Perché è bello leggere Hopkins

Perché è bello leggere Hopkins
Ogni tanto per fortuna viene fuori un’antologia di uno dei padri della poesia contemporanea, come questa ora, a prezzo economico, pubblicata nella collana I libri dello spirito cristiano della Bur, a cura di A. Spadaro e nella traduzione, ardua e quasi sempre felice, di Viola Papetti (a quando l’edizione completa delle poesie e delle lettere?): con il titolo, quanto mai hopkinsiano, La freschezza più cara. Il gesuita poeta che interessò Benedetto Croce e si fece tradurre anche da lui (qui in appendice le sue rese in prosa, come quella vibrante di S. Baldi del 1941), ebbe una vita breve (1844-1889), intensa – ottimi studi classici, passaggio dalla confessione anglicana a quella cattolica nelle mani del grande J.H. Newman, vocazione sacerdotale nella Compagnia di Gesù, insegnamento, attività poetica incompresa e quasi clandestina, morte precoce, riconoscimento postumo. La sua esperienza umana e religiosa è tutta evidentemente riversata in quella linguistico-poetica, contenuta in una produzione non ampia ma prodigiosamente innovatrice, nel senso che dopo di lui, come dopo Baudelaire, Rimbaud, Laforgue, il linguaggio poetico non è più lo stesso e la poesia medesima ha preso il largo in un mare senza confini che si chiama bellezza: non quella slegata degli esteti decadenti ma quella nuovamente connessa al vero e al bene (ne usciranno Ungaretti, Eliot, Pasternak e altri grandi), e che riserva al poeta cie- li meravigliosi e abissi sgomentanti di purificazione. Chi infatti crede nel peccato originale (e, mi permetto di dire, fa molto bene a credervi essendovene tracce ovunque) sa che, come dice contemporaneamente a Hopkins Dostoevskij, la bellezza è una cosa terribile e paurosa (Dmitrij Karamazov), proprio lui che aveva affermato: Sarà la bellezza che salverà il mondo (la bellezza di Cristo). E prima Hölderlin, nutrito su terreno cristiano di mitologia greca, aveva detto che il bello è l’inizio del tremendo (Apollo è dio della bellezza e della poesia, ma anche della distruzione). Hopkins ha una vocazione totale alla bellezza, che pullula sorgiva dal mondo come creazione ed è, appunto, la sua freschezza più cara; l’unica domanda profondissima è Come salvare (…) la bellezza (…) dallo svanire lontano?. E poiché sa che il guasto originale ha imprigionato la bellezza nel possesso (in teologici termini tecnici: concupiscenza), e reso la bellezza mortale-pericolosa, dice a sé stesso, con tutto lo strazio celato con cui la sua accesa sensibilità lo crocifigge, che l’unico modo di incontrare bellezza è riconoscere in cuor tuo, del cielo il dolce dono; e poi parti, abbandonalo confidando e credendo che la grazia è la più graziosa bellezza. Così vive tutta la sua breve vita tra la fedeltà alla vocazione e la pura fede di una notte dell’anima che questi stupendi versi lasciano trasparire: Parla! Sussurra al mio cuore vigile/una sola parola – come una madre che parli/piano, se vede il suo bimbo spaurire,/finché una fossetta di gioia gli sfiori la gota./Poi, per contemplarli quale Tu sei,/aspetterò che il mattino eterno erompa. Hopkins sa perfettamente immergere, senza nasconderlo, nel linguaggio da lui rinnovato e rifatto, il suo vissuto celestiale e magmatico, che lo fa volare molto alto e lo getta in terribili stagni di fuoco, mentre si sente, dice, eunuco del tempo perché non produce un’opera che viva. Non è vero: la sua ispirazionepersuasione che vede in fondo a tutte le cose la freschezza più cara, gli detta poesie tra le più originali della modernità insieme al grande capolavoro II naufragio del Deutschland, poemetto scaturito da una impetuosa sorgente di parole rinnovate veramente in sprung rhythm (ritmo-scaturigine), come premute da un’alta vena, direbbe Dante. Il guardare dentro (inscape) l’energia interna (instress) delle cose ha costretto Hopkins a costringere il linguaggio ricevuto ad aprirsi e risplendere come in un pirotecnico fiorire di rime, assonanze, allitterazioni e neo-formazioni verbali senza fine. Dice la poetessa P. Valduga citata da Spadaro: Nessuno ha fatto con la lingua quello che lui è riuscito a fare: l’ha sottoposta a una vera tortura, agglutinando le parole dell’inglese in modi che neppure il tedesco potrebbe sopportare sconnettendole, dislocandole, tormentando la sintassi, sfigurando il lessico, imprigionando il suono in una rete di allitterazioni folgoranti, inventando persino un nuovo ritmo sulla base della metrica classica. Io posso solo propormi di invogliare il lettore, come un pasticciere che fila il suo zucchero per i passanti, con qualche citazione: Lo spirito dell’uomo sarà legato alla carne, quando al suo meglio,/ma sgombro: la lanugine del prato non è gravata/dal passo dell’arcobaleno né lui dalle sue ossa risorte; No, Disperazione, conforto della carogna, non farò banchetto di te. (…) non scelgo di non essere; (…) in un lampo, a uno squillo,/subito sono quel che è Cristo, poiché lui fu quel che sono. Non commento: ci vorrebbero libri; ma mi congratulo con il fortunato lettore di Hopkins.

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