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Persona e famiglia > Educazione

Precari e disoccupati

di Maddalena Maltese

- Fonte: Città Nuova

Giacomo Russo è uno dei tanti lavoratori della scuola rimasto a casa. «Ho fatto lo sciopero della fame per ricordare ai media che esistiamo e che la riforma taglia il nostro futuro e la nostra umanità».

Proteste scuola 2010

Ha 31 anni e da 5 anni anche per lui il lavoro a scuola è diventata un’altalena tra assunzione a tempo determinato e licenziamento. Giacomo Russo di Montelepre, in provincia di Palermo è assistente tecnico e fa parte dei 160mila tra docenti e personale non docente che nel triennio 2009-2011 dovrà dire addio alla possibilità di un impiego nella scuola.

Per 17 giorni ha fatto lo sciopero della fame insieme ad altri quattro colleghi davanti a Montecitorio ed è pure finito in ospedale. Ieri era anche a Messina durante la manifestazione che ha bloccato i traghetti e la ferrovia. «Purtroppo queste modalità di protesta sono l’unico modo per far sentire la nostra voce sui media e sul servizio pubblico, preoccupato più dei gattini abbandonati e dell’ultima cucina dei vip che di migliaia di lavoratori che non potranno più avere un futuro».

 

Giacomo comincia a raccontare le storie di tanti suoi colleghi. «Ieri davanti all’imbarco per la Calabria ero accanto ad un’insegnante. E’ separata e da 15 anni insegna. Paga il mutuo per l’acquisto di una casa e gli mancano ancora 2 anni per finire. Quest’anno è rimasta senza lavoro ed è caduta in preda alla depressione. La sua è una questione di sopravvivenza. Come si occuperà del figlio e come potrà rispondere agli impegni con la banca?». Giacomo poi si sofferma sugli alunni che per il nuovo anno scolastico si ritroveranno in classi con 35 compagni e con docenti decisamente distanti nei rapporti umani, nonostante si trovino pigiati l’uno accanto all’altro perché le aule non sono omologate per questi numeri.

 

«Stiamo girando con la troupe di Presa diretta per le scuole di Palermo. E lo spettacolo è sconvolgente. La scuola primaria nostro fiore all’occhiello è allo sfascio. Vedo qualche bambino che entra in classe, spaurito, in attesa, ma l’insegnante non può occuparsene ne ha altri 32 a cui assegnare un posto e di cui ricordarsi il nome». E poi ci sono i diversamente abili, anche loro risentono dei tagli. «In questa scuola dovranno dividere la loro insegnante con altri cinque compagni disseminati nell’istituto. Nessuna considerazione per la direttiva che prevedeva un ragazzo con handicap ogni 20 alunni. In una classe che ho appena visitato ce ne sono 29».

 

Ma il ministro è stato chiaro: i soldi non ci sono e quindi le assunzioni sono impossibili.

«I soldi sono spesi male. Questa è la verità. Servivano veramente al nostro Paese 15 cacciabombardieri del costo di 15 miliardi di euro, acquistati quest’anno? E poi quale risposta si sta dando ai 65 miliardi spariti dal bilancio statale e che la Corte dei conti imputa alla corruzione?. La scuola sta pagando queste ombre con 8 miliardi e mezzo, una cifra irrisoria a confronto, ma che risulta necessaria per garantire un futuro non tanto al personale, ma all’intera nazione».

 

Giacomo enumera cifre e leggi per sostenere che in tempi di crisi «bisogna investire in formazione come stanno facendo in tanti paesi europei. Lì si gioca il nostro futuro». «Quando si scrive che una scuola media con meno di 500 alunni deve chiudere ed essere accorpata a quella di una città vicina, stiamo negando il diritto allo studio dei ragazzi, creiamo disagi per le distanze, stiamo tagliando le gambe alle nuove generazioni e ai germi di innovazione che ne potranno venire».

Chi è stato assunto quest’anno non dorme certo sugli allori. Si è garantito uno stipendio per qualche mese, ma ora « dovrò dedicare parte del mio tempo a sopravvivere per i prossimi anni e non posso più concentrarmi solo sui miei studenti», commenta uno dei colleghi di Giacomo.

Tutti attendono una vera riforma del sistema scolastico e non solamente una scure fiscale. Intanto siamo al primo giorno di scuola, per chi può.

Riproduzione riservata ©

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