fai fatica. È un processo, la parola chiave del pontificato. C’è bisogno di tempo, di conflitto, di libertà di parola. Ma questi percorsi si stanno compiendo, è la scommessa del pontificato.

Francesco Peloso
Francesco Peloso

Il clericalismo è una Chiesa fondata sui sacerdoti?
Una Chiesa di sacerdoti fa parte delle cose, il problema è quando l’istituzione difende se stessa, i propri privilegi e il potere del clero, prima che i contenuti del Vangelo. Per il papa i pastori devono stare in mezzo al popolo, guidare, accompagnare, comprendere e soprattutto condividere. Anche i laici devono ispirarsi ai valori del cristianesimo, diventando però responsabili delle proprie scelte nel tempo di oggi. Il che non significa che questi valori siano mutevoli: rimangono gli stessi, ma in un confronto aperto e vivo con i problemi e i grandi temi della contemporaneità.

Lei afferma che stare nella Chiesa di Francesco significa precarietà, fatica e avventura…
È una scomodità che riguarda il credente, ma anche il non credente. Serve un pensiero critico aperto, con una visione spirituale della società, dell’uomo e della vita, capace di confrontarsi con le circostanze storiche. È una Chiesa che cambia, pur tenendo fermi i punti fondamentali. I laici sono la punta di diamante di questo processo.

Lei è un vaticanista non credente…
Fin da giovane, osservo la Chiesa nel suo aspetto storico, una delle poche vicende umane che riguarda il mondo intero, che solleva l’Italia da un certo provincialismo. Sono non credente, ma l’aspetto spirituale mi interessa. Ho frequentato missionari e missionarie, li ho visti essere per davvero sale della terra, ponte tra mondi, dentro la vita e i problemi delle persone, senza distinzione di culture, fedi, credenti o non credenti. Lì è la forza e la bellezza del cristianesimo.

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