Per una cultura di comunione

Il titolo del tema è coinvolgente. Un tema particolare, adatto a noi che siamo immersi in problemi sempre nuovi. Se consideriamo come è oggi il mondo, vediamo che si presenta veramente come è stato descritto da Benedetto XVI, quando era cardinale. Egli così si esprimeva: Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni (…): dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via (1). Dio sembra non essere più, soprattutto per noi in Europa, l’interlocutore a cui rivolgersi per risolvere i problemi e i quesiti che ci stanno a cuore. Si costata con preoccupazione come i valori cristiani facciano sempre meno testo e il dichiararsi cristiano sia ormai abbastanza raro. Viviamo, quindi, in un mondo in cui, per così dire, Dio sembra assente e il Vangelo non è più considerato fonte di riferimento. Anche le principali feste liturgiche cristiane portano sì ancora il loro nome, ma sono sempre meno vissute nel loro significato religioso. La crescita, inoltre, delle scoperte scientifiche e tecnologiche, veloce e senza limiti al giorno d’oggi, è tale che l’etica non riesce più a tenere il passo, aprendo così una spaccatura tra scienza e sapienza, tra cervello e cuore – come nel caso dell’invenzione della bomba atomica o delle manipolazioni genetiche -, cosicché l’umanità rischia di perderne il controllo. Per questi, e per altri motivi ancora, rimane dolorosamente vero il lamento della filosofa spagnola del Novecento Maria Zambrano: stiamo vivendo una delle notti più buie che abbiamo mai visto (2). Dio invece non è assente dalla storia. Molti sono i fermenti di vita nuova in atto oggi nel mondo, per una nuova cultura, una cultura di comunione. Possiamo vedere che lo Spirito Santo – proprio in questo tempo – è stato generoso, irrompendo nella famiglia umana con vari carismi, da cui sono nati movimenti, correnti spirituali, nuove comunità, nuove opere. E ogni movimento, comunità, opera, è una risposta alla notte collettiva che domina il mondo. Proietta una luce nata dallo Spirito Santo, che è risposta a quella particolare oscurità, e costruisce reti di fraternità. Occorre, ora più che mai, allargare queste reti e, nell’amore reciproco, comporre una grande rete di fraternità universale. Giovanni Paolo II lo ha sottolineato: Occorre promuovere una spiritualità della comunione (3) ed ha indicato la stella per que- sto cammino, Gesù crocifisso che è la Via all’unità: Non finiremo mai – dice – di indagare l’abisso di questo mistero. Gesù che grida: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15, 34). E spiega: Abbandonato dal Padre, egli si abbandona nelle mani del Padre (4). È un mistero di cui il patriarca ecumenico Bartolomeo I ha scritto: Gesù, il Verbo incarnato ha percorso la distanza più grande che l’umanità perduta possa percorrere: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (5). Nei secoli passati qualche grande mistico e nei decenni più recenti alcuni teologi di varie Chiese hanno già attirato l’attenzione della cristianità sull’abbandono di Gesù. Dice il teologo evangelico-luterano Hermann Bezzel: Questo abbandono da Dio (…) ha trasformato la miseria della mia lontananza da Dio in gaudio: il mondo è riconciliato con Dio, il Paese straniero è diventato la patria, il deserto è diventato valle verdeggiante, la lontananza da Dio è diventata vicinanza a Dio (6). Ed è proprio questo grido d’abbandono che oggi vorremmo proporre a tutti. Non era forse sopraggiunta per Gesù, alla nona ora, una tenebra così fitta che superava all’infinito ogni nostro senso di buio? Non sono simili a lui anche le persone affamate, angosciate, tristi, deluse…? Non è immagine di lui ogni divisione dolorosa tra fratelli e sorelle, fra Chiese, fra brani di umanità con ideologie contrastanti? Non sono figura di Gesù che s’è fatto peccato per noi – come dice Paolo -, tante piaghe dell’umanità? Pure ciascuno di noi, nella vita, soffre dolori almeno un po’ simili ai suoi. Chi non si sente, in qualche modo, separato da Dio quando l’oscurità invade la sua anima? Chi non ha provato dubbi, perplessità, turbamenti come Gesù che in croce dubitò, fu perplesso, chiese perché?. Quando sentiamo queste sofferenze, questi dolori, ricordiamoci di lui che li ha fatti propri: sono quasi una sua presenza, una partecipazione al suo dolore. Facciamo come Gesù, che non è rimasto impietrito, ma aggiungendo a quel grido le parole: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46), si è riabbandonato al Padre. Come lui anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova dicendogli: Amo in essa te, Gesù abbandonato; amo te, mi ricorda te, è una tua espressione, un tuo volto. E se, nel momento seguente, ci buttiamo ad amare il fratello e la sorella e ad attuare ciò che Dio vuole, sperimentiamo, il più delle volte, che il dolore si trasforma in gioia, come per un’alchimia divina. Infatti, per il nostro amore a Gesù abbandonato, i doni del suo Spirito fioriscono nell’anima. Allora, anche per noi, la notte sarà un passaggio e la luce della risurrezione ci illuminerà. Si vedrà nascere una nuova cultura, una cultura di comunione. I piccoli gruppi in cui viviamo – la famiglia, l’ufficio, l’azienda, la scuola, i nostri centri – possono conoscere piccole o grandi divisioni. Anche in quel dolore possiamo vedere il suo volto, superare quel dolore in noi e far di tutto per ricomporre la fraternità con gli altri. Così pure di fronte alle divisioni più grandi come quelle tra le Chiese: dobbiamo lavorare a ricomporre la piena e visibile comunione. Ed anche fra i diversi movimenti e gruppi, dovunque. E sperimenteremo che Gesù abbandonato amato è sempre chiave dell’unità: in lui troveremo il motivo e la forza per non sfuggire questi mali, ma portarvi il nostro personale e collettivo rimedio. La cultura della comunione ha come via e modello Gesù crocifisso e abbandonato. C’è chi pensa a volte che il Vangelo porti soltanto il Regno di Dio inteso in senso religioso e non risolva i problemi umani. Ma non è così. Ogni cristiano, come altro Cristo, membro del suo Corpo mistico, può portare un contributo suo tipico ad una cultura di comunione in tutti i campi: nella scienza, nell’arte, nella politica, nella comunicazione e così via. E maggiore sarà la sua efficacia se lavora insieme con altri, uniti nel nome di Cristo. Nasce così, e si diffonde nel mondo, quella che potremmo chiamare cultura della risurrezione: cultura del Risorto, dell’Uomo nuovo e, in lui, dell’umanità nuova. Come si può diffondere nella società dove io sono questa cultura? Cosa posso fare io? Nell’ambito economico, per esempio, si può suscitare in modo spontaneo tra quanti vivono il Vangelo una comunione di beni che emuli quella vigente tra i primi cristiani dei quali è scritto che nessuno tra loro era bisognoso (At 4, 34). Nelle aziende si può cercare di applicare il comandamento dell’amore scambievole, a tutti i livelli, e così tendere alla presenza di Gesù in mezzo, promessa dal Vangelo: Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro (Mt 18, 20). Quando poi lui prenderà in mano le redini del mondo economico – e questo avverrà man mano che si moltiplicheranno quanti sapientemente metteranno la loro umanità a sua disposizione – si potrà ben sperare di vedere fiorire la giustizia e di assistere a quel massiccio spostamento di beni di cui molte parti del mondo hanno urgentemente bisogno. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote (Lc 1, 53). È questa la rivoluzione sociale che siamo chiamati a portare. Nel campo delle comunicazioni ci è sempre parso un segno della provvidenza di Dio l’attuale sviluppo di potenti mezzi di comunicazione sociale, atti a rendere più unita la famiglia umana. Contemporaneamente è evidente – e risulta chiaramente dai fatti – che questi mezzi non bastano da soli ad unire i popoli e le persone e a migliorare la qualità della vita. Bisogna che essi siano messi al servizio del bene comune e che quanti li adoperano siano animati dall’amore. Bisogna diffondere l’amore vero nei cuori e con esso l’interesse per ogni uomo e per ogni donna, e per tutto ciò che riguarda l’umanità. È essendo l’amore, come insegna il Vangelo, che si suscitano relazioni creative, durature, costruttive e si attua quell’arte del comunicare che sa ricevere, accogliere l’altro, gli avvenimenti del mondo e sa dare, cioè parlare, scrivere al momento e nei modi più opportuni. Ci sarà allora più comunicazione, valorizzazione dei mezzi che la rendono possibile, ma anche e soprattutto si vedranno maggiori frutti di dialogo, condivisione, partecipazione, comunione. Si può pensare che quando più professionisti condivideranno questa arte del comunicare, i media dimostreranno maggiormente la loro capacità di moltiplicare il bene, la voce di Dio si farà più sonora e gli operatori meglio assolveranno la loro vocazione di essere strumenti a servizio dell’intera umanità. E ancora l’ambito della politica. Non è forse compito della politica riuscire a comporre, nell’armonia di un solo disegno, la molteplicità, le legittime aspirazioni delle diverse componenti della società? E non dovrebbe forse il politico, per la sua funzione di mediatore tra le varie parti sociali, eccellere nell’arte del dialogo e dell’immedesimarsi con tutti? I politici così vivendo, a qualunque partito appartengano, scelgono di anteporre l’amore reciproco ad ogni personale impegno ed interesse e, perché così fanno, sanno che potrebbero attendersi, non senza proprio sacrificio, la presenza di Gesù in mezzo a loro. E Gesù, che è luce per il mondo, valorizza quanto di vero può esserci nei diversi punti di vista, e illumina, evidenzia il bene comune e dà la forza di perseguirlo. Ma il bene sarà ancora maggiore quando molti politici avranno il coraggio di porre le loro persone e i poteri a loro conferiti a servizio del fine ultimo che è Dio, e quindi della fraternità universale. Allora sì che si potrà sperare di vedere avverarsi l’amore reciproco tra i popoli e con esso la pace e la soluzione di molti problemi e conflitti che tuttora attanagliano l’umanità. Questi alcuni esempi che si potrebbero estendere ad altri campi. Gesù abbandonato, il Crocifisso di oggi, irradia la luce del Risorto e ci rende generosi nel condividere i suoi doni. Se nel 2004 abbiamo fatto un passo avanti con la determinazione di tendere alla fraternità, e a quella universale, ora vogliamo fare un passo più in profondità: dare la priorità ad amare e seguire il nostro modello: Cristo crocifisso e abbandonato. Così potremo raccogliere il grido dell’umanità di oggi, e per il suo grido, che ha tutto redento, creare attorno a noi la società rinnovata che il mondo attende. Potremo allora dire davvero con Lorenzo, giovane martire del III secolo: La mia notte non ha oscurità, ma tutte le cose risplendono nella luce (7). ) Omelia del card. JOSEPH RATZINGER alla Santa Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005; 2) MARIA ZAMBRANO, Persone e democrazia, Milano 2000, p. 2; 3) GIOVANNI PAOLO II, Novo Millennio Ineunte, n. 43; 4) ID., n. 25 e n.26; 5) BARTHOLOMEOS I, Patriarca ecumenico, Gloria a Dio per ogni cosa, Ed. Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano 2001, p. 152; 6) HERMANN BEZZEL, Die Worte am Kreuz, Verlag Ernst Franz, Metzingen/Württ. 1967 (traduzione italiana); 7) SAN LORENZO, diacono romano, morto martire nel 258: Mea nox obscurum non habet, sed omnia in luce clarescunt, dalla liturgia delle ore, Vespri, 10 agosto.

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