Perché si parla di Sindrome di Stoccolma per Silvia Romano?

La grande solidarietà che ha accolto il rientro in Italia della giovane cooperante Silvia Romano è stata affiancata anche da una feroce campagna denigratoria. Qualcuno ha parlato di Sindrome di Stoccolma, vediamo di cosa si tratta.

Dopo la liberazione dai rapitori e il rientro in Italia della cooperante milanese Silvia Romano, che ha spiegato di essersi convertita all’Islam, si è parlato molto della cosiddetta Sindrome di Stoccolma. Ma vediamo di cosa si tratta.

Era il 23 agosto 1973 quando, durante una rapina alla Sveriges Kreditbanken di Stoccolma, i due rapinatori Jan Eirk Olsson e Clark Olofsson presero quattro persone in ostaggio, tre donne e un uomo, per le successive 131 ore. In seguito al loro salvataggio, gli ostaggi mostrarono un atteggiamento inaspettato. Dopo essere stati minacciati, abusati e aver temuto per la loro vita per oltre cinque giorni, sostenevano i loro rapitori e temevano la polizia.

Gli ostaggi avevano iniziato a pensare che i rapitori li avessero protetti. Due delle donne, dopo l’accaduto, iniziarono a visitare molto spesso i due rapinatori in carcere e instaurarono una relazione con loro, una delle due sposò Olofsson. Gli ostaggi si erano “legati” emotivamente con i loro rapitori. Così nacque la Sindrome di Stoccolma, il termine fu coniato dallo psichiatra e criminologo svedese Nils Bejerot che studiò i fatti avvenuti. Mentre quella condizione psicologica in situazioni di ostaggio è diventata nota per questo specifico caso,  il “legame” emotivo con i rapitori o con i “carnefici” era stato riconosciuto molti anni prima.

Questo fenomeno è stato riscontrato anche in altre situazioni analoghe come nel caso di donne e bambini maltrattati, prigionieri di guerra, vittime d’incesto, prigionieri nei campi di concentramento. Alcuni di questi individui presentavano un legame affettivo nei confronti del loro persecutore. È un fenomeno più ampio che riguarda quei legami traumatici, ovvero quei legami fra due persone delle quali una gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra, che diviene vittima di atteggiamenti aggressivi o di altri tipi di violenza.

Può essere anche il caso di Silvia Romano? Non lo so! Questa è un’ipotesi che non è verificabile a distanza o da uno schermo televisivo e che, soprattutto, non ci compete.

Va però sottolineato che, dal suo rientro a casa, dopo 18 mesi di prigionia (e non 5 giorni), Silvia Romano è stata circondata da un interesse estremo, da solidarietà, ma anche da critiche feroci. Di fronte a queste reazioni, possono essere utili delle brevi e non esaustive osservazioni rispetto a due fenomeni di natura psicologica: il primo è il più semplice e immediato, il fatto che la nostra mente processa le informazioni provenienti dall’esterno elaborandole secondo le conoscenze in memoria, facendo delle semplificazioni veloci e delle generalizzazioni per riuscire a comprendere quello che succede. Inoltre, il nostro pensiero è interconnesso alle emozioni che viviamo e con le nostre convinzioni profonde, alcune coscienti e altre talvolta inconsce. Questo ci dice che di fronte a quelle poche immagini e informazioni diffuse, ci siamo fatti guidare dalle nostre convinzioni e dalle emozioni che le immagini hanno suscitato in ciascuno di noi. Tra queste elaborazioni è spuntata l’ipotesi della Sindrome di Stoccolma.

Sebbene sia descritta  come una condizione psicologica, la sindrome di Stoccolma non presenta i requisiti indispensabili per rientrare nei manuali di psichiatria, vi è una mancanza di studi scientifici sull’argomento e il fatto che sentimenti come affetto e amore non possono ritenersi, anche se provati nei confronti di un rapitore, sintomi di un malessere psichico. La sindrome rappresenta un insieme di specifici processi psicologici che si attivano in alcuni soggetti sottoposti a eventi particolarmente traumatici, come un rapimento o una lunga serie di abusi fisici e mentali. Affinchè si presentino questi meccanismi psichici è necessario che la persona percepisca costantemente un’imminente minaccia alla propria vita da parte dell’aggressore, che si percepisca impotente e che allo stesso tempo il sequestratore alterni ripetutamente comportamenti intimidatori a gesti gentili e affettuosi come concedere cibo, buone condizioni igieniche o oggetti utili.

La persona costretta a convivere con una persona violenta inizierebbe a provare affetto o amore per il proprio persecutore perché lo stesso gli permette di sopravvivere all’esperienza traumatica. Non finge di amare il carnefice per evitare violenze, ma crede realmente di essere legato. La Sindrome di Stoccolma ha origine, infatti, da meccanismi inconsci che si attivano al fine di resistere. Il legame emotivo con il persecutore, per le vittime di intimidazioni, è una strategia di sopravvivenza. In questi casi, una delle caratteristiche dei sentimenti provati da parte dell’ostaggio è la fiducia nell’umanità di chi lo sequestra. E noi, quali sentimenti proviamo nell’immaginare un sequestro e una liberazione?

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