Perché l’hai conosciuto?

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Perché l’hai conosciuto? È questa la domanda che la madre di Edith Stein, alla vigilia dell’ingresso della figlia nel Carmelo, le pone, esprimendo così, lei, tipica donna forte ebrea, la perplessità religiosa e il dolore per questo Gesù che le stava portando via la figlia: Perché l’hai conosciuto? Non voglio dir niente contro di lui. Sarà stato certamente un uomo molto buono.Ma perché si è fatto Dio?. Lasciare la madre per il convento, o rispettarne la volontà e continuare a vivere la nuova fede rimanendo in famiglia? La decisione era così delicata – scrive Edith Stein -, che nessuno avrebbe potuto dire con certezza quale fosse la strada giusta. Si sarebbero potuti portare facilmente buoni motivi in favore di entrambe le soluzioni. Dovevo fare il passo nella totale oscurità della fede. In quelle settimane ho pensato spesso: chi di noi due cederà, mia madre o io? Ma tutte e due abbiamo resistito fino all’ultimo giorno. I nazisti hanno appena preso il potere e comincia già a profilarsi la loro politica nei confronti degli ebrei. È in questo periodo che Edith Stein comprende il proprio destino storico: Avevo già sentito parlare di severe disposizioni contro gli ebrei. In quel momento, però, vidi chiaro che Dio stava nuovamente gravando la mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio. Convertita al cattolicesimo, Edith non si sente, per questo, separata dal popolo ebraico al quale continua ad appartenere. In una lettera che la Stein scrive al papa, osserva Angela Ales Bello, emerge un’osservazione centrale per capire la posizione della Stein, che si trova al confine tra ebraismo e cristianesimo, ma è anche ben radicata nei territori delle due comunità; si tratta del fatto che la figura di Gesù Cristo rappresenta il ponte straordinario fra le due religioni. Ella sottolinea che Gesù, Maria e gli apostoli erano ebrei e che si sente vicina a loro come appartenente allo stesso popolo; tuttavia, Gesù conduce chi vuole seguirlo in un territorio nuovo, che presuppone il primo, non lo esclude, ma lo amplia. I nazisti al potere sviluppano dunque i processi che porteranno alla tragedia della Seconda guerra mondiale, ma causano anche una forte accelerazione negli avvenimenti della vita di Edith Stein. Ella aveva già chiesto il permesso di entrare nel Carmelo: le era stato rifiutato dalle carmelitane a causa sia dell’opposizione di sua madre, sia dell’importante attività che Edith stava svolgendo nella Chiesa. Ma proprio le persecuzioni naziste che tendevano ormai a soffocare ogni attività cattolica di rilevanza pubblica, quale l’insegnamento, crea nuove condizioni per la realizzazione della vocazione monastica di Edith Stein, che il 30 aprile 1933 entra nella chiesa di San Ludgerus: Vi entrai nel tardo pomeriggio e dissi a me stessa: Non me ne andrò via da qui, prima di sapere chiaramente se ora posso entrare al Carmelo. Quando venne impartita la benedizione finale, avevo il sì del Buon Pastore. Tutto questo ce lo racconta la stessa Edith Stein nella sua autobiografia Dalla vita di una famiglia ebrea, il cui intento, spiega Angela Ales Bello, era di mostrare che, al di là della propaganda che infanga gli ebrei, essi sono persone come tutte le altre, esseri umani con i loro pregi e difetti, con le loro speranze e i loro progetti, con l’amore per la vita, per la famiglia per la comunità e non solo quella ebraica, ma quella umana […] I cristiani, secondo Edith Stein, sono coinvolti al pari degli ebrei nella persecuzione, la cui finalità consiste nell’eliminazione della tradizione ebraico-cristiana. Per reagire a tale nefasto progetto, Edith Stein, ormai divenuta cristiana, descrive la sua famiglia ebrea non solo senza rinnegarla, ma per attirare l’attenzione di tutti su questa perversa finalità. La sua morte, da ebrea nel campo di concentramento di Auschwitz, porterà a compimento l’azione da lei intrapresa. Dalla vita di una famiglia ebrea è il primo volume, appena uscito, delle Opere complete di Edith Stein che Città Nuova, in coedizione con le edizioni carmelitane Ocd, propone sulla base della nuova edizione critica tedesca. Sono previsti 20 volumi. A dirigere l’edizione italiana saranno Angela Ales Bello e Marco Paolinelli. Abbiamo posto ad Angela Ales Bello alcune domande sul percorso intellettuale di Edith Stein. Professoressa Ales Bello, qual è la prospettiva filosofica di Edith Stein al momento della sua conversione al cattolicesimo? Da giovane è interessata agli studi di filosofia, storia, psicologia; aveva iniziato a frequentare l’università di Breslavia, dove presto si rende conto che non c’erano docenti capaci di dare una piena risposta alle sue esigenze intellettuali. Si reca a Gottinga, dove insegna Edmund Husserl – Edith Stein già lo conosce attraverso i suoi scritti – che la introduce all’analisi fenomenologia. La fenomenologia è una filosofia che consente di iniziare la ricerca dalla dimensione dell’esperienza, dunque da ciò che è più vicino, per risalire poi alle strutture più complesse della conoscenza; è un metodo che permette di esplorare tutti i campi del sapere e della realtà. La Stein comincia ad analizzare prima di tutto l’essere umano; i primi tre libri che ella scrive sono espressione di questo interesse antropologico, dedicati, come sono, al tema della empatia, alla psicologia e a quelle che si chiamavano scienze dello spirito, cioè le scienze umane, la comunità, lo Stato. Siamo negli anni dal 1916 al 1925. Un decennio di formazione filosofica durante il quale avviene anche la conversione di Edith Stein al cattolicesimo. Conversione che si manifesta anche negli ultimi due libri, pervasi dalla grande spiritualità che caratterizza sempre la Stein; anche se durante l’adolescenza si era allontanata dalla religione, la formazione ebraica rimane presente: non era praticante ma, a mio avviso, non si trattò di ateismo anche se lei può qualche volta averlo detto. Potremmo dire che Edith Stein, nei confronti del cristianesimo, proveniva da una duplice estraneità, quella religiosa ma anche quella filosofica? Nel senso che il campo della riflessione di ispirazione cattolica non era certo dominato dalla fenomenologia cui la Stein, invece, si era dedicata. Ella infatti comprende di non poter essere cattolica senza conoscere la tradizione del cattolicesimo. Si reca presso dei religiosi – in particolare frequentava gesuiti (penso al filosofo Eric Przywara) e benedettini (l’abate di Beuron, il teologo Raphael Walzer) – proprio cercando questa formazione, e ne riceve il consiglio di studiare Tommaso d’Aquino. Poi si allarga e studia Agostino, Scoto, gli altri medievali; non si tratta di rifiutare la modernità; piuttosto, la Stein è convinta che tutta la storia della filosofia sia attraversata da momenti di verità e che nessun pensatore debba venire assolutizzato. Riesce a compiere opera di mediazione tra i due mondi filosofici? Sì, come si vede specialmente nel libro Essere finito ed essere eterno dove dimostra come si possa tenere conto degli apporti dei medievali, della filosofia moderna, della fenomenologia. La Stein parla di una filosofia cristiana sostenendo che il cristianesimo, in età medievale, è riuscito ad illuminare la mente dei filosofi in quanto filosofi, facendo emergere alcuni problemi che nella filosofia greca non erano stati sufficientemente trattati; il cristianesimo ha illuminato delle zone che poi il filosofo, autonomamente, cerca di indagare. Per Edith Stein, dunque, il Medioevo non è solo teologia; e lei si rende conto che Maritain e Gilson stavano svolgendo indagini simili; li incontra, ma svolge la propria ricerca in maniera autonoma. Perché il Carmelo? È stata un scelta precedente a tutto questo. In realtà, in qualsiasi fase della vita della Stein, il tema dominante, l’atteggiamento vitale è quello della ricerca della verità. Ella si era avvicinata al cristianesimo anche attraverso alcuni testi della mistica; forse – si suppone – lo stesso Husserl poteva averla messa su questa strada, poiché nei suoi seminari si era occupato di Otto, il quale cita i mistici. E’ così che si imbatte in Teresa d’Avila; è Teresa il grande incontro di Edith Stein. EDITH STEIN è una delle grandi filosofe del Novecento. Pur nella brevità della sua esistenza, ha lasciato opere fondamentali, sia di carattere spirituale che filosofico, e importanti traduzioni commentate, quali le questioni De veritate di Tommaso d’Aquino. Nata a Breslavia nel 1891, è cittadina prussiana ed ebrea. Studia a Breslavia, a Gottinga e a Friburgo. È infermiera in un ospedale militare austriaco nel 1915-1916; ripresa la vita universitaria, diviene assistente di Edmund Husserl. Riceve il battesimo il Capodanno del 1922 e, dal 1923 al 1931 insegna e abita presso il convento delle domenicane di Spira. L’ascesa al potere dei nazisti rende impossibile il proseguimento del suo insegnamento presso l’Istituto tedesco di pedagogia scientifica di Münster in Westfalia, dove era approdata l’anno precedente. Nel 1933 entra nel Carmelo di Colonia, col nome di Teresa Benedetta della Croce; nel 1938 passa in quello di Echt nei Paesi Bassi. Lì venne catturata insieme a sua sorella Rosa e portata ad Auschwitz; le due sorelle moriranno insieme, nella camera a gas, il 9 agosto 1942. Giovanni Paolo II l’ha beatificata e proclamata co-patrona d’Europa.

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