Piccoli comuni grande Italia

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Eh, no. Non ci si può incontrare senza mangiare insieme. Fa parte della nostra cultura. Stia tranquillo, non mi farà perdere tempo, ci aveva precisato con rassicurante cordialità Lino Cerri, sindaco di Atina, comune con 4.900 abitanti in provincia di Frosinone. E così, quando siamo saliti sino al centro storico, dopo aver lasciato la Valle di Comino, con Cassino a sud di 10 chilometri, il primo cittadino sembrava non avesse altro da fare che stare con noi. Giorno di mercato, lunedì mattina. Molta gente con la borsa della spesa e tanti incontri e saluti. Un’anziana, con un sedano sottobraccio, lo ferma e gli rammenta una vicenda personale. Lui ascolta, s’informa, commenta. Poi la saluta senza fretta. Nessuno si rivolge a lui con il titolo di Signor sindaco, ma tutti lo chiamano semplicemente Lino. È la conseguenza di un continuo stare in mezzo alla gente. Non è casuale infatti che sia stato eletto lo scorso anno per il secondo mandato con il 76 per cento dei voti. Nei piccoli comuni, il sindaco è spesso molto più che l’autorità civica. Viene interpellato telefonicamente per le vicende più diverse, salute compresa, e si chiede appuntamento per parlare anche della propria crisi coniugale. Nei piccoli comuni sono infatti an- cora forti e diffusi il senso della comunità, il grado di coesione sociale e la qualità della vita. Eppure, questo non ha impedito, nei decenni scorsi, il fenomeno dello spopolamento. Atina non ha fatto eccezione. Nel secondo dopoguerra l’emigrazione prese le rotte degli Stati Uniti e del Canada, della Francia e del Belgio. Minimi storici furono registrati all’anagrafe, con l’età media diventata alta e poche nascite. Da una decina d’anni, la tendenza si è invertita. Il comune si va ripopolando per il rientro di emigrati e dei loro figli, che hanno aperto negozi di vario tipo e attività di ristorazione. Insomma, la possente Atina, come venne definita da Virgilio nel libro settimo dell’Eneide, sta vivendo un rilancio. Si stanno valorizzando anche le tipicità locali, dal vino Cabernet doc ai fagioli cannellini, e poi il festival internazionale del folklore (3-8 agosto), giunto alla 26.a edizione e il rinomato appuntamento Atina Jazz (19-24 luglio), con all’attivo 18 stagioni di musicisti eccellenti. Purtroppo – spiega dispiaciuto il sindaco -, restano ancora scarse le opportunità di lavoro per i giovani e poco sviluppata è l’iniziativa privata. Anche le nascite rimangono molto basse. Ad ogni matrimonio, il sindaco, con tanto di guardie in alta uniforme, portava alla sposa un bouquet di fiori. Un’innovazione molto gradita, ma bloccata dopo un po’: problemi di bilancio. Rischi maggiori corrono adesso varie iniziative sociali, comprese quelle a favore degli anziani e dei bambini disabili. Nell’ultima finanziaria – si lamenta il sindaco – ci hanno tolto 168 mila euro. Perciò siamo costretti o a ridurre i servizi, o ad aumentare le tasse. L’indomito Cerri ha saputo coinvolgere le sei amministrazioni locali della Val Comino per agire in forma associata. Così, dalla raccolta dei rifiuti alla manutenzione delle strade, dal servizio trasporti alla protezione civile, si sta operando congiuntamente. La collaborazione tra sindaci è quanto mai determinante. E anche l’affiatamento. Pur nella diversità. Come nel caso del sindaco Cerri con Renzo Cancelli, primo cittadino di Pescosolido, 1.600 persone, pochi chilometri più a nord. Diversi per schieramento e per carattere, coltivano la passione per i grandi temi. Hanno preso parte in Austria a 1.000 città per l’Europa e il prossimo 8 maggio andranno a Stoccarda per un ulteriore appuntamento. Sindaco dal 1992, Cancelli è in scadenza il prossimo 13 giugno. Esuberante, due anni fa fu protagonista di uno sciopero della fame perché l’eliporto dell’ospedale di zona non era ancora in condizioni di sicurezza. Determinato, è riuscito a evitare la chiusura dell’ufficio postale, mentre manca la stazione dei carabinieri. Non ne abbiamo bisogno. Siamo tutti onesti, commenta. È un paese dormitorio che si è spopolato – riconosce -. Nel 1951, 3.500 abitanti; 1.400 alla fine degli anni Ottanta. Negli ultimi dieci anni invece siamo cresciuti, raggiungendo ora quota 1.600. Sono ritornati alcuni emigrati e qualche cicogna si è fatta vedere. Prima non si riusciva a formare una prima elementare. Quest’anno è popolata da sei bambini, il prossimo avremo 15 alunni. Con le poche risorse disponibili è difficile avviare iniziative e valorizzare la stessa collocazione ai piedi del Parco nazionale d’Abruzzo e del Lazio. Se c’è buona volontà, comunque, si fa tesoro di tutto. Così, la tradizionale festa del paese, il 13 settembre, è stata trasformata nella Festa della solidarietà, con i prodotti tipici locali, il coinvolgimento delle società di calcio di serie A, l’apporto di famiglie ed enti. Ogni anno i risultati sono sempre più incoraggianti e vengono donati mezzi e strutture (anche una costosa unità mobile di rianimazione) a chi ne ha bisogno, Africa compresa. Sono 5.828 i piccoli comuni della Penisola, quelli con meno di 5 mila abitanti, per intenderci. Ciascun sindaco di queste amministrazioni potrebbe raccontare qualcosa di analogo a quanto riferito dai due colleghi ciociari. Rappresentano il 72 per cento del totale delle 8.100 municipalità del paese, con oltre 10 milioni di abitanti, e custodiscono il 55 per cento del territorio nazionale. Esprimono un’Italia nell’Italia, quella con grandi problemi e piccole risorse. Quella trascurata dal bilancio statale, sia che governi uno schieramento o l’altro. Eppure, non prive di opportunità. Da alcuni anni perciò si sono moltiplicate le iniziative a favore di questa parte del Bel Paese, certi che se è diventato noto all’estero il Chiantishire o la Toscana Fraktion (per dirla con inglesi e tedeschi) per la qualità del vivere, del paesaggio e della cultura, non di meno esistono tesori in altre migliaia di abitati in Italia. C’è tuttavia voluto uno sforzo congiunto, promosso da Legambiente, per una rinnovata attenzione. Da qui, la festa nazionale della PiccolaGrandeItalia, svoltasi il 28 marzo scorso all’insegna del Voler bene all’Italia. Trasformare un problema in opportunità , hanno ripetuto gli organizzatori. La tutela del territorio agricolo dal dissesto idrogeologico o dagli incendi, la promozione dei prodotti tipici locali e dell’agriturismo, la valorizzazione delle colture agricole tradizionali possono diventare obiettivi di un progetto di crescita, salvaguardando la nostra identità anche nel processo di globalizzazione in corso. Dall’agricoltura di qualità – ha affermato Paolo Bedoni, presidente della Coldiretti – dipendono molte delle possibilità di sviluppo dei piccoli comuni. Non si tratta solo del Brunello di Montalcino. Da piccole realtà possono nascere grandi opportunità per agricoltura, artigianato, turismo e commercio. Il patrimonio d’arte e le tradizioni, la natura e l’aria buona attirano sempre più. Significativo che le popolose città registrino una costante emorragia di cittadini a favore dei centri con meno di 10 mila abitanti. Tutti sono in cerca di condizioni ambientali e di relazioni umane decisamente migliori. Tanti elementi indicano che la strada intrapresa è quella giusta. Lo confermano anche le nuove generazioni, che hanno aderito ad iniziative come quella denominata La scuola adotta un comune. Così, a Foggia, per citare un caso, 21 scuole del capoluogo hanno adottato 21 dei 39 piccoli comuni della provincia. Nel gennaio 2003, è stata approvata alla Camera una legge a favore delle amministrazioni locali con meno di 5 mila abitanti. Il testo intende favorire, con investimenti e incentivi, attività economiche e culturali, agevolare i residenti e attrarne di nuovi, contrastare la chiusura di uffici postali, scuole, distributori di benzina, presidi sanitari. Il provvedimento raccolse un vasto consenso di maggioranza e opposizione. Arrivato al Senato, non riesce ad uscire dall’esame delle commissioni. Ciampi stesso ha speso parole per una rapida conclusione. Non è un piccolo mondo antico – ha tenuto a precisare il presidente della repubblica, convinto sostenitore -, ma una realtà che ci può dare prospettive di crescita, di guadagno, di qualità della vita. E rivolto ai giovani: Prendete uno zaino e visitate i paesini vicini alle vostre città. Ammirate il sapere del passato che si rinnova nell’artigianato, coniugandolo con l’informatica. Consumate prodotti italiani, ricchi di sapere e tradizioni . Proprio quegli ingredienti che i piccoli comuni, presidio di civiltà e della nostra identità, conservano. REALACCI: NON È FOLKLORE, MA FUTURO Il bilancio della prima edizione di Voler bene all’Italia – spiega l’on. Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente (promotrice dell’iniziativa) e primo firmatario della legge a favore dei piccoli comuni – è senz’altro positivo e al di là della più rosee previsioni. Non pensavo che la risposta sarebbe stata così vasta, sia per i comuni partecipanti (1.400), sia dal punto di vista dell’accoglienza che la proposta ha trovato. Da quanto tempo eravate partiti? Dal 1999 avevamo presente i punti critici ma anche le grandi opportunità dei piccolo centri. Come ha detto bene Ciampi, che ha colto perfettamente il senso dell’iniziativa, non si tratta infatti del piccolo mondo antico, ma di far tesoro della propria storia, identità, cultura, coesione sociale, legame con il territorio per costruire una modernità a misura d’uomo. È un ragionamento che attiene anche a come fare i conti con la globalizzazione. Progetti per l’immediato futuro? Vorremmo vedere approvata quanto prima la legge, dormiente al Senato, convinti che può fornire un aiuto ai piccoli comuni, anche se non risolve i problemi. Il testo vale in quanto è una forma di indirizzo politico da cui poi è difficile prescindere. Per la giornata in sé, l’idea è di ripeterla, rendendola più internazionale, annunciandola qualche mese prima anche all’estero e invitando a visitare l’Italia in quella domenica. Non c’è il rischio che tutto finisca a tarallucci e vino? Un po’ di italico folklore e nulla più. Costatiamo che l’insieme di certi fattori, non solo il vino, il turismo, il recupero dei borghi, l’artigianato, l’agricoltura di qualità, fanno diventare molto ambite zone un tempo depresse. Abbiamo la percezione che questo tessuto – un tessuto di identità, di cultura, di storia, di comunità, di collaborazione, di solidarietà – sia anche l’infrastruttura essenziale per uno sviluppo economico e sociale che non penalizza qualità ambientale, rapporti umani e coesione.

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