Pesaro e Verona capitali della musica

Il terzo atto di Otello – al XXVIII R.O.F. pesarese – è meraviglioso. La nudità della scena (un interno di porte da cui entrano ed escono i personaggi in un ambiente azzurro mare) sottolinea una purezza di invenzione musicale e drammatica che estrae i sentimenti – angoscia, timore, dubbio, violenza – del teatro scespiriano, limandone gli accenti più duri per lasciarci la tragicità sublimata del Rossini serio: sempre, solo Bellezza. Così la Gazza ladra, più seria che comica, è verità di storia, di emozioni e di passioni, trattati da una fantasia che conosce la misura, quella che anche nel ritmo più coinvolgente, mai perde la testa. Certo, ci vogliono gli interpreti giusti, e tanto amore. In Otello Renato Palumbo ha diretto con melodiosa precisione l’orchestra bolognese, facendo risaltare le acrobazie assolute di Juan Diego Flòrez (Rodrigo), degli eccellenti Gregory Kunde (Otello) e Olga Peretyatko (Desdemona), regista equilibrato Gianfranco Del Monaco. Nella Gazza, Lu Jia ha condotto con trasporto l’Orchestra Haydn, mentre nel cast spiccavano Michele Pertusi, Alex Esposito, sempre più bravo e l’espressiva Mariola Cantarero. Qualcuno ha discusso sull’allestimento ipermoderno, ma l’idea di personificare la Gazza da parte di un’attrice acrobata a commento dell’azione, sinfonia compresa, era piacevolissima. Se Pesaro ha visto un festival riuscito, Verona, alla 85° edizione, non è stata da meno. Verdi c’è sempre, con Aida e Nabucco. Ascoltarle, una sera dopo l’altra, è verificare la storia artistica del Maestro, dall’altra le possibili attuali interpretazioni. In Nabucco, c’è il Verdi futuro: conflitti d’amore, di gelosia, di patria e religione. In Aida c’è raffinatezza strumentale e psicologica, azione teatrale grandiosa ed intima, passione: l’inesorabilità del destino, con un bagliore di un’altra dimensione. Verona dà spazio a grandi voci, come Leo Nucci e Maria Guleghina in Nabucco, o Ambrogio Maestri in Aida, e giovani sicuri come Marco Spotti (un Ramfis nobile nel canto ed in scena) e Micaela Carosi (Aida). Daniel Oren ama gli effetti, dà fiato ai cantanti, sollecita l’orchestra, il coro appassionato. Aida è scarna, la scena del trionfo vede i cantanti sopra due piramidi mobili, i costumi cibernetici, la regia semplificata. Forse la sobrietà rischia una ripetitività di gesti e situazioni. Nabucco si concentra su una palizzata metallica che la luce rischiara via via che le situazioni lo esigono, contrapposta ad un modello laminato di ziggurat babilonese. Sugli allestimenti, si innesta la musica, che è poi ciò che conta. Ed è spettacolo.

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