Pietra di diaspro

Roma, Teatro Nazionale. Esiste ancora l’opera lirica? Domanda d’obbligo perché l’opera-video con testi tratti dall’Apocalisse e dalle liriche di Paul Celan, musicati da Adriano Guarnieri, sembra altra cosa da quanto siamo abituati a vedere e a pensare. Certo, dopo la donizettiana Figlia del Reggimento data all’Opera – con l’allestimento piacevolmente calligrafico di Zeffirelli e quella musica che si tuffa nell’ultimo Rossini ammiccando al futuro Offenbach che ha dato da fare alla brava orchestra guidata da Bruno Campanella -, trovarsi per due ore nel mondo apocalittico e surreale di Guarnieri è stata una visione. I puristi forse non saranno d’accordo, ma quest’opera-video è uno spettacolo fascinoso. Le miscellazioni videografiche hanno creato una scenografia virtuale tale da trasportare in una realtà onirica e metafisica che ha giustificato il puro suono della musica di Guarnieri, un con-fondersi di sonorità umane elettroniche e strumentali, talora cervellotiche, eppure espressive di una tensione all’immersione cosmica in cieli e terre nuove. La materia sonora è in realtà la protagonista dell’impresa, e forse, per descrivere altri mondi, è lo strumento adatto: resta impressa nell’orecchio spirituale dell’ascoltatore attento come un Qualcosa che ha da venire, anche se per ora difficile da recepire dal pubblico consueto. Tra le ottime voci, spicca quella di Antonella Ruggiero, con il suo timbro inconfondibile nella polifonia dissociante del canto, mentre fra gli strumenti il violoncello di Andrea Noferini fluttua in oscillazioni alla Berio d’immediata comunicabilità. Opera dunque, la Pietra di diaspro? Cristina Mazzavillani Muti, regista dell’impresa, oculata e precisa, anima i vari generi – coreografia (bellissime quelle sulla fine di Babilonia), canto, mimica – in una unità magmatica che tende a dare una visione nuova dell’opera, aperta alle fantasie multimediali e ad indagini filosofiche. Dell’antico recitar cantando semplice e diretto, resta nulla. Ma ormai l’opera viaggia in cerca di una nuova libertà e di un’altra, possibile,musica. ENATO BRUSON G. Verdi, Rigoletto. Roma, Auditorio Conciliazione. Rigoletto è lui, Bruson, vecchia volpe dalla magnifica recitazione e dal canto brunito, vigoroso. Opera verdiana veloce e diretta, si espande in una teoria di duetti e monologhi, più che nelle solite arie e cori saltellanti. La strumentazione è efficace, sostiene il canto, commenta l’azione in modo conciso, come nel preludio dell’opera o nell’introduzione dell’atto terzo. I sentimenti – amore gelosia vendetta disperazione – Verdi li butta addosso con furia, non danno respiro, tanto sono veri. Bruson giganteggia su tutti, anche sull’orchestra – fragili i violini primi, bello invece l’oboe – precisa negli attacchi e un po’ rumorosa, diretta con foga da Francesco La Vecchia. Ovazioni infinite per il carisma del baritono veneto.

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