Piersanti Mattarella: la Sicilia 40 anni dopo

Piersanti Mattarella è morto 40 anni fa. Con un sogno: quello di cambiare la Sicilia. Democristiano doc, ma lontano dai canoni della DC del tempo, troppo spessa accusata di collateralismo, se non qualcosa in più, con la mafia

L’allora presidente della Regione venne ucciso il 6 gennaio 1980. Era uscito di casa per recarsi a messa: fu crivellato di colpi all’interno della sua Fiat 125 da dove lo estrasse, insanguinato, il fratello più giovane, Sergio, attuale presidente della Repubblica. Piersanti Mattarella aveva 45 anni, ma il suo sogno cozzava con i piani di chi voleva la Sicilia asservita ai poteri criminali e agli affari dei potenti.

Il suo sogno venne spezzato e la pista, a lungo battuta, fu quella inquietante, di una strana alleanza tra Cosa Nostra e gli ambienti neofascisti italiani, in particolare i Nuclei Armati Rivoluzionari. Una pista a lungo battuta, ma poi accantonata. Giovanni Falcone firmò la richiesta di rinvio a giudizio per Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini. I due furono poi assolti. Ma la pista nera è più che mai attuale e molti elementi potrebbero portare oggi ad una rilettura dei fatti di 40 anni fa. Ritorna in primo piano la vicenda, mai sufficientemente evidenziata, del ritrovamento di spezzoni di due targhe rubate a Palermo. Gli spezzoni mancati corrisponderebbero, messi insieme, alla targa che venne vista quel giorno di 40 anni fa a Palermo, la targa della Fiat 127, a bordo della quale il killer si allontanò.

Oggi la vicenda è nuovamente all’attenzione della Procura, ma anche dell’opinione pubblica. Se è vero che Fioravanti e Cavallini non possono più essere processati per il reato per il quale sono stati assolti, c’è il dovere di una ricostruzione storica puntuale che squarci il velo su una verità che, dopo 40 anni, potrebbe finalmente essere più chiara.

Mattarella e il suo sogno spezzato. Spezzato forse anche da indagini che forse non furono troppo attente e più probabilmente furono condizionate. Il sogno di un presidente della Regione che voleva invertire la tendenza. E costruire una Sicilia libera dai lacci. Lacci che sembrano ritornati, prepotentemente, in questi giorni, in cui un rimpasto nel governo della Regione siciliana ha portato all’esclusione, caso veramente unico nel Paese, di una rappresentanza femminile in seno all’esecutivo guidato da Nello Musumeci.

Lacci di tipo diverso, certamente, ma pur sempre dei “lacci”: nella giunta Musumeci lasciano l’assessore all’Agricoltura, Edy Bandiera, e l’assessore alle Autonomie locali e Funzione pubblica, Bernadette Grasso. Al loro posto subentrano Toni Scilla e Marco Zambuto. Grasso era l’unica donna in giunta. Ma poiché a sostituirla è Marco Zambuto, la giunta risulta oggi composta interamente al maschile. Dodici assessori su 12 sono maschi.

Le polemiche e i giudizi politici, anche molto duri, non si sono risparmiati. Sono cronaca di questi giorni. Tutto questo accade nella stessa Sicilia che, il 10 giugno scorso, aveva visto approvare dall’Ars, all’unanimità, le “Norme relative al funzionamento del governo regionale” che prevedeva la presenza minima della rappresentanza di uno dei due generi pari a un terzo. Quindi, nessuno dei due generi, uomo e donna, potrà avere meno di 4 assessori nella giunta regionale. Chimerà ? No, la legge purtroppo sarà valida solo a partire dalla prossima legislatura.

E oggi ? Le polemiche restano e quanto accade è probabilmente indice di una visione del potere ancora fortemente coniugata al maschile. La Sicilia fatica a liberarsi di tanti retaggi, anche di questo. E che tutto sia profondamente stonato (oltre che indice di una visione fortemente legata a luoghi di potere duri a morire), lo dice anche la nota diffusa dallo stesso presidente Nello Musumeci. Cosciente che ciò che è stato costretto a subire dai partiti è quanto meno imbarazzante, il presidente ha chiesto ad altre forze politiche della sua maggioranza di fare spazio e di prevedere una presenza femminile in giunta. Qualcuno cioè dovrà farsi ancora da parte per garantire la presenza di almeno un assessore donna. E che questo debba accadere deve certamente far riflettere.

Musumeci, dunque, affida alla penna il suo pensiero. Che non è certo quello di chiudere alle donne. Il governatore precisa che l’assenza di donne in giunta è solo momentanea. «Ho chiesto alle forze politiche della coalizione di far sì che la parità di genere sia non solo predicata ma anche praticata. Mi attendo, quindi, già a breve atti e scelte conseguenziali». Ma non si tratta solo di indicazioni politiche. Ciò che è accaduto è un segnale, non certo felice. «Il tema – aggiunge Musumeci – ripropone l’insoluto problema della selezione della classe dirigente politica in Sicilia. Siamo ancora lontani dagli obiettivi per realizzare pienamente un sistema di pari opportunità, nel quale fermamente credo». E aggiunge che le scelte da lui compiute, con le nomine di dirigenti, dei capi gabinetto, dei capi segreteria ha visto quasi sempre l’indicazione di donne, com’è avvenuto anche per la recente nomina della portavoce personale del presidente, l’ex parlamentare europea del Pd Michela Giuffrida. E lancia un appello ai partiti. «È questa la vera scommessa che i partiti in Sicilia debbono saper vincere, dimostrando, oltre la logica dei numeri,  la volontà e la capacità di saper formare e selezionare una nuova classe dirigente, senza più penalizzazioni».

Le parole del presidente non bastano a lenire le polemiche. Il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo, parla di «decisione anacronistica che fa ripiombare la Sicilia nel Medioevo, ma anche paradossale: si impone ai comuni la presenza delle donne in giunta e l’Ente sovraordinato, la Regione, invece se ne infischia». E Milena Gentile, responsabile regionale del Dipartimento Pari Opportunità del Pd, aggiunge: «A nulla serve il lungo elenco di donne – valenti e con indiscutibili meriti professionali – scelte da Musumeci per ricoprire incarichi prestigiosi sia nello staff sia ai vertici burocratici regionali, il dato di fatto è che l’unica donna presente in giunta regionale è stata sacrificata in virtù di meri scambi di convenienza politica. La Sicilia si adegui alle regioni del resto d’Italia applicando la legge Delrio, che prevede – conclude – il 40% della presenza di donne in giunta. Chiediamo inoltre l’approvazione della doppia preferenza di genere per la legge elettorale regionale».

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