Porte aperte dopo le stragi

Se la caduta dallo scranno presidenziale del sanguinario Saddam Hussein doveva tagliare l’erba sotto i piedi a Osama Bin Laden, sappiamo bene quali siano stati gli sviluppi in fatto di terrorismo. Aveva visto bene al riguardo il presidente egiziano Hosni Mubarak, grande conoscitore del mondo arabo e della cultura islamica. Prima dell’offensiva angloamericana contro l’Iraq aveva ammonito: “Quando finirà, se finirà, questa guerra avrà conseguenze tremende. Invece di avere un solo Osama Bin Laden, ne avremo cento”. Ed è proprio ciò cui stiamo drammaticamente assistendo. Lo stillicidio di attentati dell’ultimo periodo conferma che la minaccia del terrorismo islamico è globale. I paesi occidentali vengono colpiti con attacchi contro i loro militari o obiettivi simbolici, come accaduto a Nassiriya per gli italiani e a Istanbul per gli inglesi. Le nazioni islamiche subiscono invece iniziative cruente sul loro stesso territorio. Adesso a chi tocca?, viene da chiedersi. Perché l’offensiva terroristica non si limita all’area irachena segnata dall’infinito “dopoguerra”. La saldatura tra cellule locali (attive o dormienti che siano) di gruppi estremisti affini all’ideologia di Bin Laden e la rete internazionale di al-Qaeda ha moltiplicato le possibilità di un’offensiva senza confini che ha basi in tanti paesi e recluta con facilità giovani kamikaze, senza più bisogno di trasferte nei campi di addestramento afghani. Nel suo ultimo proclama, il regista del terrorismo islamico ha incluso nei paesi occidentali da colpire anche Polonia e Giappone. Nel febbraio scorso, Bin Laden aveva inoltre invitato “i musulmani onesti” a rovesciare i proprio governi per instaurare “il regno di Allah sulla ter- ra”, mettendo in elenco i nomi di Giordania e Marocco, Nigeria e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen. Tacendo invece sull’Egitto, che, secondo gli osservatori, resta ad elevato rischio di attentati. In definitiva, Bin Laden vuole prendersela con quei paesi musulmani che hanno buoni rapporti con gli Stati Uniti e non applicano la legge islamica in modo rigoroso. “La Turchia, tradizionale alleato degli americani – spiega il sociologo Khaled Fouad Allam, docente di sociologia del mondo musulmano all’università di Trieste -, oggi laboratorio del processo di democratizzazione di una società di tradizione culturale musulmana, è diventata l’epicentro di tutto ciò che Bin Laden, o chi per lui, non vuole assolutamente che avvenga”. Di conseguenza, si vuole impedire che l’Iraq si leghi alla Turchia e si colleghi in qualche modo all’Unione europea, una volta entrata la Turchia. Anche l’Italia, con la strage del 12 novembre a Nassiriya, è entrata nell’occhio del ciclone. Adesso, hanno fatto sapere dal ministero dell’Interno, il nostro paese “si colloca per il rischio terrorismo al livello della Gran Bretagna”, ovvero al pari del principale alleato bellico degli Stati Uniti nel conflitto iracheno. Secondo il ministero guidato da Pisanu, potrebbero entrare in azione cellule presenti sul nostro territorio e finora relegate a funzioni logistiche, oppure potrebbero affluire in Italia dei combattenti islamici addestrati appositamente per compiere attentati. I nostri 007 non hanno dubbi: “Dopo Nassiriya e le stragi in Turchia nessuno può sentirsi tranquillo “, ma precisano: “Sappiamo grosso modo dove si trovano gli stagni nei quali si annidano questi elementi eversivi. Li teniamo sotto controllo. E siamo pronti a intervenire al momento opportuno”. L’espulsione dell’imam di Carmagnola e il successivo rimpatrio di sette esponenti islamici radicali, che si aggiungono all’allontanamento, nel giugno scorso, dell’imam della moschea di Roma, dicono chiaramente che il governo italiano non permetterà più ad alcuno di istigare e fare apologia del terrorismo nel nostro paese. La neutralità non è più possibile. L’offensiva del terrore a livello planetario obbliga tutti a fare una netta scelta di campo. Per questo stupisce, per dirla con le parole dell’esperto Magdi Allam sul Corriere della Sera, che “ci sia ancora tra i politici italiani chi continua a predicare cautela con gli estremisti islamici per il timore che possa provocare la reazione della maggioranza dei musulmani”. In realtà, personaggi come il sedicente imam di Carmagnola o l’ex imam della grande moschea di Roma “sono un pericolo per gli stessi musulmani “. Tuttavia, solo i provvedimenti di ordine pubblico non possono bastare. Magdi Allam indica la necessità di intensificare il dialogo con la maggioranza moderata musulmana presente in Italia. Come non concordare? Eppure, non si sentono alzarsi le voci di questa componente maggioritaria. Motivo? Si costata una difficoltà reale a capire le logiche culturali e i moventi spirituali dell’islam in relazione al mondo occidentale. “La questione diventa ancora più complessa – ci illustra Gian Battista Maffi, dei Missionari d’Africa, docente al Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica – se pensiamo che nel mondo musulmano non vi è alcuna istanza o istituzione autorizzata a definire ciò che appartiene all’ortodossia della religione. L’islam, a differenza del cristianesimo cattolico, non ha un “magistero ecclesiastico” universalmente riconosciuto”. Si dice che la maggior parte dei musulmani di oggi non approvi l’azione terroristica fatta in nome dell’islam da parte di Bin Laden. “Anche se tutto questo fosse vero – chiarisce -, rimane comunque aperto il problema della competenza di chi può dare un giudizio e parlare in modo autorevole in nome dell’islam ortodosso”. E precisa: “Chi parla da parte musulmana, lo fa solo a nome proprio o, tutt’al più, a nome di un’istituzione che gli ha dato un incarico preciso. Comunque mai a nome dell’islam nel suo insieme”. Eppure, la portata distruttiva degli ultimi episodi terroristici invita i credenti ad aprire le porte e a stringere i legami. Ci volevano le stragi per venirci reciprocamente incontro. Sono state aperte le sinagoghe e i cattolici sono andati a trovare i fratelli maggiori ebrei. C’era bisogno del sacrificio dei 19 italiani in terra irachena per sottolineare l’importanza del dialogo con i musulmani. Nell’ultimo venerdì del mese sacro del Ramadam si è tenuta in Italia la giornata di dialogo cristiano-islamico, lo stesso giorno scelto da Giovanni Paolo II per proporre ai fedeli un digiuno in solidarietà con i fratelli musulmani, che in Italia sono oltre un milione, nella quasi totalità moderati. Dalla Sicilia al Piemonte, varie migliaia di persone si sono trovate nella ventina di moschee appositamente aperte. A Roma, la grande moschea e il Campidoglio hanno accolto i fedeli delle due religioni, mentre a Milano imam e fedeli della moschea di via Padova si sono incontrati con rappresentanti della curia ambrosiana, con gruppi di cristiani e di giovani ebrei. “Siamo stati accusati di chiusura – ha affermato Abdallah Kabakebbji, fondatore dei Giovani musulmani italiani -, forse era vero in passato. Oggi con il terrorismo la gente ha paura, ci sono pregiudizi reciproci, ma c’è sempre più voglia di conoscersi e capirsi. I moderati sono tantissimi, i giovani anche. Andremo avanti”. Un significativo appello contro i terroristi si è levato anche a livello internazionale per iniziativa del giornalista libico Farid Adly, direttore di Anbamed, notizie dal Mediterraneo. “Ora basta! – esordisce -. Ogni nostro ulteriore silenzio è complice. Noi intellettuali arabi e musulmani in Italia e in Europa non possiamo più esimerci dal prendere posizione chiara ed esplicita di rifiuto del terrorismo. Non lasciamo in mano a pazzi sanguinari l’eredità di 14 secoli di civiltà arabo-islamica, rinnegando il richiamo alla pace e alla fraternità lanciati dal profeta Mohammed “. Affermazioni importanti. Ma che devono moltiplicarsi e risuonare nei consessi internazionali per tenere debitamente distinta la religione dal terrorismo. “Bin Laden sa benissimo che la religione è capace di unire paesi e popoli diversi – sostiene p. Justo Lacunza Balda, rettore del Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica – e sa benissimo che premere sul tasto del terrorismo internazionale permette di avere un’incidenza politica diretta sugli equilibri mondiali”. Per fermare la logica del terrore, bisogna rompere il crescente consenso che giunge a Bin Laden per il fatto di aver saputo sfidare la superpotenza Usa. Non va dimenticato infatti che l’America è malvista per la sua politica in Medio Oriente, il suo aiuto a Israele, l’embargo nei confronti dell’Iraq, la presenza dei suoi contingenti in Arabia Saudita, terra sacra dell’Islam per tutti i musulmani. “Queste sono le motivazioni che hanno armato i terroristi – sostiene il rettore, autore del recente librointervista Islam (San Paolo) -. E bisogna anche provvedere a tagliare tutte le fonti di finanziamento degli atti terroristici, a cominciare dal commercio delle armi e dei preziosi “. Ma per ristabilire la pace non basta. La comunità internazionale deve essere consapevole che “le cause di fondo sono legate alle ingiustizie presenti in tante aree del pianeta, alla povertà e al mancato rispetto dei diritti umani”.

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