Il Pignone, dalla Roma imperiale al recente restauro

È tornata a splendere, dopo quasi un anno di lavoro, la monumentale pigna bronzea di epoca romana al cuore dei Musei Vaticani
Il Pignone (da Wikipedia)

Un restauro eccellente ci trasporta nel Cortile della Pigna, snodo e crocevia di tutti i percorsi dei Musei Vaticani. Per parlarne, devo iniziare da Dante, che con l’oggetto restaurato c’entra di autorità, con una domanda: si recò il sommo poeta a Roma per il primo Giubileo della Chiesa promulgato da papa Bonifacio VIII nel febbraio 1300? Gli studiosi ne sono quasi certi, anche se non esistono documenti al riguardo. Attestata, invece, è la visita dell’Alighieri nella capitale della cristianità nel settembre 1301, quando fece parte dell’ambasceria inviata da Firenze per disporre benevolmente l’animo del papa verso la città del giglio.

Esistono tuttavia due passi nella Divina Commedia, tratti dai canti XVIII e XXXI dell’Inferno, che non lascerebbero dubbi su una sua partecipazione all’eccezionale evento giubilare che attirò a Roma folle immense. Nel primo, Dante paragona il procedere in senso opposto delle due schiere di peccatori della prima bolgia ai pellegrini che si incrociavano sul ponte Sant’Angelo da e per la basilica di San Pietro, ciò che ha il sapore di un ricordo personale. Nel secondo – e sembrerebbe anch’essa una testimonianza de visu – paragona la faccia del gigante Nembrot alla «pina di San Pietro»: «La faccia sua mi parea lunga e grossa/ come la pina di San Pietro a Roma,/e a sua proporzione eran l’altre ossa».

Cos’era questa pina? Una colossale scultura bronzea di epoca romana, riproducente lo strobilo del pino, comunemente detto pigna: alta quasi quattro metri, fino al 1600 decorò la fontana per le abluzioni rituali al centro del quadriportico antistante la basilica costantiniana di San Pietro, ancora in piedi all’epoca del padre della lingua italiana. Simbolo pagano assunto dal cristianesimo, la pigna ricca di semi rinviava ad un significato di abbondanza e fertilità, ma anche di immortalità e rinascita. Quella in questione inoltre, con la sua funzione di fontana, richiamava l’acqua vivificante che è Cristo stesso, il suo Spirito.

Nel 1608, mentre era in costruzione la nuova basilica, l’opera venne spostata per volere di papa Paolo V nella parte alta del Cortile del Belvedere ideato dal Bramante. Altro trasloco nel 1704 davanti al nicchione dello stesso Belvedere, sopra il ripiano della scalinata a doppia rampa progettata da Michelangelo: è l’attuale collocazione, avendo come piedistallo un grande capitello marmoreo del III secolo d. C., decorato a rilievo con l’incoronazione di un atleta vittorioso. Vigilano su entrambi i lati due pavoni anch’essi bronzei, copie di originali che ornavano forse il mausoleo di Adriano.

La monumentale pigna, fusa tra il I e il II secolo d. C. in cinque elementi saldati tra loro da un certo Publio Cincio Savio che la firmò, sembra sia stata rinvenuta nel Medioevo tra i ruderi delle Terme di Agrippa in Campo Marzio quale elemento di una fontana che stillava acqua dalle sue punte. Stessa provenienza per il capitello di base. Numerose le leggende che la fantasia popolare (e anche di umanisti e antiquari) ricamò attorno a questo curiosissimo reperto.

E veniamo ai restauri, resi necessari dalla continua esposizione alla corrosione degli agenti atmosferici. Dopo gli ultimi risalenti agli anni Ottanta del secolo scorso, gli attuali, condotti da quattro restauratrici del Laboratorio di restauro metalli e ceramiche dei Musei Vaticani, hanno rimosso incrostazioni e strati protettivi ormai invecchiati e ossidati sia dalle superfici bronzee che da quelle lapidee del capitello, in condizioni più precarie. Le nuove metodologie conservative messe a punto permetteranno di ammirare ancora a lungo il massiccio cono col suo intarsio di petali senza dover più intervenire se non con la normale manutenzione.

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