Perché lavorare a 14 anni se non ci sono posti?

La proposta dell'ex ministro Sacconi di inserire nel Decreto Lavoro la riduzione della scuola dell’obbligo non sembra essere la giusta soluzione alle tematiche congiunte della disoccupazione giovanile e della dispersione scolastica
Lavoro minorile

Il governo Letta si era proposto l’obiettivo di stabilire un ponte tra il mondo dell’istruzione e della formazione e quello del lavoro. Non ci sembra che vada propriamente in questa direzione la proposta del senatore Maurizio Sacconi (Pdl), ex ministro del lavoro e delle politiche sociali nel IV governo Berlusconi e attuale presidente della Commissione Lavoro, di inserire nel Decreto Lavoro l’abbassamento a 14 anni del limite per l'ingresso nel mondo del lavoro, quale alternativa alla totale inattività.

Non è solo un problema di titolo di studio. Mancano le opportunità anche per quanti hanno conseguito lauree magistrali e frequentato uno o più master di specializzazione. Facciamo fatica a comprendere come si possa trovare un qualsiasi lavoro avendo conseguito solo la licenza di scuola media.

In precedenza, i ministri Berlinguer e Fioroni lo avevano fissato a 16 anni, e successivamente, tre anni orsono,  lo stesso Sacconi aveva ridotto la soglia a 15 anni.

Ritorno al passato? Nell’immediato dopoguerra l’apprendistato rappresentava una valida alternativa per salvare dalla strada molti adolescenti che abbandonavano la scuola. Sono trascorsi più di sessant’anni da allora. Oggi non si può prescindere dal prevedere un minimo di formazione scolastica. Altrimenti, parrebbe emergere la logica che meno si studia più opportunità di lavoro si trovano. Con una parola: dequalificazione.

Sarà pure vero – come ha fatto notare Sacconi – che nel nostro Paese manchino artigiani in diversi settori (panettieri, cuochi, etc.). L’alternativa non è fra lavoro intellettuale e lavoro manuale, perché è ovvio che non tutti possono diventare ingegneri o medici, ma a tutti bisognerebbe offrire percorsi di studio, alternati a stage formativi, che garantiscano loro anche un minimo di cultura che li renda cittadini consapevoli e non manipolabili. Percorsi formativi più prossimi ai loro interessi, che li facciano crescere non solo professionalmente, ma anche culturalmente.

Guardiamo fuori dai nostri confini. Fra i Paesi dell’Unione Europea, l’Italia si trova in fondo alla classifica per l’abbandono scolastico (davanti soltanto a Malta, Spagna e Portogallo): i dati relativi al nostro Paese sono prossimi al 20 per cento (ben lontani dall’obiettivo del 10 per cento che l’Europa indica da molti anni).

È evidente che è proprio su questo versante che bisogna puntare l’attenzione, studiare opportune strategie e investire risorse.

Per la Confindustria il vicepresidente Ivan Lo Bello afferma che in Italia manca un forte rapporto tra scuola e aziende, a differenza di altri Paesi, come la Germania, nei quali l’alternanza scuola-lavoro è centrale e ha migliorato molto la situazione.

Stage, tirocini, alternanza scuola-lavoro: sono i passaggi che mancherebbero alla maggior parte dei nostri giovani disoccupati per accedere ad una specializzazione e quindi ad una professione sicura. Lo Bello ha ricordato che «il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è rilevante e molto maggiore rispetto agli altri Paesi. Non è solo un fatto legato alla situazione economica o sociale. In Italia manca in maniera rilevante un'idea della scuola che abbia un rapporto molto forte con il mondo del lavoro. In altri paesi la cosiddetta alternanza scuola-lavoro è un tema centrale che ha abbassato il tasso di disoccupazione».  

Sul Decreto Lavoro la maggioranza dovrà confrontarsi seriamente, perché questo tema nodale è un passaggio decisivo per la tenuta dell’esecutivo.

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