Precarietà. Una legge non basta

Viaggio tra volti e storie. Spaccato del Paese in attesa dei provvedimenti sul lavoro. Evitando di mettere giovani contro anziani.
Manifestazione di precari con la maschera di Guy Fawkes

Centri commerciali della cintura urbana di Milano. Sono le prime ore dell’alba quando arrivano gli addetti alla pulizia del piazzale dagli scarti della notte, dopo che i carrellisti di un'altra piccola società hanno sistemato la merce su bancali. Il lavoro non ammette pause perché i nastri trasportatori vanno continuamente alimentati con rifiuti delle diverse tipologie. Se si sbaglia, arriva la penale per chi già prende poco e si paga da solo tuta e scarpe antinfortunistiche.

«Una società interinale mi ha proposto anche un contratto di mezz’ora ogni mattina per 4 giorni», dice Giuseppe, operaio, 45 anni. «Prima ancora lavoravo 5 ore giornaliere, tra mattina e pomeriggio, nella pulizia dei treni ad alta velocità». Tutto da fare in fretta, secondo l’accordo vigente con le Ferrovie, e stando «ben attento a non sbagliare perché basta un reclamo e il contratto salta. Meno male che non ho famiglia», sospira. Ma anche i colleghi con figli a carico, ad un certo punto, dicono basta. Resistono gli immigrati che hanno bisogno del permesso di soggiorno.

Leonardo, 33 anni, lavora da anni in una società di servizi di una stazione ferroviaria di Napoli. Cambia datore di lavoro ogni tanto perché chi vince l’appalto è obbligato a prendersi in carico i dipendenti. A seconda di chi arriva variano le regole interne e comunque si risparmia sui costi. Ha anche operato senza protezione su macchinari pericolosi rischiando di restare sfregiato in volto. Gli è rimasto un danno permanente all’udito. Il figlioletto, tra poco, farà la prima Comunione; la moglie, dopo la gravidanza, non ha avuto possibilità di riprendere un lavoro regolare. In Italia è stata eliminata la legge contro la pratica delle dimissioni in bianco che colpisce soprattutto le donne («se resti incinta, vai fuori»). Difficile pensare ad un altro figlio ma, se verrà, non saranno certo loro a chiudere la porta.
 
Solo retorica?
 
Qualcuno la chiama “retorica della precarietà”. Provate a dirlo ai familiari di Matteo, 31 anni, laurea in storia, operaio a chiamata che, alle due di notte, muore in Calabria sotto il megapalco allestito per il concerto della Pausini. I suoi compagni, la notte dell’8 marzo, innalzano cartelli al PalaLottomatica di Roma per gridare: «Vogliamo dignità e rispetto», perché «non abbiamo nessun diritto». Chi ascolterà?
Andrea, laureato giovanissimo in economia, ha smesso subito di lavorare nell’agenzia assicurativa di una città della Liguria colpito dallo smarrimento della sua generazione davanti all’incertezza del lavoro. Persone che non sanno neanche a chi chiedere. Ora, 30 anni, è impegnato a tempo pieno nel sindacato, ma confessa che, il più delle volte, si tratta solo di limitare i danni o di ascoltare chi, come Maria, nasconde la sua malattia per poter comunque lavorare part time con contratti temporanei.

Nella sua prima vertenza ha incontrato il titolare di una grande falegnameria che si preoccupava degli operai perché spendevano i pochi soldi in vodka. Ha capito che si trattava della fabbrica spostata in una delle ex repubbliche sovietiche. In Italia è restato qualche magazziniere anziano da mandare in cassa integrazione, anche se gli impianti si trovano in mezzo ad una serie di mobilifici che continuano a vendere.
 
Partire dalle storie reali
 
Si possono chiudere gli occhi, ma questa è la situazione quando si parla di precariato. Bisogna liberarsi dall’immagine del giovane brillante destinato a far carriera comunque. Magari all’estero, dove l’attendono a braccia aperte. La realtà è fatta da persone che non hanno questa opportunità.
Cosa è cambiato negli ultimi decenni? Un tempo, ad esempio, esistevano le Ferrovie dello Stato che erano come un corpo militare, con tanto di giuramento. Una prospettiva di carriera per la vita, quella che ti fa pensare anche ai nipoti. Tutti nella stessa casa e non spezzettati in tante società con fornitori esterni che possono variare in continuazione.
La precarietà non è solo delle persone. Si estende alle società, piccole e grandi, che dipendono, a loro volta, da qualcun altro sempre più in alto. E se devono litigarsi lo stesso piatto, si arriva all’accettazione della competizione eretta a sistema.

A che serve avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato, se poi l’azienda è costretta a chiudere? Il lavoro, così, va ora cercato dove c’è. Anche mezz’ora, come deve fare Giuseppe, a Milano, in quella stessa città che ha visto, negli anni Settanta, gruppi operai sicuri di poter cambiare tutto. Neanche partivano per il viaggio di nozze perché credevano la rivoluzione ormai prossima.
Il disincanto ha portato alla situazione attuale dove neanche è immaginabile stare assieme in assemblea. Tra chi? Con i commessi dei negozi che non sono dipendenti ma “associati in partecipazione”? Il nome è bello ma è un contratto che permette di far lavorare senza limiti di orario e pagando di meno. Con i trasportatori che sono dei “padroncini” costretti a correre perché vengono pagati a consegna? Con i facchini che rilasciano fattura alla ditta che li chiama di volta in volta? Non tutte le aziende ovviamente usano questi stratagemmi, ma chi cerca di resistere rischia di essere buttato fuori dal gioco delle «libere volpi in libero pollaio», per citare La Pira.
 
Diritti e non privilegi
 
Tutte le normative per “modernizzare” il mercato del lavoro – dal pacchetto Treu alla legge 30, fino ai più recenti interventi sul collegato lavoro – hanno perseguito il fine di regolare le tante forme di lavoro possibile, senza poter eliminare il lavoro nero, che resta tollerato in troppi settori. Di fatto, si è creato un fossato tra garantiti e no, e la tentazione è quella di cercare lo scontro dei vecchi contro giovani, che corrispondono, grosso modo, alle due fasce.
Come se le condizioni dignitose di lavoro raggiunte dopo secoli di sofferenze nei Paesi occidentali fossero un privilegio da abbattere e non un diritto da estendere. Il virus della competizione è ben espresso dal testo teatrale 18 mila giorni, interpretato da Giuseppe Battiston, dove assistiamo alla distruzione di identità di un cinquantenne (che ha vissuto appunto quelle migliaia di giorni) dopo la perdita del lavoro causata dalla prontezza di un giovane che gli è cresciuto accanto come un pitone («si allunga per prendere le misure e poi ti stritola») e dalla strategia aziendale di ricambio delle persone usurate dal tempo.

Decine di migliaia di pensionamenti anticipati negli ultimi anni hanno caricato i conti dello Stato. Sgravando quelli delle aziende più forti e capaci di contrattare, mentre la gran parte dei posti di lavoro resi disponibili sono quelli “non standard” e cioè non a tempo indeterminato. L’illusione statistica di una diminuzione della disoccupazione è crollata con il vento gelido della crisi che ha fatto cadere le pedine più fragili.
Oltre due milioni di giovani (fino a 29 anni) non studiano e neanche cercano lavoro, perché scoraggiati. Numeri che si accompagnano, nei media, all’idea che, per facilitare l’entrata nel lavoro, occorre prima agevolare l’uscita, cioè licenziare. Come una grande porta girevole. Ma il meccanismo, per funzionare, deve essere ben oliato. Occorre tanto denaro per pagare il “modello scandinavo”, che vuol dire formazione continua, assistenza nella rioccupazione e sostegno generoso al reddito degli estromessi (dal 90 al 70 per cento dell’ultima paga per i primi tre anni da disoccupato). Ma «i soldi non ci sono», ripetono i ministri tecnici.

Ad ogni modo, i dati internazionali dell’Ocse mostrano un’Italia dove non è affatto così difficile tagliare fuori un lavoratore. Siamo molto al di sotto della “rigidità” di nazioni come la Germania e l’Olanda, dove le retribuzioni medie sfiorano il doppio di quelle italiane.

Secondo analisi di lungo periodo, le aziende in Italia non riescono a reggere la concorrenza perché non hanno investito gli utili degli ultimi decenni nell’innovazione, privilegiando, invece, l’arricchimento degli azionisti. Lo dicono i grafici dell’economista Riccardo Gallo al master per manager della scuola superiore Sant’Anna di Pisa.
Se non si investe massicciamente in ricerca e sviluppo, servirà ben poco abbassare redditi e diritti di chi lavora per far ripartire la macchina. Così le migliaia di imprese, riunite nei distretti dei vari territori, spendono in formazione e tecnologie verdi per qualificare i loro prodotti, ma non possono competere ad armi pari se, ad esempio, il marchio made in Italy viene concesso anche a chi, in Italia, mette solo i lacci delle scarpe prodotte altrove. Occorrono scelte di politica industriale per creare posti di lavoro.
 
Rapporti di potere e libertà
 
Solo a partire dai rapporti di potere esistenti si può quindi comprendere la situazione per cercare di cambiarla. È questa la prospettiva seguita dai seminari promossi dall’Istituto De Gasperi di Bologna per analizzare gli oltre 40 tipi di contratti atipici esistenti in Italia e i vari progetti di riforma del mercato del lavoro. Non si tratta di curare gli effetti del lavoro ridotto a “merce”, quanto di rimuovere le cause di un danno che si sta consumando sulla vita delle persone e delle famiglie. Il ricco materiale è disponibile sul sito dell’istituto per una verifica delle scelte del governo Monti, disposto ad ascoltare tutti ma intenzionato a «tirare dritto».
Intanto, un decreto ha già definito che si può prendere in affitto un lavoratore senza dover far riferimento ai motivi prestabiliti dalla legge. Avrà ferie, maternità, permessi come gli altri, ma la sua missione può finire in qualsiasi momento ed essere sostituito. Una vita sospesa e la difficoltà di andare in banca a chiedere un mutuo. Sempre meglio che restare in mezzo alla strada, dicono alcuni. Ma se questa condizione dura per sempre, alternandosi tra i più diversi contratti atipici, si cade nella trappola della precarietà. Uscirne fuori da soli è la tentazione di società delle tante solitudini, sempre pronte ad esplodere. Mentre i diritti si tengono assieme, precari e presunti stabili. Aver accettato questa separazione, finora, ha offuscato l’analisi e la ricerca di soluzioni possibili e giuste.
Un errore che si paga con la libertà. Ne è una prova che tutti i nomi di lavoratori citati, escluso quello di Matteo Armellini, sono di fantasia per evitare problemi ai diretti interessati.
 

Uscire dalla precarietà
Formarsi e spostarsi
 
di Mauro Magatti*
 
La precarietà del lavoro è una caratteristica dell’organizzazione socio-economica degli ultimi anni. L’attuale lunga crisi ne ha acuito gli effetti su tutte le fasce di età, ma in particolare sui giovani. Come uscirne? Le soluzioni prospettate o attuate dai governi procedono nella direzione in cui tra i fattori della produzione – il lavoro e il capitale – nasceranno forme di maggiore alleanza, in cui ci sarà un uso del lavoro più articolato ma meno precarizzante, una flessibilità più governata e meno lasciata alle forze del mercato.
Ma questa prospettiva non toglie nulla ad un preciso impegno dei giovani – vale per gli inoccupati, vale per i precari –, quello di investire nella formazione, sia quella scolastica ordinaria, sia quella più professionale e professionalizzante. Bisogna infatti essere consapevoli che quanto più la società diventa avanzata, tanto più è necessario impegnarsi per la formazione.
Altro elemento da considerare nei primi anni lavorativi è che quando ancora non ci sono impegni familiari conviene allungare lo sguardo, essere disposti anche a spostarsi, per acquisire esperienze diverse, costruendosi un ricco percorso di esperienze.
 
L’impegno personale non significa tuttavia sposare la logica dell’individualismo competitivo, per cui ciascuno deve cavarsela da solo e i coetanei costituiscono gli antagonisti permanenti. Si tratta di individuare i diversi canali, quelli della formazione, attraverso cui si entra nel mercato del lavoro; quelli relazionali, che si distendono nel territorio; quelli associativi, che aprono ad un più vasto orizzonte; quelli istituzionali, attraverso cui vengono attivate le politiche per i giovani e l’occupazione.
Non mancano infatti segnali di inversione di tendenza. Si scorgono laddove ci sono imprese, organizzazioni, ambiti del sistema economico che funzionano, perché puntano su innovazione e qualità del prodotto, oppure nei settori legati alla cura della persona, dove ci sono soggetti economici più locali e non rapaci, come il mondo della cooperazione sociale. Sono settori che guardano al futuro, e possiedono già la convinzione che il lavoro deve essere flessibile ma non precario. Perché il lavoro precario porta ad un cattivo lavoro, sia per il lavoratore, che per l’impresa. Credo stia maturando la consapevolezza che la precarizzazione è solo una risposta di breve periodo ma che alla fine non fa il bene né del lavoratore, né dell’azienda, né della società.

* Preside della facoltà di Sociologia dell’università Cattolica di Milano

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