Piacenza, carabinieri sotto accusa

Lo smarrimento nel Paese per l’arresto di 6 carabinieri accusati dagli inquirenti di aver commesso reati gravissimi, dallo spaccio di droghe alla tortura. Le indagini partite dalla segnalazione del comandante della Compagnia dei carabinieri di Cremona.

Carabinieri accusati di essere spacciatori e autori di torture, oltre a diversi odiosi reati. Quanto avvenuto nella Caserma “Levante” di Piacenza, lascia sgomento anche chi ha sempre nutrito massima fiducia nei carabinieri, spesso passati agli onori della cronaca quali “fedeli servitori dello Stato”.

Oggi ci tocca amaramente costatare quanto, purtroppo, la vicenda di Piacenza abbia poco a che fare sia con la “fedeltà” che con il “servizio”.

I militari coinvolti nell’indagine piacentina, a dire degli inquirenti, si sarebbero macchiati di reati gravissimi, quali traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio e falsità ideologica.

Siamo di fronte a reati impressionanti se si pensa che sono stati commessi da militari dell’Arma dei carabinieri.

Le indagini sono partite dalla segnalazione del maggiore Rocco Papaleo, comandante della Compagnia dei carabinieri di Cremona, per anni in servizio a Piacenza, dove ha rivestito anche il ruolo di comandante del nucleo investigativo.

Papaleo, convocato in procura per un’altra indagine, ha riferito di aver ricevuto messaggi da un uomo di nazionalità marocchina che diceva di essere un informatore dei carabinieri e che riceveva, come ricompensa per le informazioni, della droga custodita in un contenitore presente alla caserma Levante. In base a quanto raccontato dall’uomo, quando le risposte non erano esaustive, veniva minacciato. Lo stesso ha inoltre aggiunto che i militari di quella caserma avrebbero organizzato anche festini a base di stupefacenti e in presenza di prostitute.

Nel corso delle indagini sono state fondamentali le intercettazioni ambientali realizzate all’interno della caserma.

Le frasi che si leggono nell’ordinanza che ha portato all’arresto dei militari e al sequestro della caserma, raccolte da un’intercettazione ambientale, sono raccapriccianti: «Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi (…) in poche parole abbiamo fatto una piramide (…) noi siamo irraggiungibili». «Abbiamo trovato un’altra persona – prosegue l’intercettazione – che sta sotto di noi. Questa persona qua va da tutti questi spacciatori e gli dice: “Guarda, da oggi in poi, se vuoi vendere la roba vendi questa qua, altrimenti non lavori!” e la roba gliela diamo noi!».

Le parole che il capo della Procura di Piacenza, Grazia Pradella, ha utilizzato all’inizio della lunga conferenza stampa sono significative dell’inquietante scenario emerso sino ad oggi: «Faccio fatica a definire questi soggetti come carabinieri, perché i loro sono stati comportamenti criminali. Non c’è stato nulla in quella caserma di lecito».

«Tutti gli illeciti più gravi – prosegue Pradella – sono stati commessi in piena epoca Covid e del lockdown, con disprezzo delle più elementari regole di cautela imposte dai decreti del Presidente del Consiglio. Mentre la città di Piacenza contava i tanti morti del coronavirus, questi carabinieri – afferma Pradella – approvvigionavano di droga gli spacciatori rimasti senza stupefacente a causa delle norme anti Covid».

Tra i carabinieri della caserma Levante di Piacenza ce n’era anche uno che non voleva far parte della banda di colleghi. Dall’ordinanza di custodia cautelare del gip, infatti, emerge che un militare, maresciallo di fresca nomina, nutriva un «forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della caserma di via Caccialupo» tra droga, abusi, pestaggi e festini con escort.

Il militare, secondo gli atti di indagine, aveva confidato la situazione presente in caserma, al padre, carabiniere in pensione e, in una telefonata del 4 maggio, contenuta nell’ordinanza, aveva espresso tutta la sua “delusione” per «essere finito a lavorare in un ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle forze dell’ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti». E aggiungeva: «Molte cose le fanno a umma a umma, non mi piacciono».

Il giovane militare si sentiva isolato rispetto ai colleghi, che «si gestiscono molto tra di loro», anche dichiarando di aver fatto dei servizi di pattuglia che in realtà non venivano eseguiti. «Lo sai perché se lo possono permettere? – chiede il padre –  perché portano gli arresti!». E il figlio gli risponde: «Perché portano i risultati, lo so! Lo so!». E ancora: «Io ti faccio fare bella figura, a te colonnello ti faccio fare bella figura e ti porto un sacco di arresti l’anno. Lavorano assai! Ma perché? C’hanno i ganci».

Che il comandante della compagnia Piacenza, il maggiore Stefano Bezzecchieri, non solo fosse a conoscenza  della situazione, ma la avesse favorita, è un dato inconfutabile.

È lui che, alla guida della Levante, impone all’appuntato Montella di fare più arresti. Pure se questo comporta, per usare le parole del giudice Milani, «la totale illiceità e disprezzo dei valori incarnati dalla divisa». Con l’unica garanzia dell’impunità, perché, si legge nell’ordinanza, «in presenza di risultati in termini di arresti, gli ufficiali di grado superiore erano disposti a chiudere un occhio sulle intemperanze e sulle irregolarità compiute dai loro sottoposti».

Il motivo per cui l’appuntato Giuseppe Montella, capo della banda della caserma “Levante” sia un intoccabile non è chiaro. Ma l’episodio che risale al 12 aprile di quest’anno lo conferma: in pieno lockdown, e violando le disposizioni del governo, Montella dà una festa in giardino. Lorenzo Ferrante, in servizio presso la Centrale Operativa del Comando Provinciale di Piacenza, invia una pattuglia. Appena capisce che la casa è quella dell’appuntato, ordina alla pattuglia di lasciare il quartiere. Non solo. Chiama Montella «per scusarsi per il disguido», assicurandogli che «non avrebbe redatto alcun documento, per non lasciare traccia dell’accaduto».

E, come spesso succede, nei fatti di cronaca di tal gravità, è facile perdere la speranza che un mondo migliore prima o poi ci sarà davvero. Pensare che un uomo delle istituzioni, come un appartenente all’Arma dei carabinieri, si possa rendere autore di attività criminali di tal genere, è difficile da accettare, ci confonde, ci annienta. Soprattutto in un periodo come questo, in cui non vi è settore della società civile o delle istituzioni che sembra uscirne indenne, a cominciare dalla classe politica, per finire alla magistratura, alle istituzioni ecclesiastiche. Mai come in questo momento non possiamo, però, farci ingannare dagli eventi, sia pur drammatici come quelli che stiamo commentando. Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, dice un vecchio detto cinese. E certamente parte di questa foresta che cresce sono sia l’eroico esempio del giovane militare, l’unico, che si è dissociato dall’attività criminale dei suoi colleghi, sia tutti i militari che quotidianamente, anche a rischio della vita, lottano per l’affermazione ed il rispetto della legalità, «i 110.000 uomini e donne dell’Arma dei carabinieri che – come affermato dal ministro della difesa Lorenzo Guerini – ogni giorno lavorano con altissimo senso delle Istituzioni al fianco dei cittadini. Sono loro il volto della legalità, a ciascuno di loro oggi esprimo la più profonda riconoscenza e vicinanza».

 

 

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