Perché il celibato sacerdotale?

Cosa cambierebbe se anche i sacerdoti che lo volessero potessero sposarsi? Naturalmente questo non impedirebbe a persone che intendono fare dono totale della loro vita, nella castità e nel celibato, di continuare a farlo. L’obiezione più comune, che i sacerdoti sposati non potrebbero dedicarsi interamente alla cura dei fedeli e della parrocchia, mi sembra sterile e non vera. Certo sarebbe un cambiamento epocale, ma credo che noi fedeli siamo pronti per una simile rivoluzione che porterebbe energie nuove alla nostra chiesa. Se così fosse certi fatti incresciosi riguardanti sacerdoti non sarebbero accaduti . G. N. – Vicenza La sua è una domanda ricorrente, e sembra la panacea per tutti i problemi relativi alla scarsità dei sacerdoti oggi e ai problemi sessuali dei nostri preti. In realtà l’esperienza di sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica di rito orientale è antichissima e potrebbe estendersi anche a quella di rito latino. Ma sarebbe opportuno? Veramente risolverebbe tanti problemi? Basta vedere le difficoltà che incontrano le altre chiese cristiane, come quella ortodossa e quella anglicana, dove non esiste l’obbligo del celibato per i ministri dell’altare. Se la risposta a questo problema fosse così semplice, la Chiesa cattolica avrebbe già intrapreso questa nuova prassi. Ma finora la sua prudenza secolare ha creduto opportuno di ordinare sacerdoti di rito latino solo quei candidati che hanno ricevuto da Dio il carisma del celibato. In realtà la crisi di alcuni o molti preti riguardo al celibato rivela una crisi molto più profonda della nostra società dei consumi.Anche la famiglia cristiana si trova a vivere oggi una crisi di valori perché immersa in una società pagana. Ma proprio in una società del genere, duemila anni fa, il cristianesimo è stato segno di novità e di rinascita nella proposta di valori, compreso il valore del matrimonio, della verginità e della vita celibataria, come segno dell’imitazione perfetta di Gesù, soprattutto dopo il periodo dei martiri. Certo che, come dice Gesù riguardo al celibato, non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso (Mt 19,12). Proprio perché la chiamata alla vita consacrata è un dono, un carisma, è dato da Dio a chi vuole per il bene della chiesa e della società. È un segno anche della novità dei tempi nuovi inaugurati da Gesù (lui stesso celibe) che ci indica come il Regno di Dio sia iniziato qui e si apra sull’eternità, dove non ci si sposerà più. Non si tratta di privilegiare il celibato a scapito del matrimonio o viceversa. Ma di riscoprire entrambe queste vie come cammini di santità. Santità che non è solo personale, ma anche esperienza comunitaria dove il Santo, Gesù tra noi, si rende presente quando viviamo la carità reciproca tra sposati o celibi, vergini e consacrati. Tutti chiamati a vivere già da qui quella vita trinitaria che Gesù è venuto a portare sulla terra. Ogni sacerdote è chiamato non solo a celebrare l’Eucaristia, ma anche a viverla, a donare con Gesù corpo e sangue cioè tutto sé stesso a Dio e ai fratelli per contribuire a fare dell’umanità una sola famiglia di figli di Dio. Per questa sua missione universale, il sacerdote ha certo bisogno di una formazione adeguata e di un’intensa vita comunitaria. In questa direzione ampi miglioramenti sono possibili. Lei accenna a episodi in cui dei sacerdoti non sono stati fedeli ai loro impegni di consacrazione a Dio nel celibato. Bisognerebbe domandarsi cosa si sia fatto per sostenerli nelle loro difficoltà. Forse una comunità viva avrebbe salvato certe vocazioni. Vari sacerdoti che hanno lasciato il ministero mi hanno confidato infatti: Se avessi incontrato in tempo un clima di famiglia nel presbiterio diocesano e nella comunità parrocchiale, non avrei cambiato strada. Per quei sacerdoti, poi, che si fossero sbagliati nella scelta vocazionale o che trovano difficoltà gravi nel rimanere fedeli al celibato, la chiesa permette di sposarsi cristianamente e, pur non esercitando più il ministero presbiterale, se sono di esempio nella nuova vocazione di padri di famiglia, possono lavorare nelle varie attività pastorali di una comunità parrocchiale e mettere così a frutto i doni ricevuti.

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