Politica, antipolitica e you-tube

Gli esorbitanti costi della politica, il numero eccessivo degli eletti, la verbosità di certo linguaggio: questa è la percezione della cosa pubblica, oggi. Carlo Carboni ha svolto con altri accademici una ricerca, dal ’92 ad oggi, sulla nostra classe dirigente. I risultati dicono che l’élite nostrana è composta perlopiù da sessantenni, maschi (le donne poco più del 10 per cento), con scarsissimo ricambio, in prevalenza del Centro-Nord; 8 su 10 conoscono solo l’italiano. Colpisce soprattutto che pochissimi si identifichino come soggetti dirigenti, scansando così la responsabilità oggettiva che deriva dalla posizione che ricoprono. Questo li rende molto autoreferenziali e poco consapevoli del ruolo di guide del Paese. I rimedi? L’analisi di Carboni permette di evitare i ricorrenti catastrofismi qualunquistici e tenta la proposta: mobilità e merito. La crisi della politica da campo di studio è diventata il fatto del giorno. Come sta reagendo la gente? Alle ultime amministrative tanti non sono andati a votare, soprattutto nel Nord. In molti, ben più del previsto, hanno trovato un mezzo immediato per dire che intendono entrare in gioco, che per loro il privato non è più il solo orizzonte, e che in fin dei conti, forse, intendono accelerare i tempi proprio su responsabilità e ricambio. Questo modo è Internet. Il giornalista Mario Pirani, attraverso il web, propone un decalogo di cambiamenti politici possibili. In un giorno rispondono in quarantacinquemila, dopo una settimana sono centocinquantamila. E poi ci sono tutti quelli che, collegandosi a You Tube, seguono la cronaca del Consiglio dei ministri, attraverso il resoconto che ne fa il ministro Di Pietro. Sull’altro fronte, c’è una situazione opposta comune alla stragrande maggioranza dei siti delle istituzioni e dei politici: sottosviluppo tecnologico, siti vetrina, scarso aggiornamento, difficoltà di reperire canali di dialogo. Anche guardando la realtà delle tecnologie applicate alla democrazia si deve constatare nelle nostre élite la lentezza, se non la refrattarietà, a tutto ciò che potrebbe mettere in crisi. Ma ormai è chiaro che anche da lì passa la qualità della nostra democrazia. È facile constatare che, tra tutte le élite, sarebbero proprio i politici quelli a rischiare di più, perché dovrebbero confrontarsi in modo comprensibile con un elettorato di cui non solo hanno il voto, ma a cui dovrebbero rendere conto quotidianamente, accettando il peso del controllo, la fatica dell’argomentare e l’incertezza della sperimentazione.

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