Prendi il treno e vai

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La spaventosa catastrofe che ha funestato l’Indonesia ne ha fatta affiorare alla memoria di Antonio un’altra, certo di proporzioni infinitamente più ridotte, da lui vissuta in prima persona. Era il maggio del ’76 – racconta -, nel Friuli appena sconvolto dal terremoto. Con altri vigili del fuoco (era il periodo del mio servizio militare) da Genova venni inviato a Gemona, dove fui anch’io coinvolto nel ritmo frenetico dei soccorsi. Era il mio primo vero incontro col dolore: quello di tanti, non limitato alla mia cerchia ristretta. Tornai ancora in Friuli a settembre: questa volta ad Amaro, presso il campo allestito dai giovani dei Focolari venuti dalla Liguria e da altre regioni. Notai come in quel paese il sisma aveva ingigantito a dismisura situazioni già di per sé dolorose… Lottando contro il senso di impotenza che talvolta ci assaliva, ci sforzavamo di offrire a quella gente conforto e speranza. Alla sera, nei brevi momenti di riposo sotto la tenda, col pensiero riandavo agli inizi del movimento a Trento, sotto le bombe, e alla scoperta che l’amore di Dio tutto vince. Ricacciando indietro la paura ad ogni nuova scossa, mi aggrappavo a questa certezza mentre ascoltavo lo sfogo dei paesani, lavoravo in cucina oppure scavavo tra le macerie. E vivendo per gli altri, il dolore acquistava un significato, le situazioni e gli atteggiamenti attorno cambiavano…. Qualche anno dopo Antonio è tra quanti raccolgono l’appello dell’Irpinia ferita anch’essa da un violento terremoto: E di nuovo l’immersione in una tragedia di fronte alla quale tutto si minimizzava, problemi personali e familiari. Lì pure rifeci l’esperienza che, nella precarietà o nella perdita di ogni cosa, l’unica realtà indistruttibile, capace di costruire, era l’amore che riuscivo a dare. Da questi episodi Antonio risale agli anni difficili dell’infanzia con un papà mangiapreti, la cui vita disordinata era divisa tra il bar con gli amici e la sezione del Pc. A modo suo mi voleva bene, però il clima a casa non era certo dei più sereni. Gestiva un piccolo negozio di frutta, ma rispetto a ciò che spendeva i guadagni non erano sufficienti a tirare avanti. Per fortuna c’era la mamma, donna di grande fede: era lei a portare il peso economico della famiglia, lavorando da mattina a sera. Ad Antonio questo suo mondo problematico sta troppo stretto, per cui appena può cerca di evadere da esso per scoprire realtà nuove. Alla domenica, di nascosto dei miei, salivo su un treno ed iniziavo a viaggiare. Dapprima tra le stazioni Principe e Brignole di Genova, poi verso altre mete: Milano, Torino, Pisa…. Intanto frequenta l’oratorio, unico punto di aggregazione giovanile nel quartiere popolare in cui è nato. Grazie a questo aggancio, nel luglio del 1966 partecipa con altri ragazzi della parrocchia ad un appuntamento dei Focolari a Varese. Ha solo 11 anni, ma è in grado di cogliere al di là delle parole una concretezza di vita improntata all’amore, che l’affascina. Da allora, cominciarono a farsi vive a casa nostra diverse persone conosciute durante quei giorni: dal medico che si prese cura della mamma (dopo anni di fatiche e dolori, il suo fisico aveva avuto un crollo) ad altri che ci aiutarono anche economicamente… Abituato a contestare chi gli parlava di religione e di chiesa, papà non rimase indifferente a questa amicizia disinteressata e cominciò a sciogliersi…. Anche lui, nell’arco di qualche anno, compirà un impensato percorso spirituale. Antonio impara come, a spendere il proprio tempo per Dio e per il prossimo, si viva da protagonisti, ma verso i 14 anni per lui arriva la crisi. Quel modo di vivere che tanto mi aveva entusiasmato all’inizio, spalancandomi orizzonti vasti, ora aveva meno presa su di me. E mentre continuavano le mie scappatelle in treno, mi rivolsi ad altre esperienze: mi impegnai nel volontariato, mi iscrissi ad un corso per arbitri di calcio, avevo amici ed amiche, una vita piena di attività interessanti, eppure provavo a volte un forte senso di insoddisfazione. Tante le direzioni davanti a sé, come quelle suggerite dai binari della ferrovia, ma quale era la meta giusta, quella verso cui tendere a preferenza di altre? A questo punto – continua Antonio – decisi di giocare la mia ultima carta: riprendere il cammino interrotto del focolare per riavvicinarmi a Dio. Era il 1972 e una sera, dall’amico a cui avevo confidato i miei problemi, mi sentii rilanciare l’invito ad amare io per primo e senza aspettarmi niente dagli altri. Così aveva agito Gesù, dandoci l’esempio. Risultò così convincente che da allora mi sforzai di vivere la mia giornata alla luce di questa semplice verità, prendendo come riferimento le Parole del vangelo…. In questo cammino ha come compagni altri giovani della sua età. Condividevamo tutto, sperimentando la forza e la gioia che elargiva la presenza di Gesù fra noi. Eravamo pochi ragazzi e ragazze, eppure riuscivamo a coinvolgere molti nella stessa avventura. In quegli anni poi tra noi circolava la consegna di dare la vita per la propria gente: era l’invito a guardarci attorno per amare Cristo nei più poveri ed emarginati. Di qui l’impegno in varie iniziative di solidarietà a livello anche mondiale. Pure in famiglia, dove ormai si respira un’altra aria, l’esigenza di corrispondere all’amore ricevuto fa sì che la modesta casa si apra ad altri, meno fortunati: Erano tanti quelli nel bisogno che trovavano in noi aiuto e accoglienza: dal giamaicano nostro ospite per due anni, al vecchietto senza casa che ogni giorno si fermava a pranzo da noi, alla giovanissima figlia di una prostituta accolta anche lei per diversi mesi…. Tutte esperienze, queste, che forgiano Antonio come uomo e come cristiano. Fino al servizio militare e ai mesi trascorsi in Friuli e in Irpinia, di cui si è già detto. Dopo di che lo troviamo operaio in una grande industria genovese. In quell’ambiente prevalentemente di sinistra dove è legge la lotta di classe, malgrado lui non faccia mistero della sua fede si fa benvolere al punto che, giovane com’è, viene eletto delegato sindacale del reparto in cui lavora. Come cristiano – precisa – non potevo essere contro qualcuno, ma piuttosto per; cercavo pertanto di convincere i miei compagni della utilità di collaborare oltre i muri ideologici e, grazie alla stima reciproca che s’era ormai stabilita, più volte ebbi occasione di spiegare le mie scelte di vita, come pure di ascoltare le aspirazioni altrui ad una società più giusta, dalle quali talora traspariva una ricerca sincera di Dio. Fu un periodo della mia vita tra i più costruttivi e intensi. Se con i pompieri avevo sperimentato la generosità nel rischiare, durante quei sei anni nel sindacato scoprii altre modalità di pormi al servizio degli altri. Negli anni seguenti, pur nel variare di lavori, esperienze, Antonio trova ulteriori conferme a questa sua esigenza, nella quale soltanto scopre il senso del suo stare al mondo. A distanza di tempo, dopo le immancabili traversie e imprevisti, oggi la vita per lui procede come nel più appassionante dei viaggi. È proprio il caso di dire che, dopo averne provati tanti da ragazzo, è salito ormai sul treno giusto.

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