Myanmar: perchè ci liberi dal male

Domenica 16 maggio è stata celebrata da papa Francesco nella Basilica di San Pietro una Messa per la comunità dei fedeli del Myanmar residenti a Roma. Il Papa ha invitato a non perdere la speranza, perché Gesù ancora oggi «prega il Padre e intercede per tutti noi, perché ci custodisca dal maligno e ci liberi dal potere del male».
(AP Photo)

Perché ci liberi dal potere del male. Sono state le parole conclusive dell’omelia di papa Francesco. Quasi una conclusione secca, sembrava anche dura, drammatica. Questa è stata la mia impressione, ed ho ripensato più volte a quelle parole. Penso che il papa abbia colto nel segno anche stavolta, anche se si trova a 10 mila chilometri di distanza dal Myanmar.

La guerra, le guerre, sono veramente segno del male, da cui solo l’amore ci può custodire. Nella mia vita l’ho constatato troppe volte. Il male ha sempre la stessa faccia, lo stesso modo di agire: distruggere e godere della morte dell’avversario. Esattamente l’opposto dell’amore, che gode della vita e dello sviluppo di chi sta di fronte a me, in cui riconosco me stesso, la mia stessa vita. Quando amo gioisco di vedere l’altro felice, che vive, che sorride, anche se magari io devo spegnermi per lui, o avere qualcosa di meno. La gioia sta fuori dal nostro ego, trova la sua fonte in un altro… L’amore, a qualsiasi latitudine, sa custodire, preservare, portare avanti, far crescere.

In Myanmar le forze del male si stanno scatenando con tutta la loro forza distruttrice. Oggi si parla di 200 morti in una settimana di combattimenti. Quanto dolore, quanto pianto: sulla terra, da Caino ad oggi, non è passato un solo giorno senza che gli uomini non si siano uccisi. E sempre per le stesse cose: potere, interessi, odio.

Papa Francesco ha iniziato la sua omelia con questo verbo: custodire. Una parola che sembra oggi così lontana dalla realtà del Myanmar, dove ogni cosa che rappresenta un simbolo del regime militare viene distrutta, e viceversa: ogni cosa che rappresenta un’idea diversa da quella del regime militare, viene vista come il nemico da distruggere. Si distrugge da una parte e dell’altra. Nessuno vuole custodire quello che si è costruito insieme, lo scorso anno.

Sembra che sia impossibile, in questo momento, qualsiasi dialogo tra le parti in conflitto, e si pensa solo alla distruzione reciproca. È purtroppo un segno del male, che gode quando ci odiamo e ci distruggiamo a vicenda. Il Myanmar, che è entrato nella spirale dell’odio in seguito al colpo di stato del 1° febbraio scorso, ha visto cancellate in un istante tutte le riforme e lo sviluppo che aveva conquistato dal 2015 fino ad oggi. È stato distrutto un faticoso ma esaltante processo democratico per ritornare al vecchio incubo, alla soppressione di ogni libertà, all’uccisione immediata di chi protesta: bambini, donne incinte, ragazzi, anziani.

Distruggere è la parola d’ordine. Gli interessi di una parte, la sete di profitto e di potere hanno preso il sopravvento e fatto ripiombare tutti in un clima di odio, di divisione, di rifiuto di ogni dialogo, di qualsiasi pietà.

L’unità è stato il richiamo principale del Papa durante la messa per il Myanmar: una parola che ho avvertito risuonare in modo quasi stridente. Come se papa Francesco richiamasse tutta la Chiesa, in Myanmar come ovunque, al fondamento evangelico che è il fondamento della Chiesa stessa: l’essere una cosa sola. Un richiamo non casuale, rivolto ai cristiani del Myanmar, chiamati a stringersi intorno ai propri pastori per avere insieme una linea comune di confronto e di azione davanti al male. Perché l’unità della Chiesa non è scontata in un paese dove ci sono 135 etnie.

Nelle parole del Papa c’è un chiaro richiamo ad essere testimoni del Vangelo vissuto, capaci di un amore eroico che è segno di speranza. Un richiamo forte e un’indicazione precisa: solo con questa qualità di amore si testimonia Gesù Cristo vivo. Ed è l’unica via per non perdere la speranza in una nazione in guerra e sull’orlo di una catastrofe umanitaria ed economica.

Il richiamo finale alle piaghe di Gesù, con cui si chiude l’omelia, sembra rimandare alle innumerevoli piaghe del popolo e dei popoli del Myanmar, che da più di 70 anni sono feriti da un potere militare violento, che non disdegna l’uso della forza più brutale e crudele pur di non perdere i privilegi che si è attribuito.

Oggi non riesco a raccontare gli ultimi sviluppi sul campo o sui campi di battaglia, in Myanmar. Riparto invece dalle parole di papa Francesco. Solo così si può ricostruire e custodire il dono della vita che Dio ci ha dato, e che noi, puntualmente, sciupiamo. Grazie, papa Francesco, per la sua coerenza al Vangelo dell’umiltà, dei poveri, dell’amore che dona la vita.

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