Perché tanti morti sul lavoro in Italia?

Le morti sul lavoro, a partire dai casi recenti di Luana D’Orazio a Montemurlo e Christian Martinelli a Busto Arsizio, non sono un tragico destino.  L’Italia è l’unica nazione europea a non aver elaborato una strategia nazionale di prevenzione
Morti sul lavoro Fabio Cimaglia / LaPresse

Tanti morti sul luogo del lavoro in Italia. Le cause sono note e vanno affrontate alla radice. 

C’è un impegno forte da parte del Governo e dei sindacati nel disporre le condizioni affinché vi possa essere un contenimento dei licenziamenti, quando si arriverà alla scadenza definitiva della sospensione, che è in vigore.

Ma questo sforzo non può rappresentare un lato della contraddizione, con l’adoperarsi al costruire un futuro per le lavoratrici e i lavoratori ed al contempo assistere, quasi con un atteggiamento di impotenza generale, alla quotidiana drammatica registrazione dei decessi sul lavoro a causa della non priorità diffusa delle tutele, sul fronte della salute e sicurezza. Non si può garantire un posto di lavoro per poi permettere che questo sia rischio a causa della mancata prevenzione e protezione.

È di questi giorni la notizia degli ennesimi accadimenti mortali sul lavoro, che seguono, su di una linea di non discontinuità, tanti altri medesimi fatti verificatisi in precedenza, che ripropongono ancora una volta il tema della tutela infortunistica per gli occupati, per tutti gli occupati, in ogni posto di lavoro, a partire dalle piccole realtà lavorative, dove più evidente è l’inadeguata o, ancor più, assente, organizzazione del lavoro.

Le cause delle morti sono note

Perché se occorrono più investimenti sulle nuove tecnologie da applicare alle macchine, ai dispositivi di protezione individuale e collettiva, nei processi di realizzazione di percorsi adeguati di addestramento, tali interventi, tutti assieme, riguardano una percentuale minima delle cause alla base della gran parte degli accadimenti, a esito mortale o grave, in occasione di lavoro, senza trascurare il fenomeno, di altrettanta portata (e forse ancor meno considerato, per il minor impatto emotivo) delle malattie professionali.

Sono le modalità di lavoro, i tempi di lavoro, i ritmi di lavoro, l’inefficace formazione alla mansione, che rappresentano il reale punto debole del sistema, il tutto riconducibile a un’organizzazione del lavoro che non è attenta alla tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

Non si conoscono per adesso le cause che hanno determinato recentemente l’infortunio mortale che ha tolto la vita ad una giovanissima mamma e lavoratrice tessile in provincia di Prato, così come anche quelle alla base di quanto accaduto ad un operaio metalmeccanico, morto durante lo svolgimento del suo lavoro a Busto Arsizio, in provincia di Varese.

Sarà la magistratura ad accertare le cause e le relative responsabilità. Ma l’informazione che già è stata diffusa sugli importanti investimenti che, specie nella piccola azienda pratese, erano stati fatti sul livello tecnologico e sull’ammodernamento di molti sistemi di tutela non ci confortano, anzi, consolidano ancor di più il trend che dimostra che sono altre le cause che determinano la piaga ricorrente delle morti sul lavoro (che a oggi, facendo le dovute proporzioni nel periodo di pandemia, si attestano su circa tre decessi al giorno).

Non si può accettare che con i primi segnali di ripresa dell’attività lavorativa, della crescita produttiva, ci sia un immediato conto da pagare nei termini di vite umane spezzate. Eppure i dati questo ci dicono. Una netta inflessione nei numeri che riguardano gli infortuni mortali e gravi durante tutto questo lungo anno che ha visto il nostro Paese sostanzialmente fermarsi o, comunque rallentare, per poi ritrovarsi a registrare, con una tendenza in crescita, i primi decessi, ora che le aziende stanno ritrovando i ritmi produttivi di sempre.

Per svolgere più velocemente le lavorazioni, si ricorre a quella cattiva pratica (spesso abitudine o, peggio, comando) di disattivare le protezioni di sicurezza, saltando alcune fasi delle procedure di lavorazione che garantirebbero la protezione necessaria, in un accordo silente tra gerarchia aziendale e lavoratori, senza che nessuno giunga mai a rompere quel silenzio, fino alla tragedia che, purtroppo, alla fine sempre accade.

I giovani adibiti a macchine e lavorazioni che conoscono poco, temono che pretendere le tutele, o richiamare al rispetto, gli possa costare il posto, mentre i veterani affidano i loro timori alla speranza che la loro esperienza possa colmare il rischio costante.

È per interrompere ancora una volta queste dinamiche che nei Protocolli nazionali per il contrasto e contenimento del contagio in ambiente di lavoro, siglati il 6 aprile scorso dalle Parti sociali (organizzazioni sindacali e datori di lavoro), sotto l’egida dei ministeri competenti, con il supporto tecnico-scientifico dell’Inail, si è tornati a consolidare, oltre alle disposizioni tecniche contro il Covid-19 negli ambienti di lavoro, l’istituzione in ogni contesto lavorativo di un Comitato per l’applicazione e la verifica delle misure di tutela.

Un organismo basato su di un modello partecipativo, che vede la piena collaborazione e confronto tra datore di lavoro e le rappresentanze sindacali (di natura contrattuale e tecnica, Rsa/Rsu-Rls), finalizzato al disporre congiuntamente interventi efficaci di prevenzione, tutela, ma soprattutto di organizzazione e gestione della protezione, da implementare concretamente nei diversi posti di lavoro, tenendo conto della popolazione lavorativa impegnata, del contesto e delle condizioni nelle quali è chiamata ad operare.

Dalla visione profetica del legislatore che circa sessant’anni fa ritenne che il dovere contrattuale di tutela in capo al datore di lavoro non poteva che tenere conto, sullo stesso piano, degli aspetti tecnici, così come anche degli elementi di tipicità propri di chi lavora, stilando quello che poi sarebbe diventato, perdurando fino ad oggi nella sua totale attualità, l’archetipo della salute e sicurezza sul lavoro, parlando di salvaguardia dell’“integrità fisica” e della “personalità morale” del prestatore di lavoro (art.2087 cod.civ.), sembra che nulla sia cambiato.

E che il tempo abbia solo inciso sulla natura delle cause di accadimento, ma non sugli esiti nefasti, non determinando una volontà e responsabilità collettive all’interrompere definitivamente una catena infinita di eventi che sembra non vedere la fine.

Se questa pandemia che ha messo a dura prova il nostro Paese, ha costretto tanti lavoratori a non lavorare per mesi o a doverlo fare in modalità remota, con disagi e complicanze anche con riflesso familiare (compresi i problemi di DAD da parte dei figli), sono molte le lavoratrici e i lavoratori, non solo del settore della sanità e dell’assistenza e cura, che hanno continuato a garantire la prosecuzione della produzione dei beni necessari, lavorando in condizioni di esposizione a rischio alta, specie all’inizio dovendo registrare scarse disponibilità di protezioni adeguate.

A queste lavoratrici e lavoratori non solo deve giungere il ringraziamento di tutta la nazione, ma deve andare la conferma concreta che nessuno in futuro dovrà più vivere un periodo come quello trascorso, non tanto per colpa della pandemia che, pur auspicando non si ripeta più, è stato un evento imprevedibile e dalle proporzioni inimmaginabili, ma per quanto determinato dall’essere impreparati e vulnerabili sul fronte della capacità di reazione e puntuale prevenzione e protezione, ma soprattutto sul piano della capacità di immediata risposta in termini di ri-organizzazione e pianificazione degli interventi necessari.

In questo senso, forte è la pressione che come sindacati si sta già facendo sul fronte degli investimenti che mediante il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) dovranno essere varati su più ambiti, compreso quello relativo alle ricadute in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

Una strategia nazionale della prevenzione

A partire dagli appalti, non più nella logica del massimo ribasso, all’aumento degli organici e maggiore coordinazione tra gli organi di vigilanza, al sostegno economico per il rinnovo delle attrezzature di lavoro a più alta tecnologia, consentendo a tutte le realtà lavorative di poter procedere in questa direzione, ai dispositivi di protezione “intelligenti”, applicando quanto di innovativo il mondo dell’Iot (internet of think) è già in grado di offrire.

Una profonda azione di sistema occorre che venga varata, elaborando una strategia nazionale di prevenzione (rappresentando l’Italia l’unica nazione europea a non averla) tale da rimodulare gli assetti istituzionali, sul livello centrale e locale, in modo da promuovere quel coordinamento permanente tra organi del governo e parti sociali che da sempre manca nel nostro Paese e che ha permesso si consolidassero quelle logiche di sterile contrapposizione che hanno per ormai da troppo tempo bloccato il cambiamento e il miglioramento continuo.

Tutto questo lo dobbiamo a chi oggi sta lavorando in condizioni non adeguate, lo dobbiamo ai giovani che sono i nuovi lavoratori di oggi e di domani, lo dobbiamo a tutte e tutti coloro che hanno visto spezzare la propria vita per colpa di troppe mancanze o sottovalutazioni, delle quali un po’ tutti, nei diversi ruoli, ci si deve sentire responsabili e chiamati ad una reazione forte e concreta.

Perché se siamo appagati nel trovare il prezzo più basso della merce in Internet, ottenendo anche la consegna in poche ore a casa, così come il giungere a pagare cifre minime per prodotti della terra che richiedono lunghe lavorazioni e raccolta, ma anche il richiedere uno sconto sul costo dell’intervento lavorativo, sapendo che con molta probabilità sarà concesso solo risparmiando sui costi delle tutele e delle protezioni; dobbiamo tutti porci la domanda fino a quale “prezzo” in termini vite umane, intendiamo continuare così.

 

 

 

 

 

 

 

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