Di nuovo porti chiusi ai migranti

Mentre i migranti soccorsi dalla nave Alan Kurdi non possono sbarcare in Italia per le nuove direttive del governo in tempo di pandemia, continuano ad arrivare richieste di aiuto da altre imbarcazioni nel Mediterraneo che rischiano il naufragio.

In queste settimane stiamo incollati ai monitor o alle tv in attesa di bollettini che diano un qualche conforto al passare dei gironi e delle settimane in un’esperienza surreale di “fermo immagine” al quale non eravamo abituati.

Ma sempre in queste ore giungono altre notizie dal Mediterraneo: sono grida di dolore, richieste di soccorso da natanti, grida disperate di altri esseri umani confinati ed isolati, anch’essi, con l’unica differenza che per loro una fine sembra amaramente già scritta.

Urla da “barconi” e non da “balconi” che non allietano nessuno, ma che hanno come spettatore unico il “Mare Nostrum”, che è più “loro”, dei derelitti del nostro tempo, che nostro ormai, visto l’oblio che lo abita da troppo tempo.

Ultimo caso recente di tale scandalo, o dovremmo scrivere “reato” di perduta umanità, è avvenuto il giorno di Pasqua, mentre celebravamo l’annuncio della vittoria della vita sulla morte, quando un po’ di miglia a largo avveniva silenzioso per noi un ennesimo naufragio con decine di morti.

L’epidemia, nonostante le promesse del governo, ha inesorabilmente rinverdito la politica dei porti chiusi, che si auspicava di passata memoria: sembra addirittura che a chiudersi siano stati anche i cuori e le orecchie delle autorità preposte a svolgere quel soccorso in mare tanto declamato come fondante la “legge del mare”.

Le diverse segnalazioni di SOS provenienti dai profughi e migranti alla deriva non hanno tutte ottenuto una risposta adeguata, come testimoniano le registrazioni drammatiche pervenute ai media e ai colleghi che ancora sanno scrivere di qualcosa che non sia il Covid-19.

Le grida di quella donna e madre che “descrive” la scena a cui è costretta ad assistere, con i suoi bambini privi di forze , in concreto pericolo di vita, le disperate richieste inviate e ritrasmesse anche da vari canali social e notiziari non hanno tristemente avuto ascolto.

In tanti abbiamo sperato che l’isolamento forzoso subito in questo tempo di crisi avrebbe offerto tempo per riscoprirsi più umani di quello che eravamo 5 settimane fa, ma il risveglio brusco di queste ultime ore mette in dubbio che si possa porre questo auspicato positivo risultato sul piatto della bilancia.

D’altra parte come meravigliarsi di ciò se il decreto interministeriale sottoscritto l’8 aprile scorso dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, assieme ai ministri dell’Interno, degli Esteri e della Salute, ha decretato che «per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus Covid-19, i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di Place of Safety, in virtù di quanto previsto dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio in mare per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area SAR italiana» (Art. 2 del Decreto).

Come dire: immaginate, cari migranti, che le coste italiane, primo approdo naturale per chi vaga, spesso senza un reale orientamento, per il sud del Mediterraneo, non esistano più…

Come è ovvio gli sbarchi autonomi di migranti sono invece continuati sulle coste siciliane e le Ong ancora presenti in loco stanno tentando di sollevare il tema pubblicando le registrazioni di Alarm Phone, ad esempio, con le succitate richieste d’aiuto, troppo spesso inevase, di chi resta in perenne attesa che qualcuno intervenga.

Il Mediterraneo appare, come già affermato, esso stesso un luogo chiuso, ostile e indifferente dove avvengono a ripetizione naufragi invisibili, a volte addirittura sabotaggi o respingimenti illegali, sul quale si siglano irresponsabili politiche di non intervento che sembrano diventate la norma, ma che espongono una umanità in movimento a nuove (evitabili) tragedie come quelle a cui, purtroppo, stiamo assistendo in questi giorni.

Cosa fare? Davanti all’ennesimo sbarco, in pieno tempo di pandemia e nell’attesa incerta di una possibile nave per la quarantena dei migranti soccorsi, forse sarebbe fondamentale riavviare dei team preparati che indaghino sui mai interrotti orrori dei campi di detenzione in Libia che dovrebbero farci più paura del temuto coronavirus. Se ci sono stati risultati investigativi nella lotta al traffico di esseri umani, ciò è avvenuto perché si è scelto di mettere insieme forze e competenze specifiche.

In tanti ci stiamo perciò domandando cosa poter fare per risvegliare una volta per tutte la “persona umana” che ci rende quel che siamo, che definisce la nostra ragione di essere su questa terra: come scalabriniani da giorni ripetiamo, con una campagna della nostra agenzia per la cooperazione allo sviluppo, che ogni uomo e donna che non calpesta l’humus comune è in grado di costruire, come “una sola casa”, modelli nuovi di convivenza e di reale sostegno assieme a chi non ce la fa, a chi è messo ai margini.

Abbiamo in questi giorni davanti a noi, come suggerisce saggiamente la scrittura, “la vita e il bene, la morte e il male” (Deut. 30,15): sta a noi scegliere che tipo di civiltà vogliamo essere e vogliamo lasciare in eredità alle future generazioni. Il tempo è propizio, nonostante quel che si possa pensare, poiché ci sta obbligando a rimodulare tempi e modi di formulare il pensiero e le azioni seguenti, segni indelebili che esprimono la nostra identità.

L’autore dell’articolo è un giornalista e missionario scalabriniano

 

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