Peres e Abbas l’8 giugno in Vaticano

Grande gioia in Terra Santa, e non solo, dopo l'annuncio dell'incontro di preghiera per la pace che si terrà tra una settimana. La diplomazia della fraternità più efficiente di quella di Obama?
Il papa in piazza San Pietro

Partito da Gerusalemme lunedì pomeriggio, papa Francesco aveva salutato e ringraziato con il suo tipico calore. Ma alla nunziatura aveva assegnato anche un compito preciso e tempi stretti. Così è iniziata una serie di telefonate ai più vicini collaboratori del presidente israeliano Shimon Peres e di quello palestinese Mahmoud Abbas e ha preso avvio una febbrile trattativa per definire entro la prima decade di giugno la data precisa dell’incontro di preghiera in Vaticano.

La consegna di Bergoglio era stata categorica: fare in fretta. La pace non può più aspettare. Ne avvertiva personalmente tutta l’urgenza, dopo aver ascoltato il dramma di tanti abitanti della Terra Santa e dopo essersi reso conto da vicino della perdurante situazione di tensione, ma era soprattutto ciò che tutti gli avevano chiesto in modo accorato, struggente, appassionato: pace, pace, pace!

Grande è perciò la gioia liberata ieri sera in Terra Santa, dopo giorni di attesa, quando la Sala stampa della Santa Sede ha diramato uno stringato ma significativo comunicato: «L’incontro di preghiera per la pace, a cui il Santo Padre Francesco ha invitato i Presidenti di Israele, Shimon Peres, e della Palestina, Mahmoud Abbas, avrà luogo il giorno 8 giugno, domenica, nel corso del pomeriggio, in Vaticano. Tale data è stata infatti accettata dalle due parti». Un risultato formidabile per Bergoglio, che nasce dalla sua capacità di offrire punti di vista e soluzioni capaci di gettare ponti e di aprire dialoghi.

Nei giorni immediatamente precedenti il suo arrivo a Gerusalemme, le diplomazie dei due Paesi non erano riuscite a offrire un’opportunità al papa, perché gli israeliani non indicavano altro luogo che Gerusalemme, mentre i palestinesi non intendevano muoversi dal loro territorio, suggerendo Betlemme, dove il papa si sarebbe recato la domenica mattina. Niente da fare. Ed ecco che Francesco sorprende tutti al termine della recita del Regina Coeli nella Piazza della Mangiatoia, da cui si accede alla Basilica della Natività: «Offro la mia casa, in Vaticano, per un incontro di preghiera». Insomma, per la pace il papa non lasciava nulla di intentato. La definizione della data è stata condizionata da due vincoli fondamentali per israeliani e palestinesi: non poteva trattarsi di un venerdì, giorno sacro per i musulmani, né un sabato, festa settimanale per gli ebrei.

Anche la rapidità con cui è stato trovato l’accordo tra le due parti e la vicinanza temporale tra l’annuncio della proposta e lo svolgimento dell’appuntamento (solo due settimane) danno la misura di quanto sia stata incisiva e persuasiva l’azione di pace di Francesco. Un’azione che è stata subito raffrontata, nei media internazionali, con quella statunitense, la cui diplomazia, condotta dal segretario di Stato Usa John Kerry in persona, non è riuscita a cogliere alcun minimo risultato. Meglio dunque Bergoglio di Obama? Per carità, nessuna comparazione, si affrettano a replicare Oltretevere senza aggiungere altro, affidando – come ha fatto la Radio Vaticana questa mattina – un commento non impegnativo ma eloquente a padre David Neuhaus, gesuita, da anni a Gerusalemme, incaricato dei rapporti con i mezzi di comunicazione per il viaggio papale in Terra Santa.

«No, il papa non prende il posto di Kerry – ha precisato Neuhaus -. Il papa introduce un’altra dimensione per la ricerca della pace, una dimensione spesso dimenticata, ma che per noi è forse la più importante: la preghiera». E ha spiegato che «questo è il compito del papa», per poi riassumere la logica di Francesco: «Carissimi palestinesi e israeliani, mettiamoci davanti a Dio! Abbiamo provato e non siamo riusciti ad inaugurare un periodo di dialogo. Che cosa succederà se noi ci mettiamo davanti a Dio nella preghiera, nel silenzio, chiedendoci: chi sono davanti a questo Dio?». Alla sera dell’8 giugno c’è da augurarsi che gli uni dicano «Shalom» e gli altri «Salam». E si possa avviare con realismo e altrettanta determinazione un rapido cammino verso l’agognata pace.

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