Potere e senso del limite

Come poter comprendere in profondità la decisione di papa Benedetto XVI di dimettersi in questo momento della Chiesa e del mondo? Intervista a Massimo Borghesi, professore di filosofia morale a Perugia
Benedetto XVI tra la folla

Sul momento attuale della storia della Chiesa, segnata dal gesto inaspettato di Benedetto XVI, abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale all’Università degli Studi di Perugia, nonché docente di Filosofia e religione presso la Pontificia università Urbaniana di Roma.

 

La decisione del papa mostra l'accettazione del limite, concetto ripreso dai filosofi marxisti come Vacca, Sorbi, Barcellona e Tronti che riconoscono proprio nell’emergenza antropologica in bioetica, evidenziata da Ratzinger, un punto comune per rispondere al dominio della tecnica e del potere senza limiti. Si potrebbe intendere in questo modo il gesto del papa?

 

«Il concetto di “limite” è al centro della teologia e del pensiero di Ratzinger. La saggezza, umana e cristiana, consiste nel prendere atto dei limiti della nostra natura, nel non forzarli in inutili e pericolosi titanismi. Da qui prende forma la sua critica alla teologia politica, al messianismo politico, alla confusione tra grazia e natura. Il gesto sovrano, inedito, di dimissioni dal ministero papale obbedisce alla stessa logica. L’uomo Ratzinger, in totale e cristiana libertà rispetto al potere, sa di fronte a se stesso e di fronte a Dio di non essere più in grado di assolvere pienamente l’ufficio petrino. Un papa anziano, non più confinato in San Pietro come prima del Concilio, non può sostenere il ritmo imposto dal contesto odierno. Questa consapevolezza dei limiti, prodotti dall’età, si incontra, in Benedetto XVI, con una profonda humilitas, la virtù propria del cristiano secondo Sant’ Agostino. Quest’uomo, che è forse il più grande teologo vivente, colui che ha dato la copertura teologica al pontificato di Giovanni Paolo II, ha dimostrato un distacco dal potere che rimarrà, come esempio, nella storia della Chiesa».

 

Quest'Anno della fede è anche l'anniversario dell'editto di Costantino del 313. Per alcune letture questa data segna la fine della chiesa autentica che ha accettato il compromesso con il potere. Ci sono elementi di lettura in questo senso davanti all'intransigenza del papa davanti ai ricorrenti problemi della finanza vaticana?

 

«Distinguerei tra l’editto di Costantino, promulgato insieme al pagano Licinio nel 313, e l’editto di Tessalonica di Teodosio, del 380. L’editto costantiniano è, in realtà, un atto di libertà religiosa, per pagani e cristiani, la cui fondamentale importanza giustamente celebriamo nell’anno presente. Venendo all’Anno della fede occorre dire che è stato introdotto da papa Benedetto XVI tenendo conto non solo degli scandali, gravi, taluni gravissimi, che hanno segnato la Chiesa e il clero negli ultimi decenni, ma anche dallo spegnersi della fede, soprattutto nel vecchio continente. In Europa diverse nazioni vedono il cristianesimo ormai in via d’estinzione. In Francia e nel nord-Europa, con l’eccezione parziale della Germania, la secolarizzazione del costume e della mentalità è radicale. La percentuale di coloro che frequentano la Chiesa non supera il cinque, sei per cento. In Olanda ed in Inghilterra le chiese diventano pub, discoteche, musei. Diverso è il caso di Africa, Asia, America Latina dove le vocazioni si moltiplicano e la fede si diffonde, ma in Europa il quadro è tragico. Per questo indire un Anno della fede non è stato un gesto pio, devozionale. È l’espressione di un giudizio, serio e motivato, sullo stato presente della Chiesa nell’Occidente europeo, sul fatto che la rinascita della fede, in un mondo ormai pagano in cui i giovani non hanno la più pallida idea di cosa sia il cristianesimo, è la prima urgenza».

 

Per chi, a prescindere dalla visione teologica, conosce la profondità della riflessione di Benedetto XVI è stata evidente l'incomprensione e la superficialità nei commenti alla sua catechesi. Quale aspetto merita in particolare di essere ancora approfondito in questo momento della vita della Chiesa e del mondo?

 

«Le catechesi del mercoledì di Benedetto XVI sono di una bellezza rara. Risuona in esse il linguaggio dei grandi Padri della Chiesa, di Ambrogio, di Agostino. Anche in questo caso non si è trattato di un messaggio devozionale, ma di una scelta ponderata. Il papa è persuaso che il nostro tempo presenti analogie con quello del cristianesimo dei primi secoli. Per questo la comunicazione della fede deve essere semplice, mirare all’essenziale, valorizzare tesori della tradizione per l’uomo di oggi. Non si tratta di strategia, ma di un giudizio. Di fronte ad una Chiesa ingessata, burocratizzata, il papa teologo manifesta ciò che deve essere l’autorità della Chiesa, quella di un pastore che ha cura delle sue anime, che le raccoglie a partire dall’amore di e a Cristo. Che le affida a Cristo. Il lascito che questo papa consegna alla Chiesa, reso esemplare dalle sue dimissioni, è che la Chiesa è di Cristo. Nel senso che è fatta da Cristo, non la facciamo noi, è opera Sua. L’incredibile serenità di Benedetto XVI, nel tourbillon delle faide vaticane e degli scandali sessuali del clero, trova qui la sua ragion d’essere. Benedetto, seguendo Sant’Agostino, è, è stato, il papa della grazia, della mansuetudine, della mitezza, del sorriso buono. Questa è la consegna per la Chiesa che viene e così lo vogliamo ricordare».

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