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Italia > Dibattiti

Povertà e governo Draghi, i nodi da sciogliere

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Riforma fiscale, precarietà e salario minimo, assegno unico per i figli e autentica politica dei redditi. La tendenza a non riconoscere il valore del Terzo Settore. Dialogo a tutto campo con Francesco Marsico, responsabile del Servizio documentazione della Caritas italiana

Draghi Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Il pregio dei documenti Caritas, al di là delle cifre riportate dalle agenzie, è l’analisi delle cause della povertà senza censure. Così l’ultimo rapporto 2021, intitolato “Oltre l’ostacolo”, mette in evidenza il fatto come il nostro Paese si sia allontanato dagli obiettivi dell’Agenda 2030 di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, «in particolare, rispetto al contrasto alla povertà, solo in Italia si contano oltre 1 milione di poveri assoluti in più rispetto al pre-pandemia, arrivando al valore record di persone in stato di povertà assoluta, 5,6 milioni (pari a 2 milioni di nuclei familiari)».

Allo stesso tempo sono noti i contrasti interni al governo Draghi circa il mantenimento del Reddito di cittadinanza. Di sicuro, come sottolinea la Caritas, sono possibili dei miglioramenti nella direzione dell’equità piuttosto che della sua abolizione.

Più in generale, e prima che venisse reso noto l’ultimo rapporto, abbiamo provato a fare una valutazione della politica dell’esecutivo di larghissime intese con Francesco Marsico, responsabile del servizio documentazione della Caritas italiana. Il governo Draghi, infatti, si configura sempre di più per il carattere fondativo delle scelte strategiche che intende realizzare.

Cosa ne pensa Marsico del riferimento del presidente del consiglio sulla necessità di avere una “prospettiva economica condivisa”?
Il duplice obiettivo del Pnrr è sufficientemente dichiarato: rendere stabile e implementare la ripresa dell’economia in questa fase di uscita dall’emergenza e realizzare le riforme che   i Governi negli ultimi anni non sono riusciti a fare o a completare.

È altrettanto evidente che la composita maggioranza che sostiene questo Governo, porta con se tutte le differenze e ambivalenze che hanno prodotto lo stallo riguardo alle riforme essenziali per il Paese. E rendono l’azione dell’Esecutivo anch’essa ambivalente. La stessa formula “prospettiva economica condivisa” può forse essere utilizzata per quanto riguarda un’analisi   della situazione in cui versa l’Italia, ma molto meno per definire una prospettiva comune di lavoro.

In che senso manca questa agenda comune di lavoro?
Ad esempio il tema dell’equità è assolutamente assente nel posizionamento pubblico di alcune forze politiche, che a partire dal gingle del non aumento della tassazione – che in realtà significa continuare a tassare il lavoro dipendente in maniera sproporzionata   rispetto al peso della rendita finanziaria o immobiliare, al netto dello scandalo dell’evasione fiscale – alzano le barricate su riforme, quale quella del catasto, che è innanzitutto operazione di razionalizzazione.

A proposito di equità sociale che visione d’assieme si può cogliere in uno sguardo d’assieme sull’azione del governo Draghi?
La sensazione è che, nel caso migliore, questo Governo ponga le premesse per possibili e future azioni di riequilibrio fiscale, ma contestualmente una certa retorica – pure comprensibile in termini di mediazione – sul “non è il momento di chiedere soldi ai cittadini”, sembra rafforzare culturalmente lo status quo e le rendite di posizione. Consapevoli che dopo gli anni delle politiche di spesa, verranno anni di contenimento del debito e se non si inverte ora la prospettiva, la progressività declamata dalla Costituzione, resterà davvero “nella” Carta.

Con quali conseguenze in concreto?
È chiaro che in uno scenario futuro di questo tipo divengono molto esposte le misure sociali e di contenimento della povertà: il caso del Rdc è peraltro straordinario nell’evidenziare che lo stigma sociale – e anche informativo – non colpisce più di tanto la figura dell’evasore, ma del percettore del Reddito di cittadinanza. Il primo non si vede – o indossa gli abiti rispettabili del colletto bianco – l’altro assume di volta in volta quelli del mafioso, dello spacciatore e nel caso migliore dello sfaticato. Quasi mai con una informazione che ricordi quale danno, enorme, provocano i primi rispetto ai secondi.

Prima ancora di valutare gli strumenti per contrastare l’impoverimento, quali sarebbero gli interventi necessari di politica economica per promuovere un lavoro dignitoso per tutti?
Sul piano delle politiche generali il dibattito si è incentrato sul tema del salario minimo, che è una delle poche strategie utilizzabili per contenere il problema dei cosiddetti working poor, i lavoratori attivi, ma che ricevono salari tali da non uscire dalla condizione di povertà. Molti Paesi dell’Unione hanno normative di questo tipo, segno che non si tratta di una idea bizzarra, seppure non risolutiva.

Eppure non si afferma comunemente che la nostra economia è in ripresa?
Abbiamo una ripresa che si regge soprattutto su contratti a tempo determinato e sui part-time involontari, che coinvolgono soprattutto i più giovani. Il nodo più rilevante da sciogliere è la precarietà del lavoro.

Come valutare, tra le novità introdotte dal governo, l’assegno unico per i figli?
L’assegno unico è certamente una prospettiva che ci avvicina all’Europa, ma non può sostituire una politica dei redditi, locuzione abbastanza desueta, che dia se non certezze, speranze di stabilità a generazioni di lavoratori.

Come comunità cristiana dovremmo fare i conti con una retorica degli scorsi anni non infrequentemente di stampo moralistico sul tema della natalità, che fingeva di ignorare che senza un minimo di stabilità non sono possibili progetti di vita. La natalità non è questione esclusivamente privata, ma responsabilità collettiva. E l’assegno unico può contribuire alla scelta di avere un figlio, ma non modifica   prospettive esistenziali segnate dalle scadenze dei contratti di lavoro, dall’assenza di un mercato immobiliare sociale, di molte città sempre meno vivibili, di asili carenti, di scuole non sempre adeguate.

Qual è il ruolo del Terzo Settore (realtà non commerciali e non pubbliche con finalità sociali, ndr) in questa fase del Paese, rispetto al Pnrr, alle sue scelte e al suo monitoraggio?
Credo che si debba partire da qui, riconoscendo un’altra ambivalenza del Piano, il quale certamente riconosce esplicitamente in alcuni passaggi il ruolo del Terzo Settore, ma in maniera settoriale, che può essere la premessa di un coinvolgimento categoriale e marginale. Ma soprattutto il Pnrr non ha previsto – come ha segnalato il Forum Disuguaglianze sin da subito – un confronto con le rappresentanze del Forum Terzo settore ex ante e in itinere, segno di un riconoscimento più formale che sostanziale.

Cosa si può fare perché tale settore non diventi un luogo di occupazione precarizzata nella divisione del lavoro tra esternalizzazioni e tagli del servizio sanitario pubblico? 

Se gli attori del Terzo Settore dovranno sedere negli ultimi posti dell’azione del Piano, senza una sostanziale presa sui processi decisionali, i soggetti di questo mondo soffriranno delle malattie endemiche del mercato del lavoro nostrano: precarietà e bassi salari.

Rischiando di sembrare retorico devo dire che o l’Italia avvia processi di democrazia sussidiaria, che non è una rituale riunione nella Sala Verde di Palazzo Chigi, ma la costruzione di luoghi e strumenti di concertazione, confronto e verifica, o l’ambivalenza rispetto ai fini, diverrà la certezza di un passato che si traveste di futuro. Non basta una sussidiarietà esibita nella prestigiosa cornice dell’art. 118 della Costituzione. È necessaria una sussidiarietà resa viva, operante nelle dinamiche reali del Paese, di quel “Paese imperfetto” di cui ha parlato con forza il presidente Mattarella il 2 giugno scorso.

Come si mette in pratica questa vera sussidiarietà della società civile?
Non si tratta solo di poter disporre di dati trasparenti sul piano finanziario o di valutazioni di impatto che spesso tradiscono la loro vocazione di rispondere alle ansie dei finanziatori, piuttosto che agli esiti sui destinatari, ma di poter costruire una economia sottratta ai dogmi – espliciti o interiorizzati nella cultura dei decisori – del neoliberismo, capace di concepire uno sviluppo locale impastato con la vita delle comunità locali, di ripensare il welfare  a partire dai bisogni di cittadini portatori di diritti, non di utenti senza dignità e senza storia.  Insomma si tratta di concepire un Terzo settore soggetto di un progetto politico ed economico solidale e sostenibile. Magari non condiviso da tutti.

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