Pinocchio nero

Li chiamano chokora, spazzatura. Frugano nelle discariche e sniffano colla. Da due anni però la vita di venti dei duecentomila ragazzi di strada di Nairobi è cambiata. Anche loro, come Pinocchio, hanno cominciato a parlare, facendo emergere le cicatrici del corpo e dell’anima. E, dall’essere considerati oggetti, sono diventati persone. La favola del pupazzo di legno che si trasforma in essere umano, è stata l’esperienza vera di una trasformazione. Grazie alla disciplina del teatro, in due anni di training hanno imparato a stare insieme, a costruire oggetti, a recitare. Merito di Marco Baliani e di uno staff di collaboratori del Teatro delle Briciole di Parma, che si sono appassionati ad un generoso progetto sociale dell’Amref sfociato in uno spettacolo, Pinocchio nero, che ha portato questi ragazzi sulla ribalta italiana e li riporterà nel loro continente per essere loro stessi testimoni di un cambiamento possibile anche per altri. Venti piccole gocce in un mare, capaci, però, di creare un’onda di speranza. Arte e vita hanno trovato nei corpi e nel cuore dei giovani interpreti una commovente credibilità non disgiunta da una capacità espressiva quasi connaturale. Sul piano spettacolare le scene si susseguono a quadri formando un coro di corpi narranti che, tra pericoli e tentazioni sempre in agguato, si divideranno le parti identificandosi nei vari personaggi della favola di Collodi. Trovandovi un’aderenza di sentimenti. Tra le tante scene due rimangono impresse: quella in cui desiderio di indossare delle scarpette da calcio si materializza nei piedi, e tutti danzano una partita con un invisibile pallone; e il finale, dove Pinocchio porta sulle spalle Geppetto tirato fuori dal ventre della balena: moltiplicati in dieci coppie, sono tanti Pinocchi che portano l’adulto verso la salvezza. Suggellata dal commovente finale che li vede gridare il loro nome col passaporto in mano. Divenuti cittadini del mondo e riacquistata la dignità loro sottratta, si scateneranno in una danza di gioia DANZA/ UNA MEDEA MUTA Scocca nel buio una freccia luminosa. Un boato che colpisce e sconvolge il cuore di Medea. Per tre volte.Amore, vita, e morte: ovvero l’incanto, il disincanto, i figli. Questi tre quadri scandiscono lo spettacolo della Compagnia Abbondanza/ Bertoni ispirato alla tragedia di Euripide e alle Argonautiche di Apollonio Rodio. Seconda tappa, dopo Alcesti, del progetto Ho male all’altro intorno al tema del sacrificio per amore, la coppia di coreografi e danzatori attinge alla mitologia greca per parlare di passioni umane. La loro Medea è una partitura di teatro-danza, sorretta da suoni amplificati, fruscii, respiri; da silenzi, boati, e note di Bach. Da un ponte levatoio, come da una bocca, sputati e risucchiati tra fumi di nebbia, i personaggi sembrano fantocci fissati in movimenti meccanici e contratti. Simili a tableaux vivants in bianco e nero. La danza percorre i loro corpi muti, raggrinziti in smorfie e gesti baloccati: allusivi di un malessere dell’anima che si espanderà come un contagio mor- tale in una coreografia astratta e visionaria. La narrazione – spesso però difficile da decifrare – materializza protagonisti e avvenimenti e, allo stesso tempo, ne evoca la forza universale nella dinamica dei gesti e nelle immagini. Come nella furia di Medea che Donatella Bertoni rende attraverso un gioco di lance da arti marziali. E Giasone, dopo aver cercato inutilmente di salvare i figli dalla vendetta omicida della madre, sullo sfondo di un albero rinsecchito che ricorda una croce – allusione al sacrificio dei senza colpa -, vagherà in un inseguimento infinito. Senza più pace.

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