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Cultura > Itinerari

Placidia nell’occhio del ciclone

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Figlia e nipote di imperatori, visse la fase più acuta della crisi d’Occidente, tra invasioni barbariche, lotte di religione e per il potere. I mosaici del suo Mausoleo a Ravenna esprimono la tensione ad una pace negatale in terra

Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Foto di currybet – di pubblico dominio da Wikipedia.

Il mio interesse per i monumenti ravennati del periodo tardo-imperiale mi aveva condotto a leggere la Vita di Galla Placidia, che la grande storica Lidia Storoni Mazzolani aveva dedicato a questa figura divisa tra le influenze di Costantinopoli, Roma e Ravenna. Un’opera coinvolgente sia per lo stile narrativo, sia per aver reso accessibile anche al lettore comune il tumultuoso contesto politico e religioso tardo-antico che trasformò il volto dell’Impero romano, delineando un ritratto intimo, umano di una delle figure femminili più influenti del V secolo: la figlia dell’imperatore d’Oriente Teodosio I, la sorella di Onorio, primo imperatore di quello d’Occidente, nonché la reggente per il figlio Valentiniano destinato a succedere ad Onorio. Un’opera, infine, che può offrire non pochi spunti di riflessione sulle crisi e le trasformazioni geopolitiche alle quali stiamo assistendo.

Già dalla piazza antistante la stazione ferroviaria di Ravenna, nei Giardini Speyer, attira l’attenzione l’edificio sacro forse più antico di una città che per la sua posizione strategica (era stata fondata su un complesso di paludi e acquitrini che la rendevano inaccessibile) diventò nel 402 d.C. capitale dell’Impero romano d’Occidente: si tratta della basilica voluta da Placidia come ex voto per essere scampata, assieme ai due figli, a una tempesta durante un viaggio via mare da Costantinopoli. Come tutti gli altri monumenti ravennati coevi, risulta oggi interrata per circa un metro e mezzo a causa del progressivo abbassamento del suolo.

Edificata e dedicata a partire dal 424 a san Giovanni Evangelista ritenuto patrono dei naviganti, la chiesa doveva essere stata una meraviglia di marmi e mosaici nelle triplici navate sostenute da colonne. Risorta dai bombardamenti dell’ultima guerra purtroppo priva dei mosaici d’origine (i frammenti esposti sulle pareti sono di epoca più tarda), tanto più si deplora la perdita di quelli dell’abside, che raffiguravano la stessa Placidia con i figli: l’unico suo ritratto veritiero invece di quelli che le vengono oggi attribuiti.

Prima di considerare il Mausoleo che porta il suo nome, sulla scorta della citata biografia sarà utile fare un excursus sull’epoca a cui appartenne questa complessa figura di donna: un contesto storico di transizione dall’antichità al Medioevo, che vide succedersi grandi personalità (imperatori, capi barbari, condottieri, uomini di Chiesa) e dibattere problemi cruciali (rapporti fra romani e barbari, fra Oriente e Occidente, fra cattolici ortodossi ed eretici).

Figlia e nipote di imperatori, Galla Placidia nacque a Costantinopoli intorno al 390 d. C. Presto seguì il padre Teodosio I in Italia, dove a quasi 4 anni rimase orfana di entrambi i genitori. Venne pertanto affidata ad una cugina del padre, Serena, moglie di Stilicone, militare di origine vandala e de facto reggente della parte occidentale dell’Impero per conto del figlio di Teodosio I, Onorio. Placidia rimase dunque a Roma fino all’assedio dai Visigoti di Alarico, culminato nel 410 con la presa della città e l’uccisione di Stilicone. Per la prima volta dopo quasi 800 anni, l’Urbe era stata violata e saccheggiata: un evento inaudito, un trauma per tutto l’Impero.

Prezioso ostaggio, la giovane principessa fu costretta a seguire i Goti alla volta dell’Africa, ma appena fuori del porto di Reggio una violenta tempesta distrusse la flotta. Alarico morì, lei si salvò. Nuovo comandante delle truppe, Ataulfo la condusse con sé durante la campagna successiva verso la Gallia. Quando nel 414 lei acconsentì a sposarlo, quel primo matrimonio di un’erede imperiale con un barbaro per di più eretico (era ariano) costituì un evento epocale. Dalle nozze nacque un figlio che visse solo qualche mese. Poco dopo anche Ataulfo morì assassinato e il suo trono passò a Sigerico che, ostile a Placidia, la umiliò obbligandola a camminare per 12 miglia davanti al suo cavallo. Anche lui tuttavia fu presto sostituito da Vallia, che ottenne da Onorio un cospicuo riscatto per la libertà della sorella dopo 5 anni trascorsi tra i Visigoti. Onorio si preoccupò poi di trovarle un nuovo marito: il generale ungaro-croato Flavio Costanzo, che per regnare si avvalse dei preziosi consigli strategici della sposa. Ma nel 421 d.C. anche Costanzo morì lasciando due figli generati con lei: Valentiniano e Onoria.

Con loro, la due volte vedova riparò a Costantinopoli, ma in seguito alla morte del fratello Onorio, dopo un paio di anni, dovette mettersi nuovamente in viaggio con i figli ancora minorenni verso Ravenna, scampando alla tempesta di cui si è detto. Nella capitale divenne reggente del figlio Valentiniano III, il nuovo imperatore d’Occidente, di soli 6 anni. Con notevole sagacia ella resse le redini dell’Impero, utilizzando la diplomazia, senza escludere la forza. Terminò la sua vita a Roma nel novembre del 450 e fu sepolta nel mausoleo di famiglia presso la basilica costantiniana di San Pietro. Intanto gli Unni avevano fatto scorrerie nei territori dell’Impero, la Britannia; l’Africa e buona parte delle Gallie erano perdute e i Vandali si accingevano a devastare una seconda volta la Città Eterna. Commenta la Storoni Mazzolani: «Placidia si trovò a vivere nel momento più acuto della crisi d’Occidente, nell’occhio del ciclone».

Come una donna così provata da lutti, naufragi, matrimoni politici e altre traversie uscisse indenne si spiega con la forte tempra e con la profonda fede in Cristo, che difese contro eretici e pagani. Il popolo ebbe per lei rispetto e venerazione come ad una santa. Tanto più che Placidia non aveva trascurato di far costruire chiese e promuovere con l’arte sacra la bellezza che è traccia del divino. Ne è massima testimonianza, a Ravenna, il Mausoleo da lei voluto: probabilmente una cappella palaziale pertinente alla scomparsa chiesa di Santa Croce, oggi fra gli 8 monumenti paleocristiani e bizantini di Ravenna dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità.

Soffitto del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Foto di Incola – Opera propria, di pubblico dominio da Wikipedia.

Situata a pochi passi dalla basilica di S. Vitale, con pianta a croce greca, la piccola costruzione presenta un sobrio esterno in laterizio, cui contrasta lo sfarzo dei mosaici che rivestono volte e pareti interne. Abituati gli occhi alla penombra interna, ci si trova immersi in un trionfo cromatico di stelle dorate su fondo blu notte, di girali di acanto, di festoni con fiori e frutti, di preziosi motivi decorativi che incorniciano le figurazioni sacre: Cristo buon pastore, la sua croce che campeggia nella cupola, san Lorenzo che si avvia al martirio, altri santi; e ancora, cervi e colombe simboleggianti l’anima che attinge alla grazia celeste. Questa bellezza avvolgente, paradisiaca, da gustare in silenzio, è rivelata della luce solare che, filtrando dalle finestrelle schermate di alabastro, suscita vibrazioni colorate sulle tessere dei mosaici disposte con inclinazioni diverse per catturare ogni minimo barlume. La luce materiale figura di quella divina.

«Placidia – leggo ancora nella sua Vita – edificò, probabilmente vicino al palazzo, una grande chiesa cruciforme, S. Croce, presso l’attuale S. Vitale; per secoli a Ravenna furono indicati al visitatore 4 dischi di porfido sul pavimento. L’imperatrice scendeva di sera nella chiesa deserta, posava un candelabro con un cero acceso su ciascuno; si inginocchiava al centro, sul nudo marmo, e pregava fino a che i ceri non si erano consumati: dalle buie radici del suo essere, qualche cosa ramificava verso il cielo; attraverso le delusioni, le sconfitte, ella si protendeva lentamente verso la sua metamorfosi interiore, verso l’abbandono totale di tutto ciò che ancora la legava alla terra».

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