Preda della musica

Ad apertura, questa terza raccolta di Gabriella Leto appare più che mai coinvolta nella musica, preda della musica. La quale in poesia è tanto importante quanto pericolosa: se decade in musicalità, va ad identificarsi poco trionfalmente con “tutto l’aglio di bassa cucina” che Verlaine giustamente condanna e getta via; se manca, la sua assenza rende i versi aridi relitti infecondi di prosa. La poesia è musica (interna e/o esterna), purché si comprenda bene che lo è come l’armonia pitagorica delle sfere celesti, non misurabi1e in decibel e inudibile, ma inseparabile e anzi costitutiva della stessa bellezza-realtà delle cose, che la poesia non può mai rinnegare senza perdere la propria anima (anche un poeta non propriamente ottimista come Zanzotto dichiara che la poesia è anzitutto la lode di ciò che esiste). E così, ad apertura, sembra di avere tra mani gli epigrammi dell’Anthologia Palatina, sequenze musicali tanto compatte e “brevi” – in senso classico, come è breve tanto l’Iliade quanto il distico di Catullo Odi et amo – da impedire l’uso della virgola (trovatene una), lasciando, sì, punti e lineette, ma come tracce scandite di sentiero e non articolazioni di argomento. Tanto è potente la musica che ritroviamo la stessissima epigrafica poesia nella sezione “Arioso dolente ” e poi in quella “Largo desolato” (Almeno quella volta). Allo stesso modo, sono quasi identici i testi di p. 53 e di p. 70 (Ti cercai lungamente ma non c’eri.). La ripetizione è possibile solo nell’eterno, disse Kierkegaard, e proprio questo Gabriella Leto cerca, nella natura e fuori della storia, con nostalgia pagana e sensibilità pagano-cristiana. Basta leggere questo breve testo, tra catulliano e cosmico-paolino (tra mestizia della caducità e attesa cosmica della salvezza): “Ti rivedrò mia piccola creatura?/ Le zampe delicate – eppure forti./ I mobili tuoi occhi attenti – assorti. Se tu non sei con me chi mai ti ama?/ Chi ti cerca e ti chiama?/ Chi ti avrà a cuore? Chi di te avrà cura?”. E ancora: “Girano per la casa/ due gatti un po’ in affanno./ Con l’orecchio e l’olfatto/ spiano ciò che non c’è/ e il perché non sanno/ la pratica è inevasa/ e abolito quel patto/ del loro essere in tre”. Veramente qui due mondi si incontrano e non si lasciano piu, come la nuova cifra dell’amore rivela: “L’amore inerme e solo/ non si sa di che viva/ ma resta nel segreto/ dell’interno suo duolo/ una sostanza attiva/ così che anche obsoleto/ egli di per sé esiste/ e che l’anima triste/ di lui non è mai priva”. Forse ciò che sto dicendo può meravigliare l’autrice, pur senza risultarle, credo, inaccettabile; ma è lei stessa a darmene quasi continuamente la chiave, come in questa poesia che definisce (poeticamente) in misura splendida il male, poi ancor meglio il peccato, e proprio mentre dichiara di ignorarne l’essenza: “Io so che cosa è il male/ il suo affondo spietato/ il calcolo venale/ di violenza e di frode/ e il suo perseverare./ Ma il peccato – che muta/ nei tempi e nelle mode/ le sue passioni amare/ non so che sia – lo ignoro/ certo è vita vissuta/ forse senza decoro”. E la musica, dov’è rimasta? Anzi, ci ha preceduto. Era appunto l’armonia Pitagorica, così, di queste successive verità come di quelle parole che le traghettavano, zattere affluenti sulle loro onde. Conoscenza? Sentimento? Se ci si pone la domanda disgiuntivamente, l’una o l’altro, si è lontani dalla musica della poesia, anzi dalla poesia come musica (che poi, non dimentichiamolo, ha la sua fonte nella sorgente della memoria-musica: mousa, mneme).

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