Perché i social sono diventati una palestra di odio?

Una nonna e un nipote (non della stessa famiglia!) si confrontano su uno stesso tema per imparare gli uni dagli altri

Visitando i social network durante la campagna elettorale del recente referendum, sono rimasta amareggiata per l’aggressività, la violenza, la rabbia e la volgarità che emergevano nelle conversazioni o nei commenti. Anche nei talk show televisivi c’era molta animosità e tentativi di delegittimare l’avversario, con accuse esagerate, ma dette con grande sicurezza. Il punto più basso, però, si è toccato nei rapporti virtuali. Sono presi di mira personaggi pubblici come le star dello spettacolo, i politici, ma anche semplici cittadini rei di postare opinioni diverse da chi legge. Un caso emblematico è stato quello della ragazza con una grave malattia che aveva spiegato sul suo blog come la ricerca sugli animali le avesse salvato la vita: i commenti dei cosiddetti animalisti sono da dimenticare! Come mai? Sfogarsi per frustrazioni personali o rabbia non so se sia liberatorio, ma certo ferisce chi riceve le offese. E dalle offese si passa facilmente alle calunnie, alla diffamazione. Osservando questi fenomeni, mi viene da pensare che lasciare alle persone la possibilità di parlare a una platea immensa, senza freni e in tempo reale, spinga le persone meno equilibrate a dare il peggio di sé. Questo avviene anche nello spazio senza filtri di certe radio. Nel web questi sfoghi sono amplificati e, con le condivisioni, arrivano in poco tempo a milioni di persone. Forse è arrivato il momento di chiedere al maggior canale comunicativo, Facebook, di iniziare a darsi delle regole. Che effetto farà tutto questo odio sulle nuove generazioni che stanno connesse molte ore? Impareranno che nei rapporti verbali tutto è lecito? La Rete senza regole sta diventando pericolosa, non solo per i singoli, ma anche per le istituzioni. Una convivenza civile dovrebbe trovare un rimedio di giustizia per questo nuovo pericolo, che attacca persone impossibilitate a difendersi. Questa potrebbe essere, forse, una delle prossime battaglie, per poterci esprimere sì liberamente, ma con rispetto e verità.

Il nipote

I social sono diventati il luogo principale dove esprimere le proprie opinioni. Non riesci a farti ascoltare? Digita su una tastiera ciò che pensi e tutti lo sapranno. È diventato tutto semplice, forse troppo. Sui social c’è tanta superficialità. Sono tanti gli utenti che si lasciano prendere la mano e pubblicano senza pensare, lasciando post anche molto forti. L’odio sui social è diventato quasi una presenza normale. I commenti diffamatori sono tanti, utilizzati talvolta senza nemmeno essere a conoscenza della verità dei fatti, ma solo come capro espiatorio per situazioni personali di cui non si sa a chi dare la colpa. Grande odio viene scaricato anche su particolari tematiche, come quella dell’immigrazione o dell’omosessualità. Il tutto si trasforma nel cyberbullismo, su cui per fortuna si sta iniziando a fare qualcosa. Credo proprio che si sia arrivati a un punto dove ce n’è bisogno. È vero che non deve mancare la libertà di espressione, ma non ci deve essere razzismo, diffamazione ecc. Il confine dovrebbe essere individuato da ognuno di noi, attraverso le proprie virtù e la propria coscienza. Tuttavia ciò non avviene. Per la superficialità probabilmente. Scrivere qualcosa sul divano da soli, dove apparentemente sembra che nessuno legga la tua riflessione, fa un’impressione diversa dal dirlo davanti al grande pubblico a cui ci stiamo rivolgendo. Quindi come fare? Serve una giurisdizione? Semplice dirlo, ma come si fa ad individuare ciò che è libertà da ciò che è violazione del rispetto (legalmente parlando)?

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